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Larve di mosca soldato nera in uno stabilimento dell’istituto di ricerca svizzero Eawag a Sidoarjo, in Indonesia (Sandec Eawag/YouTube)

L’allevamento di insetti è una buona idea?

Potrebbe ridurre di molto le emissioni inquinanti ma lo sviluppo su larga scala rischia di rafforzare l'attuale consumo di carne e pone diverse questioni etiche

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Larve di mosca soldato nera in uno stabilimento dell’istituto di ricerca svizzero Eawag a Sidoarjo, in Indonesia (Sandec Eawag/YouTube)
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A Decatur, in Illinois, l’azienda francese di biotecnologie InnovaFeed – fondata nel 2016 e attiva nell’allevamento e nella lavorazione degli insetti – sta completando la costruzione di un sito di produzione che potrebbe ospitare, una volta ultimati i lavori, più animali da allevamento di qualsiasi altro singolo sito di allevamento nella storia. Quegli animali saranno larve di mosca soldato nera, una delle specie di insetti più allevate al mondo assieme ai grilli e alle larve di tarma della farina. Secondo le stime di InnovaFeed, il sito a Decatur permetterà di produrre ogni anno 60 mila tonnellate di proteine di insetti, pari a circa 780 miliardi di larve l’anno.

Negli ultimi anni l’allevamento di insetti sta conoscendo un importante successo, e si avvia a diventare un settore economico molto proficuo. Ma di recente sono state sollevate obiezioni all’espansione di questa industria, sia di natura ambientale sia di natura etica. Una delle principali è ben rappresentata dallo stabilimento di Decatur, dove la maggior parte degli insetti allevati sarà destinata alla produzione di mangimi con cui nutrire altri animali.

L’allevamento di insetti per la produzione di mangimi è già da qualche anno definito come un’industria in forte espansione e un’alternativa sostenibile all’agricoltura tradizionale destinata all’allevamento del bestiame. InnovaFeed conta di costruire venti impianti di produzione entro il 2030. Un’altra azienda concorrente, AgriProtein, alleva regolarmente in Sudafrica più di otto miliardi di larve di insetti utilizzando 250 tonnellate di cibo e rifiuti agricoli, tra cui fusti di mais, bucce di patate e verdure deteriorate. L’azienda francese Ÿnsect ha recentemente raccolto 225 milioni di dollari per aprire la più grande fattoria di insetti al mondo ad Amiens, dove conta di arrivare a produrre 100 mila tonnellate di proteine all’anno.

Attualmente la maggior parte dei mangimi per animali proviene da semi di soia e farina di pesce, la cui produzione contribuisce ad aggravare una serie di problemi legati all’agricoltura industriale, tra cui le emissioni inquinanti, la deforestazione e lo sfruttamento eccessivo della pesca. I produttori di mangimi a base di insetti affermano che la riproduzione delle larve richieda meno acqua e meno terra rispetto alla coltivazione della soia, oltre che nessun pesticida né fertilizzante a base di composti chimici. Allevando insetti in fattorie “verticali”, le aziende riescono a produrre grandi quantità di mangime in meno spazio rispetto alle fattorie tradizionali, sfruttando al contempo le capacità degli insetti di trasformare enormi quantità di rifiuti organici in proteine.

Secondo un rapporto della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, la farina di insetti potrebbe sostituire senza effetti negativi dal 25 al 100 per cento della farina di soia o di pesce utilizzata per i mangimi animali. Potrebbe in particolare ridurre la pesca finalizzata alla produzione di farine e oli di pesce utilizzati come mangime per gli allevamenti intensivi, e soprattutto l’acquicoltura, una delle industrie alimentari in più rapida crescita al mondo. Dal 1995 al 2015, secondo un altro rapporto della FAO, la produzione di mangimi per acquicoltura industriale è aumentata del 500%, passando da otto a 48 milioni di tonnellate all’anno.

Oltre che definire margini di guadagno promettenti per le aziende attive in questo settore e scenari teoricamente preferibili in termini di riduzione delle emissioni di gas serra, negli ultimi tempi le prospettive di un allevamento degli insetti su larga scala hanno sollevato una serie di questioni e dubbi sulle stime dei concreti benefici e sulle implicazioni etiche di questa attività. Una delle obiezioni più diffuse riguarda l’allevamento di insetti finalizzato esclusivamente o prevalentemente all’alimentazione del bestiame. Il sospetto condiviso da una parte degli osservatori è che questo tipo di evoluzione dell’industria possa rafforzare ed estendere anziché sostituire o ridurre gli allevamenti tradizionali. La questione etica riguarda invece la possibilità, attestata da diversi studi scientifici, che anche gli insetti siano animali dotati di sensi e sensibilità sufficienti a stabilirne condizioni di vita e di esperienza simili a quelle di altri animali, e che ucciderli non sia quindi da considerare diverso da uccidere, per esempio, i mammiferi.

