Una prateria vicino a Strong City, in Kansas, negli Stati Uniti (AP Photo/ Charlie Riedel)

Anche le praterie sono importanti

Perché assorbono l'anidride carbonica, come le foreste, ma ne emettono meno in caso di incendi

Una prateria vicino a Strong City, in Kansas, negli Stati Uniti (AP Photo/ Charlie Riedel)
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Le foreste sono note per la capacità di assorbire grandi quantità di anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera e immagazzinarla sotto forma di sostanza organica, principalmente nei fusti degli alberi, ma anche le praterie fanno la loro parte, e un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Reviews Earth & Environment parla di quanto sia importante preservare quelle non ancora distrutte. Le praterie sono infatti l’ambiente naturale di molte specie animali che non vivono altrove, e conservandole si può evitare che disperdano nell’atmosfera altra CO2, aggravando il problema del riscaldamento globale.

Per praterie si intendono generalmente diversi tipi di ecosistemi caratterizzati da piante basse o erbe di vario tipo, più o meno alte, con pochi alberi e arbusti: per esempio le praterie del Nord America, che hanno un clima temperato, ma anche il Cerrado del Brasile, che è la più vasta savana tropicale del Sud America. Le praterie occupano circa il 40 per cento del suolo terrestre ma secondo varie stime si sono ridotte o degradate di circa la metà a causa delle attività umane.

Ad esempio, a causa delle coltivazioni intensive, solo il 4 per cento delle praterie del Nord America è rimasto inalterato, e anche la superficie del Cerrado in Brasile si è più che dimezzata negli ultimi cinquant’anni, con grosse conseguenze per le specie vegetali e animali.

È stato stimato che nell’erba delle praterie sia conservato circa un terzo di tutto il carbonio presente sulla terra, ed è trattenuto in maniera più efficace rispetto a quella trattenuta negli alberi. Infatti, ha spiegato a Vox il professore di ecologia dell’Università del Kansas John Blair, in caso di incendio il carbonio immagazzinato nelle foglie, nei rami e nei tronchi degli alberi viene rilasciato sotto forma di anidride carbonica: quello presente nelle praterie invece è conservato principalmente nel sottosuolo, nelle radici, e quindi non viene dispersa con gli incendi. Le foreste inoltre impiegano anni o decenni per ricrescere, mentre la vegetazione bassa delle praterie si rigenera molto più in fretta, e anzi la sua crescita è favorita dagli incendi.

In tutto il mondo ci sono iniziative per piantare nuovi alberi o salvaguardare le foreste esistenti con l’idea che possano contribuire a ridurre la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera: non è una strategia risolutiva per fermare il cambiamento climatico (la cosa più importante da fare è ridurre significativamente l’uso dei combustibili fossili), ma ha dei benefici. Allo stesso modo si potrebbero preservare le praterie, ma anche nei principali trattati internazionali sulla conservazione dell’ambiente non si parla esplicitamente del loro contributo nell’assorbimento della CO2.

Secondo l’autore principale dello studio di Nature Reviews Earth & Environment, il professore di ecologia dell’Università di Manchester Richard Bardgett, proteggere le poche praterie che sono ancora intatte – circa l’8 per cento di quelle esistenti – dovrebbe essere una priorità nei piani di sviluppo sostenibile. Bisognerebbe poi rimettere in sesto una parte di quelle che sono state degradate dalle attività umane.

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