(LaPresse)
  • Italia
  • giovedì 23 Settembre 2021

Cosa stanno facendo le organizzazioni criminali in Italia

Lo spiega la Direzione investigativa antimafia, elencando attività e trasformazioni di 'ndrangheta, camorra e delle altre

(LaPresse)
Caricamento player

La Direzione investigativa antimafia (Dia) ha consegnato al Parlamento la sua relazione sul secondo semestre del 2020, un documento preparato periodicamente che, oltre a esporre dati sull’andamento dei reati in Italia, fornisce una visione accurata su come si è mossa e intende muoversi la criminalità organizzata e sulla capacità operativa delle organizzazioni mafiose.

Innanzitutto, alcuni dati: le organizzazioni criminali hanno subito nel secondo semestre del 2020 sequestri per 287,5 milioni di euro, mentre nei primi sei mesi erano stati 88 milioni. Le confische dei beni sono ammontate a 181 milioni di euro (la differenza è che il sequestro è temporaneo, la confisca definitiva). Questo però non ha indebolito i clan che, secondo gli analisti della Dia, hanno comunque una enorme disponibilità di denaro contante. Rispetto al secondo semestre del 2019, dice la relazione, sono diminuiti i reati «di tipo mafioso e delle associazioni mafiose», passati da 125 a 121 e da 80 a 41. Aumentano invece i reati legati all’appropriazione dei fondi pubblici, alle infiltrazioni nelle amministrazioni e nell’imprenditoria. Dice la relazione:

Le più recenti attività info-investigative confermano come le organizzazioni criminali di tipo mafioso, nel loro incessante processo di adattamento alla mutevolezza dei contesti, abbiano negli ultimi anni implementato le loro reti e capacità relazionali sostituendo l’uso della violenza, sempre più residuale, con linee d’azione di silente infiltrazione.

Le organizzazioni criminali, in sostanza, diventano sempre più imprenditoriali. Ci sono stati più casi di corruzione, concussione e induzione indebita, nonché
di turbative d’asta. La tendenza, spiegano gli analisti della Dia, risulta in aumento nonostante la fase stagnante dell’economia. Aumentano, per sfuggire ai tracciamenti bancari, i pagamenti e gli scambi in Bitcoin e, più recentemente, in Monero, un’altra criptovaluta.

Durante l’emergenza coronavirus, mentre l’economia entrava in crisi, le organizzazioni criminali hanno prosperato, secondo la relazione. Hanno capito dove andare a guadagnare soldi e lo hanno fatto velocemente. Dalle mascherine ai farmaci contraffatti, hanno trovato nuovi spazi operativi. Ma soprattutto hanno messo a punto le strategie sia per rilevare a buon mercato imprese in difficoltà, sia per accaparrarsi le risorse pubbliche stanziate per fronteggiare l’emergenza sanitaria.

La strategia è stata diversa nelle varie zone d’Italia: al Nord i gruppi criminali hanno attaccato l’imprenditoria privata, investendo i propri capitali. Hanno comprato aziende, bar, ristoranti, negozi entrati in difficoltà durante il lockdown. Al Sud invece si sono concentrati verso il flusso di finanziamenti pubblici stanziati per favorire la crescita. Per quanto riguarda il riciclaggio di denaro, le attenzioni delle organizzazioni criminali si sono concentrate sul gioco d’azzardo e sulle scommesse, soprattutto online. Imprenditori legati ai clan hanno creato e creano società nei vari paradisi fiscali, dando vita a circuiti concorrenti a quelli legali. Queste operazioni consentono di fare molti soldi e di riciclarli con facilità.

– Leggi anche: Metà dei beni sequestrati alla criminalità organizzata è inutilizzata

Da una parte le organizzazioni criminali hanno quindi accentuato la loro vocazione imprenditoriale (la commistione tra leadership criminale e management aziendale è sempre più frequente), dall’altra non hanno rinunciato al controllo del territorio. I reati legati al traffico di stupefacenti e di contrabbando sono in aumento, nonostante le lunghe restrizioni alla mobilità nel 2020. E sono in aumento anche le estorsioni (finalizzate più a rilevare le attività che a farsi pagare una quota) e i reati di usura.