Di entrambe le argomentazioni si sono recentemente occupati in un articolo sulla rivista Aeon Jeff Sebo, docente di studi ambientali e bioetica all’Università di New York e autore di libri sui diritti degli animali, e Jason Schukraft, dirigente dell’ente di ricerca californiano Rethink Priorities, con un dottorato in filosofia all’Università del Texas ad Austin.

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Uno dei principali argomenti a favore dell’allevamento di insetti riguarda i benefici per l’ambiente, se confrontati con i “costi” attuali delle tecniche e dei metodi di allevamento tradizionale degli animali. E sotto questo aspetto, ammettono Sebo e Schukraft, c’è ben poco da obiettare. Secondo alcune stime, l’agricoltura tradizionale è responsabile del 9 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica (CO2), del 37 per cento di quelle globali di metano (CH4) e del 65 per cento di quelle globali di protossido di azoto (N2O). Oltre a essere la principale ragione del consumo di terra, acqua ed energia nel mondo e una delle principali cause di rifiuti, inquinamento ed emissioni, gli allevamenti intensivi rappresentano anche la principale forma di consumo di antibiotici e il contesto ideale per lo sviluppo di patogeni resistenti agli antibiotici stessi.

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«Chiaramente qualsiasi industria in grado di sostituire l’agricoltura animale tradizionale è, a questo punto, buona», affermano Sebo e Schukraft. Esiste tuttavia il rischio che l’allevamento di insetti e quello tradizionale di animali finiscano per rafforzarsi a vicenda, anziché prendere l’uno il posto dell’altro. A causa degli attuali condizionamenti culturali, secondo Sebo e Schukraft, la vendita di insetti per l’alimentazione umana non è al momento considerata dagli operatori del settore un’attività redditizia su larga scala. Il prodotto dei nuovi allevamenti di insetti è quindi prevalentemente destinato al settore in più forte espansione, l’acquicoltura, in cui la farina di insetti macinata viene utilizzata come foraggio in aggiunta alla farina di pesce.

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Larve di mosca soldato nera in uno stabilimento dell’azienda olandese Protix a Bergen Op Zoom, nei Paesi Bassi, il 28 giugno 2021 (Foto AP/Aleks Furtula)

Attualmente esistono una serie di ostacoli normativi che in Europa e negli Stati Uniti rallentano la crescita dell’industria dell’allevamento degli insetti: i mangimi prodotti in questo modo possono infatti essere generalmente utilizzati per nutrire alcune specie di pesci e il pollame, ma non altri animali. L’industria sta però esercitando pressioni per permettere anche agli allevatori di maiali di utilizzare gli insetti come mangime. Di questo passo, sostengono Sebo e Schukraft, è probabile che l’allevamento di insetti, favorendo una riduzione del costo dell’alimentazione animale, possa portare a un’espansione dei sistemi tradizionali di allevamento intensivo. In questo caso, l’allevamento di insetti rafforzerebbe un’altra catena di approvvigionamento che si è già dimostrata inefficiente. «Le catene di approvvigionamento a base vegetale – incluse quelle per le carni a base vegetale – sono generalmente molto più sostenibili delle catene di approvvigionamento a base animale a cui contribuiscono gli allevamenti di insetti», osservano Sebo e Schukraft.

Gli esseri umani sono in grado di produrre proteine a base vegetale, proseguono gli autori dell’articolo su Aeon, «senza dare vita a migliaia di miliardi di esseri potenzialmente senzienti ogni anno, il tutto allo scopo di poterli poi confinare, uccidere e mangiare direttamente o, più probabilmente, indirettamente, attraverso altri animali d’allevamento». Ovviamente, chiariscono Sebo e Schukraft, nemmeno l’agricoltura mirata alla produzione di proteine a base vegetale è esente da rischi per l’ambiente e dalla possibilità di procurare danni agli insetti o ad altri animali. «La domanda, piuttosto, è come ridurre al minimo i danni inutili, che è una domanda difficile a cui rispondere», affermano Sebo e Schukraft.

