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  • lunedì 30 Agosto 2021

Cosa succede ora agli afghani arrivati in Italia

Dopo la fine della quarantena saranno presi in consegna dal circuito dell'accoglienza diffusa, ma per ora non ci sono abbastanza posti

di Isaia Invernizzi

Con l’ultimo volo italiano decollato dall’aeroporto di Kabul, venerdì scorso, si è conclusa l’operazione Aquila Omnia, che ha consentito di evacuare in Italia 4.890 cittadini afghani che negli anni scorsi avevano collaborato con le autorità italiane e perciò erano a rischio di ritorsione da parte del nuovo regime dei talebani.

Il ministero della Difesa l’ha definita una operazione «molto delicata e complessa fin dalle fasi iniziali». Per dodici giorni otto aerei cargo C-130J dell’Aeronautica militare hanno creato un ponte aereo tra Kabul e Kuwait City, duemila chilometri a ovest, nella penisola arabica. Dalla capitale del Kuwait, i quasi cinquemila afghani sono stati trasferiti all’aeroporto di Fiumicino. In totale sono stati organizzati 87 voli in condizioni di emergenza, soprattutto dopo gli attentati che hanno causato la morte di 170 persone tra le migliaia che stavano cercando di entrare nell’aeroporto per lasciare il paese.

Già dall’arrivo dei primi afghani, il ministero dell’Interno aveva iniziato a valutare come poter accogliere tutte queste persone nei centri di accoglienza delle varie regioni italiane. Inizialmente si era parlato della possibilità di trasferire in Italia circa 2.500 persone, un numero tutto sommato gestibile con le risorse attuali. Nei giorni successivi il numero di persone evacuato è cresciuto fino a raddoppiare. «Il ponte aereo ha portato in Italia un numero di persone ben oltre superiore a quello previsto inizialmente», ha ammesso il ministro della Difesa Lorenzo Guerini.

Tra gli afghani evacuati ci sono 2.136 uomini, 1.301 donne e 1.453 bambini. Tutti sono partiti con pochissimi effetti personali, spesso solo con uno zaino o un sacchetto di plastica pieno di vestiti, perché il posto sugli aerei militari era limitato e la situazione di emergenza, che si è aggravata negli ultimi giorni, ha aumentato i rischi, imposto maggiore velocità nei trasferimenti e richiesto una maggiore sicurezza per le persone e per i militari coinvolti nell’operazione.

Gli afghani sono entrati in Italia con un visto rilasciato dagli uffici dell’ambasciata italiana di Kabul, temporaneamente trasferiti all’aeroporto di Fiumicino, a Roma. Hanno ricevuto un visto VLT, un Visto a Territorialità Limitata, che ha una durata limitata e non consente di lasciare l’Italia nemmeno per entrare in un altro paese europeo. Già dai prossimi giorni i cittadini afghani faranno richiesta per ottenere una forma di protezione, come lo status di rifugiato politico, per cui è prevista una valutazione da parte delle commissioni del ministero dell’Interno, come per tutte le altre persone che arrivano in Italia via mare e via terra. Questa procedura può durare mesi oppure nei casi più complessi anche diversi anni, e non è ancora chiaro se sarà istituito un procedimento agevolato.

Al momento l’attenzione e gli sforzi del ministero dell’Interno si sono concentrati sulla cosiddetta prima accoglienza. Gli afghani, che devono essere sottoposti a una quarantena di dieci giorni per evitare il rischio di contagio da coronavirus, sono stati ospitati temporaneamente in alcune strutture del ministero della Difesa, in quelle gestite dalle Regioni e in una struttura allestita ad Avezzano, in Abruzzo, dove al momento si trovano 1.245 persone. Nei giorni scorsi sono iniziate anche le vaccinazioni con dosi messe a disposizione dalla struttura commissariale per l’emergenza coronavirus.

Gli operatori hanno somministrato le prime 644 dosi nella struttura di Avezzano. Alcune persone avevano già ricevuto la prima dose di vaccini diversi da quelli autorizzati nell’Unione Europea e i medici hanno dovuto valutare quale soluzione scegliere per i richiami. Il direttore dell’agenzia regionale abruzzese della Protezione civile, Mauro Casinghini, che insieme alla Croce Rossa Italiana gestisce il campo di Avezzano, spiega che le persone verranno spostate in altri centri di accoglienza più piccoli solo quando sarà completato e aggiornato il fascicolo sanitario sulla piattaforma vaccinale. «178 sono state trasferite nei centri messi a disposizione dalla Regione Abruzzo e altri 100 a Edolo, in provincia di Brescia», dice. «Sono tutte in buone condizioni di salute: si stanno riprendendo e riposando dopo quello che hanno passato».

Fonti del ministero dell’Interno hanno spiegato al Post che sono stati attivati due circuiti di accoglienza. Il primo riguarda le strutture della rete SAI, il sistema di accoglienza e integrazione di secondo livello gestito dal ministero in collaborazione con l’ANCI, l’associazione dei comuni italiani. La rete, di cui fanno parte 650 enti locali, può accogliere in totale 30.049 persone. Al momento moltissimi posti sono occupati dai richiedenti asilo ospitati in Italia, e da una prima verifica svolta dal ministero e dai comuni non ci sarebbero posti sufficienti ad accogliere i quasi cinquemila cittadini afghani. L’idea del ministero, fra l’altro, è quella di assegnare un massimo di tre famiglie, quindi dieci-quindici persone, a ogni struttura: al momento però non ci sono i numeri per farlo.