C’è un dato che emerge da quelli che vengono chiamati “reati spia”, cioè quelli che indicano una tendenza: le organizzazioni criminali si stanno preparando a rivolgere le proprie attenzioni verso i fondi comunitari del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per contrastare gli obiettivi dei clan, la Direzione investigativa antimafia suggerisce:

«che l’azione condivisa dei paesi per il superamento dell’emergenza sanitaria possa esprimersi con analoga intensità di fuoco nel contrasto globalizzato alle organizzazioni criminali più strutturate e con diramazioni internazionali che sfruttano le disomogeneità legislative delle diverse azioni. Per una lotta efficace contro tali insidie oltre ad una auspicata e sempre più pregnante legislazione condivisa si impone un impulso sempre maggiore nella circolazione delle informazioni e nella cooperazione sinergica tra gli organi investigativi e giudiziari dei singoli Paesi».

A cercare di ottenere una parte dei fondi del Recovery Fund è sicuramente la ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale ora più forte in Italia, tra le più potenti al mondo, definita dalla Dia “silente”. È la prima nel traffico della cocaina, capace di avere relazioni sia con i gruppi più violenti e sanguinari del narcotraffico sudamericano sia con politici, amministratori, imprenditori. Dice la Dia che «la ‘ndrangheta esprime un sempre più elevato livello di infiltrazione nel mondo politico-istituzionale, ricavandone indebiti vantaggi nella concessione di appalti e commesse pubbliche».

Grazie alla corruzione diffusa soprattutto in alcune aree del paese, vengono condizionate e inquinate le scelte degli enti locali anche alterando, a volte, le competizioni elettorali. La conferma viene dai numerosi scioglimenti di comuni in Calabria per infiltrazioni della criminalità: su 29 comuni di cui è stato deciso lo scioglimento, in 15 la motivazione è stata l’infiltrazione criminale.

La ‘ndrangheta però non è attiva solo in Calabria. Le cosche sono presenti nel Nord Italia (25 ‘ndrine sono state individuate in Lombardia, 14 in Piemonte). Clan ‘ndranghetisti sono a Pioltello (Milano) come a Lavagna (Genova), a Lona Lases (Trento) come a San Giusto Canavese (Torino). All’estero la ‘ndrangheta è arrivata in Canada, Stati Uniti, Romania, Austria, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Francia, Regno Unito, Australia. Agisce su vasta scala ma, nonostante le enormi risorse accumulate, si occupa per esempio anche di sfruttare il reddito di cittadinanza e i buoni spesa: a Locri sono stati individuati 135 percettori irregolari, molti di loro erano legati a clan criminali.

Un dato positivo arriva dal fatto che l’organizzazione non risulta più impermeabile e monolitica. Iniziano a esserci, anche nella ‘ndrangheta, collaboratori di giustizia.

– Leggi anche: La storia di Matteo Messina Denaro, il più ricercato

La mafia siciliana, Cosa Nostra, appare, secondo la Dia, più in difficoltà. Ha detto Francesco Messina, direttore centrale anticrimine: «Cosa nostra siciliana, privata degli uomini d’onore di spicco, si è trovata costretta a rimodulare i propri schemi decisionali, aderendo a un processo più orizzontale e concertato. In altre parole, si è orientata verso la ricerca di una maggiore interazione tra le varie articolazioni provinciali». In difficoltà in Italia, Cosa Nostra sta intensificando e rivitalizzando i rapporti con le famiglie americane. Gli interessi di Cosa Nostra sono sempre gli stessi: estorsioni, usura, narcotraffico, spaccio di stupefacenti, controllo del gioco d’azzardo illegale, inquinamento dell’economia dei territori di riferimento soprattutto nei campi dell’edilizia, del movimento terra, dello smaltimento dei rifiuti, della gestione dei servizi cimiteriali e dei trasporti. E poi c’è il racket delle estorsioni, tipico del modus operandi di Cosa Nostra: semplice da mettere in pratica e con ampie possibilità di guadagno.

La Camorra, secondo la relazione della Dia, «resta per dinamiche e metodi un fenomeno macro-criminale dalla configurazione pulviscolare-conflittuale». Non esiste una struttura gerarchica organizzata come è sempre stato per la mafia siciliana. I clan sono tanti, ben radicati nel loro territorio, spesso in conflitto tra loro. Alleanze e accordi di non belligeranza e guerre tra famiglie si alternano in base alle esigenze. Ci sono le organizzazioni più forti come i clan Mazzarella- Licciardi-Contini, gli Amato-Pagano, i Nuvoletta-Polverino, i Moccia, gli Schiavone e gli Zagaria. Attorno a loro si muovono decine di piccoli clan e gruppi in quella che sembra un’anarchia criminale ma che poi è ben ordinata nella spartizione del territorio.