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Alcuni operatori del settore, tra cui l’entomologa britannica Sarah Beynon, che gestisce un allevamento di insetti chiamato Bug Farm nel Pembrokeshire, in Galles, condividono una parte delle stesse preoccupazioni di Sebo e Schukraft. A proposito dell’utilizzo di insetti per l’alimentazione del bestiame piuttosto che degli esseri umani, Beynon ha detto al Guardian che l’industria potrebbe effettivamente finire per sostenere un sistema alimentare disfunzionale e dispendioso. «È un trampolino di lancio importante, soprattutto quando si tratta di sostituire la farina di pesce non ecosostenibile, ma in realtà non sta attaccando il problema in sé», ossia l’eccessivo consumo di carne, ha detto Beynon.

«Per me è un po’ folle dare i sottoprodotti dell’agricoltura vegetale agli insetti che vengono poi alimentati in un sistema di allevamento basato sugli animali. Più passaggi hai, nella catena alimentare, più energia e cibo stai sprecando», ha aggiunto Beynon.

Secondo l’imprenditrice Leah Bessa, cofondatrice dell’azienda sudafricana Gourmet Grubb, specializzata nella produzione di gelati a base di larve di mosca soldato nera utilizzate al posto del latte, «le persone stanno iniziando a diventare più consapevoli di ciò che il cibo fa non soltanto ai loro corpi ma anche all’ambiente», e «sono oggi più disposte a provare ciò che prima avrebbero considerato disgustoso».

Uno dei problemi dell’industria alimentare, secondo Bessa, riguarda la mancanza di alternative. «Non penso che dovremmo aspettarci che un solo cibo risolva le cose», ha detto al Guardian. «Il problema con il nostro sistema agricolo è che non abbiamo abbastanza diversità per soddisfare climi e paesaggi diversi, e la cosa ottima degli insetti è che puoi allevarli ovunque, in qualsiasi ambiente», ha aggiunto. Secondo una stima degli analisti della banca britannica Barclays, il mercato degli insetti commestibili raggiungerà i 6,8 miliardi di euro entro il 2030 (oggi vale meno di 850 milioni di euro, mentre quello della carne bovina vale 283 miliardi di euro).

«Il “cibo del futuro” – quello che promette di essere buono per te, per gli animali e per l’ambiente – ha assunto il fascino che un tempo era associato alle start-up della Silicon Valley», scrive il Guardian, sottolineando la diffusa inclinazione dei consumatori più giovani a compiere scelte etiche e sostenibili, e quella dei venture capitalist del settore tecnologico a investire in questa industria.

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Sebo e Schukraft sviluppano poi le argomentazioni di carattere etico a partire da una domanda generale: «Vogliamo incentivare un sistema alimentare che allevi animali nell’ordine di migliaia di miliardi?». Nella maggior parte delle giurisdizioni del mondo, fanno notare, non esistono norme che disciplinino la macellazione degli insetti, e gli operatori sono quindi sostanzialmente liberi di ucciderli nel modo più efficiente. Tra i metodi più comuni negli allevamenti intensivi ci sono la bollitura, il congelamento, la triturazione o la cottura al forno per accelerare l’essiccazione. Ma, aggiungono Sebo e Schukraft, le aziende sono spesso piuttosto restie a condividere molte informazioni sui processi industriali, per paura di offrire vantaggi competitivi alle aziende rivali.

Le larve di mosca soldato nera e di tarma della farina sono in genere allevate in grandi recipienti di plastica, e i grilli in contenitori di cartone. Questi centri di allevamento intensivo, secondo Sebo e Schukraft, somigliano più a complessi impianti di produzione industriale che a fattorie: «In pratica gli animali sono troppo numerosi per essere trattati come qualcosa di diverso da un input materiale in un processo chimico». Fanno l’esempio di un allevamento di mosche soldato nere in Cina, dove gli insetti vivi sono trasportati in un tubo dalle loro rastrelliere di crescita a un sistema di filtraggio che separa le larve dai rifiuti e le trasporta su un nastro verso un grande forno in cui vengono cotte. In successivi passaggi, gli insetti essiccati possono essere trasformati in pellet, olio o farina.

