Un'immagine della bandiera americana vista attraverso il filo spinato della prigione di Guantanamo (AP Photo/Alex Brandon, File)
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  • domenica 19 Settembre 2021

La tortura, dopo l’11 settembre

Dopo la guerra al terrore degli Stati Uniti il suo utilizzo è stato sempre più legittimato, con conseguenze che ci portiamo dietro ancora oggi

di Alessandra Pellegrini De Luca
Un'immagine della bandiera americana vista attraverso il filo spinato della prigione di Guantanamo (AP Photo/Alex Brandon, File)

Dopo gli attacchi dell’11 settembre del 2001, nel contesto della cosiddetta guerra al terrore, l’approccio degli Stati Uniti alla tortura è cambiato: da una pratica operata in modo isolato e poco manifesto, la tortura è diventata parte integrante della lotta al terrorismo. Nel dibattito che ne è nato si è parlato di uno sdoganamento” della tortura da parte degli Stati Uniti, portato avanti attraverso due azioni parallele: l’utilizzo più esteso di pratiche definibili in termini di tortura, deducibile da documenti ufficiali oltre che dalle testimonianze di chi le ha subite, e un discorso pubblico (giornalistico, politico, a tratti anche accademico) che, benché la condannasse, la presentava anche come una pratica necessaria per garantire la sicurezza e la protezione del popolo americano, legata a condizioni eccezionali e per certi versi giustificabile.

La tortura è considerata un crimine, oltre che da diverse legislazioni nazionali (l’Italia, per esempio, ha una legge contro la tortura dal 2017), anche da diverse fonti internazionali.

Esistono strumenti internazionali per la tutela dei diritti dell’uomo che contengono anche disposizioni sulla tortura – ad esempio, tra gli altri, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e le Convenzioni di Ginevra che regolano il diritto internazionale umanitario – e norme dedicate in modo specifico a questo crimine, come la Dichiarazione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1975 e, soprattutto, la Convenzione contro la tortura e altre pene e trattamenti crudeli, inumani o degradanti (UNCAT), adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1984, entrata in vigore nel 1987 e nota anche come Convenzione di New York.

Nella definizione di tortura offerta dalla Convenzione, a cui a oggi aderiscono circa 170 paesi, sono confluiti gli aspetti più importanti e condivisi di altre e precedenti definizioni.

Secondo la Convenzione ONU del 1984, la tortura è qualsiasi atto – di cui sia responsabile a qualsiasi livello chi riveste una posizione ufficiale – che infligga intenzionalmente una profonda sofferenza fisica o mentale a qualcuno, con lo scopo di ottenere informazioni o confessioni, di punire per un crimine di cui si è colpevoli o sospettati, di intimidire, o per qualsiasi altra ragione basata su discriminazione. La Convenzione ONU impone agli stati aderenti di adottare ogni tipo di provvedimento per impedire che vengano compiuti atti di tortura in territori che ricadono sotto la propria giurisdizione, e dice che nessuna circostanza eccezionale – come per esempio stato di guerra, minaccia di guerra, instabilità politica interna – può essere invocata per giustificare un atto di tortura.

– Leggi anche: Cos’è la “giurisdizione universale”

Gli Stati Uniti hanno ratificato la Convenzione nel 1994 con una serie di dichiarazioni rispetto a come il paese interpretava le formule descritte nella Convenzione e con qualche riserva, ma accettandola nei suoi aspetti fondamentali.

Gli Stati Uniti si sono sempre presentati come un paese molto impegnato contro la tortura nel mondo, che aveva partecipato alla formulazione delle norme internazionali che la vietavano e che aveva sostenuto economicamente le istituzioni che cercavano di prevenirla. La pratica della tortura, tuttavia, non è mai stata interamente estranea alla storia del paese: nel corso della seconda metà del Novecento, gli Stati Uniti hanno impiegato molti fondi nello sviluppo di tecniche di tortura, e produssero tra le altre cose il KUBARK Counterintelligence Interrogation del 1963, un manuale sulle tecniche di interrogatorio che ne conteneva alcune molto coercitive – come la privazione del sonno o delle capacità sensoriali – che sarebbe poi stato utilizzato in alcuni degli interrogatori più violenti fatti dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre.