Per estendere la rete dell’accoglienza servono risorse economiche da destinare agli enti locali per l’assunzione di nuovi operatori come assistenti sociali, insegnanti di italiano e psicologi. Il governo può stanziarle solo con un nuovo decreto, che dovrebbe essere all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri. Nel frattempo una parte dei soldi necessari è stata già trovata nei fondi a disposizione del ministero dell’Interno.

Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato ANCI all’immigrazione, dice che già nei primi giorni dei trasferimenti moltissimi sindaci di tutti i partiti politici hanno dato la disponibilità dei loro comuni a entrare nella rete di accoglienza SAI. Da una prima ricognizione, sembra che nel giro di pochi giorni possano essere trovati tutti i posti ulteriori che al momento non ci sono. Il ministero è al lavoro per verificare tutte le nuove disponibilità.

Secondo Biffoni la rete SAI è lo strumento migliore per accogliere gli afghani, molto più dei Centri di accoglienza straordinaria (CAS), perché la distribuzione capillare sul territorio garantisce un percorso di inclusione collaudato. «Queste persone sono per definizione dei rifugiati», dice. «Hanno collaborato con l’Italia, hanno provato a costruire un Afghanistan migliore e sono stati costretti a fuggire. Devono accedere a una formazione linguistica, professionale. Serve l’accompagnamento per i bambini nelle scuole italiane e, quando necessario, un aiuto psicologico. L’obiettivo è renderli autonomi: diventeranno cittadini di Prato, di Roma, di Milano, di piccoli comuni».

La storia di questi afghani – molte sono famiglie di persone che hanno collaborato con i militari italiani e che parlano già italiano, con un reddito e una professione – ha spinto anche molti sindaci leghisti, solitamente contrari all’accoglienza dei richiedenti asilo, a dare la propria disponibilità.

L’altro circuito di accoglienza attivato negli ultimi giorni coinvolge le tantissime disponibilità dichiarate da privati e associazioni che hanno contattato le prefetture. Lunedì mattina si è tenuta una riunione tecnica al ministero dell’Interno per capire come potranno essere sfruttate queste nuove e promettenti disponibilità: servono regole precise, uguali per tutti, e percorsi di integrazione uniformi su tutto il territorio nazionale. Verrà predisposta un’apposita convenzione con cui saranno stabiliti gli impegni del ministero e quelli dei privati o delle associazioni coinvolte. Solo quando il ministero avrà concluso la verifica sui posti disponibili nei due canali di accoglienza si potrà distribuire gli afghani in maniera omogenea e capire quanti verranno accolti dalla rete SAI e quanti, invece, saranno ospitati in case private o strutture delle associazioni.

Molte associazioni in tutto il territorio nazionale si stanno preparando per farsi trovare pronte fin da subito, se verranno coinvolte dal ministero nei progetti di accoglienza. Costantina Regazzo, direttrice dei servizi di Fondazione Progetto Arca, che a Milano aiuta persone senza dimora, famiglie indigenti, persone con problemi di dipendenza, profughi e richiedenti asilo, spiega che la fondazione si è resa subito disponibile. Al momento può mettere a disposizione 150 tra posti nei centri di accoglienza e appartamenti. «Siamo in grado di predisporre le strutture per l’accoglienza, cioè organizzare le equipe di operatori specializzati per fronteggiare l’esperienza drammatica che le persone porteranno con sé», dice Regazzo. «Oltre a offrire un posto protetto dove dormire e mangiare, lavarsi e vestirsi, è fondamentale curare anche l’aspetto sanitario e quello psicologico, e porre attenzione particolare alle donne e ai bambini».

La raccolta dei beni di prima necessità a Settimo Torinese (ANSA/JESSICA PASQUALON)

In tutta Italia, la Croce Rossa e le associazioni che stanno gestendo la prima accoglienza degli afghani hanno ricevuto le donazioni di moltissimi cittadini che hanno fornito vestiti e biancheria, beni di prima necessità come bibite e biscotti. C’è chi ha portato spazzolini e lamette da barba, giocattoli e quaderni per i bambini. La scorsa settimana a Settimo Torinese, in provincia di Torino, dove sono stati accolti circa un centinaio di afghani tra cui la metà bambini, molte persone hanno risposto all’appello della Croce Rossa che cercava vestiti e pannolini. Nel giro di poche ore gli operatori hanno raccolto il triplo del materiale che serviva e hanno chiesto di fermare le donazioni.

Lo stesso è successo a Montecatini, in provincia di Pistoia, dove anche alcuni negozianti hanno regalato vestiti e decine di caricabatteria per gli smartphone ai 219 richiedenti asilo ospitati in quarantena in tre alberghi. La Croce Rossa Italiana, che in questi giorni sta impiegando centinaia tra volontari e operatori nelle procedure di accoglienza, ha avviato una raccolta fondi nazionale per sostenere le prossime spese necessarie.