Gli omicidi di matrice camorristica sono diminuiti e sono quasi tutti ascrivibili, scrive la Dia, «a logiche di epurazione interna finalizzata a preservare gli equilibri e a controllare ogni spinta centrifuga». I clan camorristici gestiscono interessi criminali anche nel resto del Paese e all’estero e si concentrano su traffico di sostanze stupefacenti, prestito a usura, estorsioni, commercio di prodotti contraffatti, contrabbando di sigarette, gioco d’azzardo, truffe assicurative, frodi fiscali. L’interesse maggiore sembra però essere costituito dal traffico dei rifiuti, considerata attività tra le più remunerative.

La sede della Direzione Nazionale Antimafia a Roma. (Fabio Cimaglia / LaPresse)

È però forse quella pugliese la criminalità organizzata che sembra in maggiore crescita. Ha detto Giovanni Salvi, procuratore generale della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione: «La mafia pugliese è caratterizzata da incontenibile effervescenza che si riflette sulla composizione e la potenza dei sodalizi». La Sacra Corona Unita agisce prevalentemente nel Salento, mentre nell’area del foggiano è attiva la Società Foggiana e nel barese la Camorra Barese.

È da notare, ha detto ancora Salvi, «il dinamismo e l’ingestibilità delle nuove leve, impazienti di scalare le gerarchie e disposte a tutto pur di ricoprire ruoli apicali. Se a tanto si aggiunge una enorme disponibilità di armi, comprovata da numerosissimi sequestri, è evidente che ogni alterazione dei fragili e temporanei equilibri e, più in genere, qualsivoglia intralcio al più spregiudicato affarismo criminale, viene sbrigativamente risolta con fatti omicidiari». In particolare, a essere in espansione è la Società Foggiana, definita camaleontica, capace di essere insieme rozza e feroce ma affaristicamente moderna e con una vocazione imprenditoriale.

Il rapporto della Dia analizza anche la presenza di organizzazioni criminali straniere presenti in Italia. I criminali albanesi, scrive la Dia, si occupano di norma dell’approvvigionamento delle sostanze stupefacenti che vengono poi cedute ai sodalizi locali per la gestione dello spaccio. Le organizzazioni cinesi appaiono «come una struttura chiusa e inaccessibile che solo occasionalmente si rapporta con organizzazioni criminali italiane soprattutto per la gestione della prostituzione o per il traffico di rifiuti». La criminalità romena è presente soprattutto in gruppi multietnici attivi nel traffico di stupefacenti e di armi ma anche, è scritto nella relazione, nella tratta di donne da avviare alla prostituzione e nei reati informatici.

– Leggi anche: Nomi di processi che forse non sentiremo più

Molto radicata, e fin dagli anni Ottanta, è la criminalità nigeriana (un forte insediamento è nel litorale Domitio, in Campania) che agisce su diversi livelli. C’è la semplice manovalanza: in genere piccoli spacciatori al dettaglio. Ma ci sono soprattutto i cosidetti secret cults, organizzazione segrete contraddistinte da una forte gerarchia, struttura paramilitare, riti di affiliazione, codici di comportamento.

La Corte di Cassazione ha riconosciuto più volte nei secret cults la tipica connotazione di mafiosità. Black Axe, Eiye, Maphite, Vikings sono i nomi di quelli principali presenti in Italia. I loro interessi criminali sono nel traffico di droga, nel traffico di migranti, nella tratta di esseri umani, nello sfruttamento della prostituzione e nello sfruttamento dei lavoratori. Quella nigeriana è ormai considerata dopo Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, la quinta mafia. Già nel 2018 una relazione dei servizi segreti italiani spiegava che «nel panorama delle mafie straniere le formazioni nigeriane si confermano le più dinamiche e strutturate».

C’è infine un ultimo aspetto su cui la Direzione investigativa antimafia pone l’attenzione nella sua relazione. È quello delle cosiddette “baby gang” che, si legge, non hanno background criminale ma sono pericolose per il loro desiderio di emergere e farsi notare, e per la volontà di conquistare spazi territoriali che cercano poi di mantenere con «forme di gangsterismo urbano come stese [cioè dimostrazioni di forza in cui si spara in aria], agguati e caroselli armati».