Anche se in modo non pubblico, poi, gli Stati Uniti avevano offerto sostegno e addestramento nell’uso della tortura a regimi di altri paesi, come la Grecia, l’Indonesia, le dittature militari dell’America Latina tra gli anni Settanta e Ottanta e – questo è il caso più noto per la sua violenza – il Vietnam.

In Vietnam l’esercito americano e la CIA, l’agenzia di spionaggio americana, crearono il cosiddetto Phoenix Program, che prevedeva una serie di mezzi, incluso l’utilizzo di tecniche di tortura – tra cui scariche elettriche sui genitali e l’inserimento di cavi metallici in profondità all’interno del canale auditivo, secondo le testimonianze fatte al Congresso americano da uno dei funzionari coinvolti negli interrogatori – per combattere il movimento armato dei vietcong, che sosteneva il Vietnam del Nord, guidato dalla dittatura comunista di Ho Chi Minh. Anche i nordvietnamiti erano comunque noti per torturare i propri prigionieri.

L’interrogatorio di un vietcong, che viene spinto in un’urna piena d’acqua, da parte di un soldato sudvietnamita (AP Photo)

Diversamente da altri contesti, gli Stati Uniti non riuscirono a mantenere più di tanto nascoste, o quantomeno lontane dagli occhi della popolazione, le proprie azioni in Vietnam, che ebbero una grande rilevanza pubblica. Ne seguì una serie di udienze attraverso la Commissione Church del Senato americano, chiamata così perché presieduta dal senatore Democratico Frank Church. Quanto ne emerse suscitò moltissima indignazione: si diffuse l’idea che quanto era successo non si sarebbe dovuto ripetere, e vennero adottate negli anni successivi misure per evitare che le forze armate americane potessero essere coinvolte di nuovo in operazioni di tortura (ratificando, per esempio, la Convenzione ONU del 1984).

In realtà, dopo gli attacchi dell’11 settembre le cose non sono andate in questa direzione, e l’uso della tortura è continuato. Diversi esperti hanno mostrato come le tecniche di tortura fossero le stesse che gli Stati Uniti avevano usato in passato, ma portate, sul piano soprattutto simbolico e culturale, a un livello ulteriore: di accettazione e, in qualche modo, di legittimazione di questa pratica come mezzo per combattere un nemico che minacciava direttamente il popolo americano. Un nemico spersonalizzato, identificato più che altro con l’idea stessa di terrorismo islamico, e in uno dei momenti più complessi della storia americana.

Agli attacchi terroristici di al Qaida contro le Torri gemelle e l’edificio del Pentagono seguì infatti la cosiddetta guerra globale al terrore, cioè quell’insieme di interventi militari all’estero, attacchi mirati con droni armati e azioni d’intelligence di vario tipo con cui gli Stati Uniti risposero all’attacco terroristico più grave della loro storia. La guerra al terrore fu una conseguenza diretta degli attacchi dell’11 settembre e ha cambiato in modo fondamentale la storia degli Stati Uniti e il loro ruolo nel mondo.

Il fumo che esce dalla Torre Nord del World Trade Center di New York e le fiamme della Torre Sud appena colpita dall’aereo (AP Photo/Chao Soi Cheong, File)

Al di là dei più noti interventi militari degli Stati Uniti prima in Afghanistan e poi in Iraq, parte della guerra al terrore era anche la ricerca a tappeto dei terroristi di al Qaida, di tutti i loro alleati e di qualsiasi informazione utile a trovarli o a sapere qualcosa su di loro e sui loro piani. I detenuti – a volte noti terroristi, altre volte persone sospettate di esserlo o di avere legami con loro – venivano portati in prigioni militari controllate dalla CIA: le più note per le violenze che vi ebbero luogo sono quella di Abu Ghraib in Iraq e quella di Guantanamo a Cuba. Capitò più volte che in queste prigioni finissero persone che non avevano nulla a che fare col terrorismo, a volte per errori grossolani come la confusione di due nomi, come capitò al tassista pachistano Ahmed Rabbani.

