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  • Martedì 7 settembre 2021

A ottobre a Rosarno non si voterà

Anche nel comune calabrese avrebbero dovuto esserci le amministrative, ma è stato sciolto per la terza volta per infiltrazioni della 'ndrangheta

(ANSA/FRANCO CUFARI)
(ANSA/FRANCO CUFARI)
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A Rosarno, 14.200 abitanti nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, il 3 e 4 ottobre si sarebbero dovute tenere le elezioni amministrative, come in molte altre città d’Italia, per il rinnovo del consiglio comunale. Non succederà: per la terza volta nella sua storia il comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose, e ne è stato disposto il commissariamento. L’ha deciso il 27 agosto il Consiglio dei ministri su proposta della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese in base all’articolo 143 della legge 267 del 2000, che stabilisce lo scioglimento dei «consigli comunali e provinciali quando emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori».

Era già successo nel 1992 e nel 2008 e sempre per lo stesso motivo: infiltrazioni della ‘ndrangheta nel consiglio comunale e nella giunta. Quella della collusione tra politica e criminalità è una storia che a Rosarno, ma più in generale in molti comuni calabresi, si ripete da decenni. Nel 2010 l’allora procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone spiegò, nel corso di una conferenza stampa, ciò che era stato scoperto durante le intercettazioni di un’operazione di polizia contro il clan Pesce, uno dei più forti e temuti di tutta la Calabria:

«A Rosarno su 15.000 abitanti ci sono almeno 250 affiliati e se ne affacciano non meno di 7 ogni settimana. Se a questi aggiungiamo parenti, amici o conoscenti, significa che la ‘ndrangheta controlla la vita dei cittadini con un metodo quasi democratico, senza usare la violenza, perché ha la maggioranza».

L’intercettazione di cui parlava Pignatone era quella in cui un vecchio boss, Domenico Oppedisano, diceva a un parente: «A Rosarno siamo più di 250, ci sono settimane che non ne facciamo ma l’altra sera ne abbiamo fatti sette, le nuove piante… Cicciareddu, sette nuove piante». Si riferiva ai nuovi affiliati.

Dice al Post Enzo Ciconte, docente di storia delle mafie italiane all’università di Pavia: «La situazione è un po’ cambiata negli ultimi anni, le indagini della magistratura hanno in parte indebolito i clan della ‘ndrangheta ma il tentativo di entrare nei consigli comunali, di controllare sindaco e assessori, viene ancora messo in atto, gli interessi sono troppo forti. Certo, non sono gli affiliati a questo o quel clan a farsi eleggere ma loro prestanome, o parenti».

Dello stesso parere è anche Antonella Bellocchio, dell’Associazione Antigone Osservatorio sulla ‘ndrangheta: «La pubblica amministrazione è uno dei territori privilegiati delle mafie che cercano alleanze per sopravvivere e, come abbiamo visto con la ‘ndrangheta padana o in  Valle d’Aosta, non fanno differenze fra il Nord e il Sud. Piuttosto molti studiosi e magistrati sono ormai convinti della necessità di riformare una legge, quella sullo scioglimento dei consigli comunali e provinciali, che non riesce a essere la soluzione del problema».

Quella legge però, spiega Antonio Talia, giornalista e scrittore, autore di Statale 106 Viaggio sulle strade segrete della ‘ndrangheta, «è stata necessaria nei comuni dove la situazione era diventata ingestibile, penso per esempio al commissariamento del comune di Reggio Calabria del 2012».

A Rosarno la giunta comunale si era sciolta dopo che lo scorso 13 febbraio il sindaco Giuseppe Idà e metà dei membri del consiglio si erano dimessi. Un mese prima, il 18 gennaio, Idà e il consigliere comunale Domenico Scriva, eletto con l’opposizione, erano stati arrestati con altre 47 persone nell’ambito dell’operazione “Faust”. Durante le indagini sul clan della famiglia Pisano, sui suoi rapporti con altre cosche storiche e sul narcotraffico che si serviva dell’hub portuale di Gioia Tauro, era emerso anche un forte condizionamento dell’attività amministrativa di Rosarno.

In particolare Idà, ex Udc e Forza Italia, eletto sindaco nel 2016 con la lista civica CambiAmo Rosarno, al momento dell’arresto veniva accusato di aver ottenuto voti in cambio della promessa di favori. Nel capo d’imputazione c’era scritto che Idà aveva ricevuto «la promessa di Pisano Francesco, Pisano Salvatore, Pisano Domenico e Iannace Giuseppe di procurargli voti in cambio di altre utilità, tra cui: l’assegnazione a Scriva Domenico – uomo di fiducia di Pisano Domenico – dell’assessorato ai lavori pubblici o, comunque, l’attribuzione al medesimo di altro incarico di prestigio; il mutamento della destinazione urbanistica dei terreni di Pisano Francesco, ubicati in prossimità dello svincolo autostradale».

