(ANSA/MATTEO CORNER)

La svolta delle firme digitali per i referendum

Da qualche settimana in Italia si può firmare online una richiesta referendaria, e gli effetti sono già notevoli

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Nelle ultime settimane il dibattito politico italiano si è concentrato, oltre che sulle restrizioni per la pandemia e le imminenti elezioni comunali, sull’elevato numero di proposte di referendum. A metà agosto erano state raggiunte le 500mila firme necessarie per chiedere un voto sulla legalizzazione dell’eutanasia, mentre la proposta per un referendum sulla legalizzazione della cannabis ha ottenuto più di 200mila firme nei primi due giorni di raccolta delle adesioni; e sui giornali ha persino trovato spazio una richiesta di referendum per abolire la caccia.

Il merito è soprattutto di un oscuro emendamento alla recente legge di conversione del decreto semplificazioni che permette di raccogliere le firme dei sottoscrittori online grazie alla firma digitale; senza banchetti, carte e scartoffie per firmare su appositi fogli di carta, come si faceva finora.

L’emendamento era stato presentato dal deputato di +Europa Riccardo Magi ed è stato approvato in via definitiva assieme alla legge di conversione. È entrato in vigore da subito, e ha permesso alla richiesta di referendum sull’eutanasia di arrivare rapidamente al minimo necessario di 500mila firme grazie alle 70mila firme online raccolte in pochi giorni.

Sulla scia dell’entusiasmo, gli stessi proponenti – cioè l’Associazione Luca Coscioni, legata al mondo dei Radicali – hanno poi presentato un referendum sulla legalizzazione della cannabis, con risultati significativi. Per raccogliere poco meno di 300mila firme hanno circa due settimane di tempo, ma i primi risultati sono molto incoraggianti: soprattutto grazie alla firma digitale.

La firma digitale è un tipo di firma elettronica qualificata frutto di un processo informatico che equipara un’adesione data online, quindi a distanza, a una firma scritta, garantendone l’autenticità. Uno degli strumenti utilizzati per realizzarla, grazie ad una recente modifica normativa, si chiama SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) e ormai da un paio d’anni è utilizzato da diversi siti e app della pubblica amministrazione, da quelli dei comuni fino a IO, la principale app per accedere ai servizi della pubblica amministrazione fra cui anche il Green Pass.

L’emendamento di Magi permette di usare lo SPID per sottoscrivere anche una richiesta di referendum. Per farlo, il comitato promotore deve attrezzare un apposito sito – con tutti i sistemi di sicurezza necessari – che permetta di firmare dal proprio computer o dispositivo mobile.

La procedura in sé è molto rapida. I promotori chiedono una mail, e la regione, la città e il comune in cui si è iscritti ai registri elettorali. Poco dopo, chi intende firmare riceve una mail con un link dedicato: la pagina contiene una richiesta di identificarsi con lo SPID, che viene trasferita al proprio dispositivo mobile. Dopo essersi identificati – con un’apposita password – il sistema registra la firma digitale e provvede a inviare una mail di conferma. Il tutto dura circa un minuto.

L’introduzione della firma digitale apre delle prospettive inaspettate alla promozione dei referendum: secondo una stima di maggio dell’AGID, l’Agenzia per l’Italia digitale, la possiedono infatti circa 20 milioni di persone, più di un terzo di tutta la popolazione. Il suo utilizzo si è diffuso anche grazie ad alcune iniziative prese dal governo durante la pandemia, come ad esempio il cosiddetto “cashback di stato”.

«La firma digitale ha finalmente dato un senso anche politico ai social», ha detto il presidente dell’associazione Luca Coscioni, Marco Perduca, lasciando intuire che le campagne referendarie saranno promosse sempre più sui social. «Sarà molto più facile raggiungere il quorum», ha detto al Sole 24 Ore l’ex segretario dei Radicali Gianfranco Spadaccia, secondo cui però «i banchetti non scompariranno mai: la gente vuole conoscere, parlare con i leader, confrontarsi di persona, partecipare per strada. Era vero per noi negli anni Settanta, e credo lo sarà sempre».

In realtà circolano già estesi timori sulla quota minima di 500mila firme per richiedere un referendum, ritenuta troppo bassa: basti pensare ai milioni di follower di cui dispongono politici e celebrità varie sui social network. Ma la quota di 500mila era ritenuta antiquata anche prima dell’introduzione delle firme digitali: già nel 2014 l’allora governo Renzi provò ad aumentarla a 800mila. Il problema più grande per alzarla, però, è che la quota è prevista dall’articolo 75 della Costituzione, che può essere modificata soltanto con un processo lungo e complesso, nonché politicamente rischioso. Ci vogliono infatti due approvazioni ciascuna per ogni camera del Parlamento, e per evitare un voto popolare serve una maggioranza di due terzi dei parlamentari.

Al momento l’Italia rimane uno dei rarissimi paesi che dispongono di strumenti digitali per la raccolta firme dei referendum. Negli Stati Uniti leggi del genere sono entrate in vigore nei mesi scorsi in Massachusetts e Ohio, mentre in Svizzera – un paese abituato a tenere anche vari referendum all’anno – esiste la cosiddetta firma «semi-digitale»: «i simpatizzanti possono stampare il loro foglio della raccolta firme, firmarlo e rispedirlo per posta», spiega SwissInfo.

All’interno dell’Unione Europea dal 2012 esiste l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE): se una certa proposta viene sottoscritta online da almeno un milione di europei entro un anno, viene portata davanti alle istituzioni europee. Delle decine di proposte avanzate soltanto sei sono state in qualche modo fatte proprie dalle istituzioni.

In Italia, comunque, non saremo sommersi dai referendum, almeno nei prossimi anni. Per via della concomitanza fra l’elezione del nuovo capo dello stato nel 2022 e l’elezione del nuovo Parlamento, non più tardi del 2023 – due periodi a ridosso dei quali non si possono raccogliere firme per indire referendum, per legge – i prossimi si potranno tenere soltanto nel 2024 o più probabilmente nel 2025. Per allora, è plausibile che il nuovo Parlamento o il nuovo governo abbiano adottato dei correttivi come l’aumento della quota minima di firme per richiedere un voto su un certo tema.