Ciò che accadeva in quelle prigioni è ormai noto, ed è emerso in anni di ricerche e testimonianze. La più rilevante è forse il rapporto pubblicato nel 2014 dalla Commissione Intelligence del Senato americano (U.S. Senate Select Committee on Intelligence), un organo parlamentare creato nel 1976. Il rapporto faceva riferimento a eventi risalenti al tempo dell’amministrazione di George W. Bush, presidente dal 2001 al 2009. Ne è stata pubblicata una sintesi di 528 pagine su un totale di circa 6mila, che parlava delle cosiddette “tecniche di interrogatorio potenziate” con cui i militari americani interrogavano i prigionieri.

– Leggi anche: Il rapporto sulle torture della CIA

Tra le altre cose, queste tecniche comprendevano la privazione del sonno per periodi lunghi fino a una settimana, l’essere sottoposti ad “alimentazione rettale” o “idratazione rettale”, oltre che il cosiddetto “waterboarding”: una forma di annegamento controllato in cui la persona interrogata viene distesa e immobilizzata in posizione supina su una tavola inclinata con la testa verso il basso, mentre gli viene versata l’acqua in gola e su per le narici, dandogli ogni tanto qualche secondo d’aria per evitare la morte (momenti in cui il detenuto vomita, o annaspa), per poi ricominciare daccapo.

Il rapporto diffuso dal Senato americano descrive il “waterboarding” di Khalid Shaikh Mohammed, terrorista pachistano accusato di aver partecipato all’ideazione degli attentati dell’11 settembre, come «una serie di quasi annegamenti». Quello di Abu Zubaydah, accusato di far parte di al Qaida, lo portò invece a non reagire più, «con la schiuma che gli usciva dalla bocca completamente aperta». L’idea, dice il rapporto, era di portarlo a uno stato di «indotta impotenza», in cui il detenuto obbediva agli ordini, come ha scritto Joseph Margulies, docente di diritto alla Cornell University e avvocato di diversi detenuti a Guantanamo, e a «con uno schiocco di dita».

Una foto della prigione di Abu Ghraib, ottenuta da Associated Press nel 2003 (AP Photo, File)

Gli “interrogatori potenziati”, che potevano andare avanti per ore e ore consecutive e settimane intere, sono stati raccontati dai giornali, dagli stessi sopravvissuti, uno dei quali li rappresentò anche con dei disegni, poi pubblicati dal New York Times. L’American Civil Liberties Union (ACLU), una nota organizzazione per la difesa dei diritti e delle libertà individuali, ha reso invece disponibile un archivio che documenta gli interrogatori potenziati della CIA. La senatrice Dianne Feinstein, presidente della commissione, ha definito il programma di interrogatori della CIA «moralmente, legalmente e amministrativamente sbagliato», «molto più brutale di quanto le persone siano state indotte a credere».

Nel corso degli anni, e soprattutto a seguito della diffusione del rapporto del 2014, negli Stati Uniti si aprì un dibattito sugli interrogatori della CIA. Il dibattito non riguardava soltanto la legittimità dell’utilizzo di tecniche simili da parte di un paese come gli Stati Uniti, firmatario della Convenzione ONU, o l’opportunità di definire o meno quelle tecniche in termini di tortura, ma anche la stessa utilità di quelle tecniche per i fini della lotta al terrorismo islamico.

Un soldato chiude una cella all’interno della prigione di Abu Ghraib, in Iraq (AP Photo/Khalid Mohammed, File)

Per quanto riguarda il fatto che le “tecniche di interrogatorio potenziate” potessero essere considerate tortura, non ci sono molti dubbi. Lo hanno detto, tra tanti altri, Metin Basoglu, noto studioso sul tema e autore di diversi studi sull’argomento, così come Susan Crawford, la principale giudice americana che si è occupata dei processi relativi al trattamento dei prigionieri a Guantanamo, che anche le Nazioni Unite definirono in termini di tortura. Anche rispetto all’utilità di quelle tecniche di interrogatorio non ci sono molti dubbi, e c’è consenso, anche nelle parole di chi le ha praticate e delle autorità che se ne sono occupate, sul fatto che siano state inutili e in larga parte controproducenti.