Secondo la Procura il clan Pisano, i cui aderenti erano conosciuti come “I diavoli di Rosarno”, avrebbero chiesto in cambio di voti anche la riapertura del centro vaccinale a Rosarno, che avrebbe dovuto essere collocato in un immobile di pertinenza della cosca, oltre all’attribuzione della carica di vice sindaco a una persona di loro fiducia e, in generale, l’esecuzione di lavori pubblici interessanti per il clan.

Durante la conferenza stampa tenuta dopo gli arresti dell’operazione Faust, il procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri disse anche: «Il boss Francesco Pisano si è posto come stratega delle elezioni. Abbiamo assistito all’ingerenza dei “diavoli” nella predisposizione della lista, del simbolo della lista e addirittura del programma elettorale. In paese emergeva un collegamento chiaro tra i Pisano e il candidato sindaco. C’è una piena consapevolezza dell’appoggio criminale che veniva non solo accettato, ma nasce prima». Secondo la Procura addirittura era Francesco Pisano a scrivere i discorsi elettorali per Idà.

L’ex sindaco ha sempre respinto tutte le accuse. Si dimise il 13 febbraio: proprio il giorno prima il tribunale del riesame di Reggio Calabria aveva revocato gli arresti domiciliari sostituendoli con il divieto di dimora a Rosarno, che poi era stato sostituito dall’obbligo di firma, due giorni alla settimana, in una stazione dei carabinieri. A luglio, anche questo provvedimento era stato revocato dal tribunale del riesame mentre la Corte di Cassazione, su richiesta degli avvocati dell’ex sindaco, aveva annullato l’ordinanza cautelare applicata a gennaio disponendo un nuovo giudizio.

Pochi giorni prima del commissariamento, l’ex sindaco Idà aveva scritto sulla sua pagina Facebook: «Ovviamente attendiamo l’ufficialità del provvedimento e di conoscere le fantasiose motivazioni poste a fondamento di questa scelta, per poi proporre ricorso al Tar. Difenderemo la nostra onorabilità d’innanzi a chiunque e con tutte le nostre forze».

Con Rosarno il Consiglio dei ministri del 27 agosto ha deciso lo scioglimento di altri due comuni: Simeri Crichi e Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro. «Il problema», dice Ciconte, «è che non esistono più i partiti e non c’è più il controllo su chi viene candidato. Io, da dirigente politico, sapevo vita morte e miracoli di chi si candidava nella lista del mio partito. E si sapeva anche negli altri partiti. Ovviamente valeva anche l’inverso: alcuni dirigenti politici sapevano esattamente di candidare personaggi vicini alla ‘ndrangheta».

Ciconte ha proposto recentemente a tutti i partiti in Calabria di far esporre i candidati con un pronunciamento pubblico contro la ‘ndrangheta. «Nessuno ha risposto, hanno paura forse di perdere voti. Eppure a Lamezia Terme il sindaco Gianni Speranza è stato eletto ed è un amministratore che si batte duramente contro i clan. Nella stessa Rosarno nel 2015 fu eletta la sindaca Elisabetta Tripodi che aveva fatto del ritorno alla legalità il suo cavallo di battaglia».

Secondo Talia «c’è una tendenza, da parte dei clan, a far crescere piccoli politici per poi far fare loro carriera. Non carriere fulminanti, ma carriere di media importanza che li conducano in posti strategici, dove vengono decisi gli appalti, dove si indirizzano i soldi. Questo le cosche lo fanno soprattutto al Nord. Al Sud la tendenza è anche quella di far eleggere parenti e amici, magari inseriti in lista all’ultimo minuto, quasi di nascosto, in modo da non attirare l’attenzione».

I tre commissari straordinari di Rosarno si troveranno adesso a gestire una situazione decisamente complicata in cui spicca il problema delle mancate entrate tributarie: l’evasione delle tasse per acqua e rifiuti arriva all’80%. Inoltre la Regione Calabria chiede la restituzione di 9 milioni di euro di fondi Pisu (Progetto integrativo di sviluppo urbano) per opere che si sarebbero dovute realizzare e non sono andate a buon fine. Tutto questo in un panorama ancora non certo pacificato. Ad aprile, due operazioni di polizia, Pecunia non olet e Handover, avevano portato all’arresto di 53 persone del clan Pesce di Rosarno che, dalla piana di Gioia Tauro, ha esteso la propria influenza in Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Valle d’Aosta, e anche all’estero.

Ciconte spiega che «gli arresti continuano, ma seppur indebolita la ‘ndrangheta resta molto forte, è l’organizzazione criminale ora più potente. Si è diramata in ogni parte d’Italia e si è sostituita alla mafia quando quest’ultima veniva finalmente attaccata, e sconfitta, dallo stato. In concomitanza con i duri colpi subiti dai clan mafiosi c’è anche stato un cambiamento del mercato del traffico di stupefacenti. Dall’eroina si è passati alla più redditizia cocaina che è in mano alle cosche calabresi. E poi le ‘ndrine sono clan prettamente familiari, il fenomeno del pentitismo è minore che nelle altre organizzazioni. I pentiti ci sono, ma meno che nella camorra e nella mafia».