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Kees Aarts, CEO dell’azienda di allevamento di insetti olandese Protix, versa in un recipiente olio ricavato da larve di mosca soldato nera in uno stabilimento dell’azienda a Bergen Op Zoom, nei Paesi Bassi, il 28 giugno 2021 (Foto AP/Aleks Furtula)

Si stima che gli allevamenti commerciali tradizionali provochino ogni anno la morte di 77 miliardi di animali terrestri e tra i 51 e i 167 miliardi di pesci. Sulla base di quanto è accaduto storicamente in questi allevamenti, sostengono Sebo e Schukraft, ci sono pochi motivi per credere che gli operatori possano invece prendersi più cura degli insetti, il cui allevamento – per essere redditizio – richiede densità molto elevate. In questo modo, come altri animali sottoposti ad allevamenti intensivi, gli insetti sono costretti in condizioni per le quali potrebbero non essere ben adattati. E sebbene alcune specie di insetti preferiscano la vita in gruppo, «per altre è probabile che l’alta densità aumenti il rischio di malattie e di cannibalismo».

Il punto sostenuto da Sebo e Schukraft è che il numero di singoli animali coinvolti in questi processi di produzione – oltre agli insetti che gli esseri umani già uccidono per ricavare altri prodotti tra cui la seta, il colorante carminio e la gommalacca, o tramite l’applicazione di insetticidi e pesticidi – dovrebbe indurre maggiori cautele e attenzioni nella valutazione delle implicazioni etiche. Mentre alcune persone ritengono che lo «status morale» degli insetti sia del tutto equivalente a quello di qualsiasi altro animale, scrivono Sebo e Schukraft, altre hanno una visione più restrittiva, legata alle supposte capacità degli animali di «provare consapevolmente piacere e dolore». Ma anche in questa prospettiva esistono studi ed esperimenti che attestano la possibilità che gli insetti siano senzienti e che condividano molti dei tratti che in genere consideriamo prove della sensibilità nei mammiferi.

Uno studio pubblicato nel 2017 sulla rivista scientifica Nature Communications descrisse il ruolo della serotonina – un neurotrasmettitore che regola, tra le altre cose, il tono dell’umore – nella modulazione delle risposte allo stress nei moscerini della frutta. Attraverso particolari vibrazioni i ricercatori indussero nei moscerini caratteristiche della depressione come l’anedonia – l’incapacità di provare piacere – e l’inattività generale. La riduzione della consueta attività comportamentale volontaria fu curata con successo tramite antidepressivi, come in altri esperimenti simili con cani e ratti.

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In un altro esperimento, i cui risultati furono pubblicati nel 2017 in un articolo su Science, i bombi mostrarono segni di grande flessibilità comportamentale e di complessità cognitiva attraverso la capacità di manipolare oggetti con un obiettivo specifico. I ricercatori li addestrarono ad apprendere che lo spostamento e il posizionamento di una pallina potevano essere utilizzati per ottenere una ricompensa, e successivamente gli insetti furono spontaneamente in grado di far rotolare la pallina quando ne avevano la possibilità. I bombi non addestrati furono in grado di capire il “trucco” semplicemente osservando il comportamento di quelli addestrati. E in esperimenti successivi i bombi impararono a risolvere il compito in modo più efficiente utilizzando la pallina più vicina al bersaglio.

Questi studi e altri simili, secondo Sebo e Schukraft, non sono sufficienti ad attribuire in modo inequivocabile caratteristiche biologiche e prerogative proprie dei mammiferi agli insetti, ma indicano che lo studio della comprensione della vita, del comportamento e della sensibilità degli insetti è a uno stadio ancora iniziale. Senza considerare che cosa dia origine all’esperienza cosciente, non soltanto negli insetti ma negli esseri viventi in generale, è già di per sé e da millenni un oggetto di riflessione e un problema ancora in gran parte irrisolto per filosofi e scienziati.

Lo stato attuale delle conoscenze non permette di escludere che anche gli insetti siano animali senzienti, osservano Sebo e Schukraft, e da questo deriverebbe una «responsabilità morale» di considerare comunque questa possibilità quando decidiamo di ucciderne migliaia di miliardi in allevamenti intensivi. Secondo le previsioni degli addetti del settore, questi centri di allevamento intensivo potrebbero presto arrivare a uccidere fino a 50 mila miliardi di insetti ogni anno. Sarebbe un numero di animali uccisi in un solo anno per ricavarne cibo superiore, secondo i calcoli di Sebo e Schukraft, al numero di mammiferi uccisi dagli esseri umani per la stessa ragione nell’intera storia della civiltà.

Nel valutare come ridurre al minimo i danni inutili, affermano Sebo e Schukraft, «come punto di partenza possiamo considerare il benessere degli animali, la salute globale e l’impatto ambientale in modo olistico nella costruzione dei futuri sistemi alimentari, e possiamo considerare la possibilità della sofferenza degli insetti come un fattore importante tra i tanti».