– Leggi anche: La storia dell’unico agente della CIA condannato per le torture

Uno degli aspetti più problematici dell’utilizzo di tecniche di tortura da parte degli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre, comunque, ha riguardato il fatto che, diversamente da quanto era accaduto in passato, la tortura venne in qualche modo legittimata, sdoganata, resa insomma socialmente più accettabile rispetto a quanto fosse avvenuto in altri momenti della storia americana.

Secondo Alfred McCoy, storico americano, docente all’Università del Wisconsin-Madison ed esperto di politica estera americana e operazioni di intelligence, dopo l’11 settembre a parità tecniche – quelle usate dopo l’11 settembre erano le stesse del Vietnam e dell’America Latina – il consenso nei confronti della tortura aumentò a diversi livelli dell’opinione e del discorso pubblico. Secondo Joseph Margulies della Cornell University, la normalizzazione di forme estreme di violenza è da considerarsi una delle quattro eredità dell’11 settembre, assieme all’assottigliamento del concetto di privacy, all’elevazione dei confini e della sicurezza a questione di sopravvivenza nazionale, e a un radicale cambio del modo di intendere la guerra.

Alla normalizzazione della tortura dopo l’11 settembre, poi, sono stati dedicati studi, tra cui un libro della studiosa americana Rebecca Gordon, intitolato Mainstreaming Torture: Ethical Approaches in the Post-9/11 United States.

Un prigioniero catturato in Afghanistan viene trasportato prima di essere interrogato, a Guantanamo (AP Photo/Lynne Sladky)

Nel suo studio, Gordon ha esaminato il rapporto degli Stati Uniti con la tortura dopo l’11 settembre prendendo in considerazione, oltre ai fatti, anche il modo in cui si parlava della tortura in diversi ambiti della sfera pubblica americana, dai discorsi dei politici e delle figure istituzionali, all’opinione pubblica, al modo in cui ne parlavano i giornali.

Il libro di Gordon comincia con la nota frase di Cofer Black, ex funzionario della CIA e direttore del Counterterrorism Mission Center, una divisione della CIA che si occupa in modo specifico di terrorismo, ai tempi dell’11 settembre. Nel 2002, Cofer disse apertamente al Congresso americano che «c’era stato un prima e un dopo 11 settembre», e che «dopo l’11 settembre, ci si era tolti i guanti», riferendosi al fatto che gli Stati Uniti avevano deciso di abbandonare le precedenti forme di almeno apparente cautela e prudenza nell’approccio alla tortura: che ci si era, insomma, sporcati le mani.

L’immagine di Cofer è diventata un po’ un simbolo di come sia cambiato il rapporto tra gli Stati Uniti e la tortura dopo gli attacchi del 2001. La frase è stata ripresa da accademici e organizzazioni umanitarie, tra gli altri, per parlare di questo tema. È diventata anche il titolo di uno studio approfondito sui linguaggi e i modi con cui, dopo l’11 settembre, si sia man mano «smontato il consenso contro la tortura», rendendola una pratica giustificata sia a livello istituzionale che agli occhi degli americani.

Nel suo studio, Gordon cita sondaggi condotti dall’Università di Stanford e dal Pew Research Center, un noto istituto di statistica e sondaggi. Agli americani vennero fatte le stesse domande a distanza di anni: più la guerra al terrore andava avanti, più si era disposti a prendere in considerazione l’uso di tecniche di tortura come un mezzo spiacevole, ma giustificato in nome di ragioni di sicurezza. Il consenso era più basso se nelle domande si inseriva la formula “estremismo islamico” al posto di “terrorismo islamico”.

E anche se non mancavano, ovviamente, le accuse e le denunce nei confronti di quanto accadeva nelle prigioni della CIA, anche nel dibattito accademico e tra le pagine dei giornali si fece strada l’idea che, se serviva a combattere il terrore, la tortura poteva essere considerato un mezzo legittimo. Era una pratica orribile, da usare solo in casi estremi ed eccezionali, si diceva, ma purtroppo necessaria. Gli interrogatori della CIA, insomma, erano visti come uno dei tanti mezzi per «proteggere una società libera, che crede nella legge, dai terroristi che non credono in niente», come era scritto in un editoriale uscito sul Wall Street Journal nel 2004.

Manette ancorate al suolo, in una stanza per gli interrogatori a Guantanamo (AP Photo/Brennan Linsley, File)

Per capire e contestualizzare questa trasformazione bisogna tenere conto di un aspetto molto importante della cosiddetta guerra al terrore, che ha a che fare con l’immagine che, in questa guerra, aveva il nemico: era un’immagine sostanzialmente astratta, coincidente con l’idea stessa di “terrore”. Un’idea spaventosa ma spersonalizzata, per molti che non erano rimasti direttamente coinvolti negli attacchi da cui la guerra era partita. I detenuti torturati erano «terroristi», e terroristi significava, dopo l’11 settembre, disumani, meno che umani.

In qualsiasi guerra, la disumanizzazione è un passaggio fondamentale della costruzione dell’immagine del nemico e della conseguente legittimazione della violenza – il dittatore cileno Augusto Pinochet, per esempio, chiamava le proprie vittime “umanoidi”, per distinguerle dai veri umani – e accadde, naturalmente, anche nel contesto della guerra al terrore, dove però questo tratto arrivò ad assumere dimensioni quasi mitologiche.

Il concetto stesso di terrorismo, come ha scritto Daniele Giglioli, docente di Letterature comparate all’Università di Bergamo, in un breve saggio sull’immaginario occidentale del terrore nel nuovo millennio, rappresenta infatti il rovescio più netto dell’idea di democrazia, su cui poggiano le proprie basi la maggior parte degli stati moderni occidentali. In più, rispetto ad altri e precedenti contesti in cui gli Stati Uniti avevano fatto uso di pratiche di tortura, quello del post 11 settembre era il primo in cui il paese rispondeva a un attacco avvenuto in casa, nel cuore del proprio impero politico ed economico.

Dopo l’11 settembre, la polarizzazione tra il popolo americano e il nemico che lo attaccava interessò la società americana nel suo insieme.

La disumanizzazione del nemico non ha riguardato soltanto chi era responsabile delle decisioni da cui sono originate le torture nelle prigioni della CIA, ma anche chi criticava queste stesse decisioni.

Secondo il sito Just Security, che si occupa di sicurezza nazionale e diritti umani e civili ed è legato alla facoltà di Legge della New York University, la spersonalizzazione del nemico ha anche riguardato le organizzazioni umanitarie che contestavano la tortura, ma che ne fecero più una questione di coscienza nazionale che di difesa delle vittime. «Il dibattito sulla tortura negli Stati Uniti», scrive Just Security, «ha riguardato tutto tranne le persone torturate: ha riguardato termini statutari, disposizioni costituzionali, ipotesi inverosimili e racconti conflittuali sul nostro carattere nazionale, ma le storie delle persone sono rimaste ai margini».

“Tribute in Light”, l’installazione artistica in ricordo degli attentati dell’11 settembre (AP Photo/Mark Lennihan)

Tutto questo, naturalmente, è servito anche ai nemici degli Stati Uniti: l’utilizzo e la legittimazione della tortura sono rimasti una macchia nella reputazione del paese, che ne mina la credibilità. Dopo il suo primo incontro con il presidente americano Joe Biden, per esempio, il presidente russo Vladimir Putin (che non può certo considerarsi un esempio di rispetto dei diritti umani) ha subito ricordato ai giornalisti che la prigione di Guantanamo è ancora aperta, chiedendo retoricamente «e questi sono diritti umani?».

In una recente intervista con la storica americana Ruth Ben Ghiat pubblicata sulla newsletter Lucid, rispondendo a una domanda sulla legittimazione della tortura, la studiosa Asha Rangappa dell’Institute for Global Affairs dell’Università di Yale ha detto: «L’11 settembre ha avuto la capacità di riunirci, come popolo americano, di fronte alla minaccia esterna: per un momento la paura ci ha fatto sentire una vera connessione come concittadini o vicini di casa. Subito dopo tutto questo si è trasformato in una mentalità del “noi contro di loro” che ha profondamente danneggiato la nostra democrazia».