(Carmen Mandato/Getty Images)
  • domenica 18 Luglio 2021

Simone Biles è la più forte, ed è diversa

È già considerata la miglior ginnasta di sempre, ma è anche un’attivista e una celebrità: a Tokyo cercherà un’altra vittoria, a ben 24 anni

di Chiara Paterna
(Carmen Mandato/Getty Images)

La statunitense Simone Biles è considerata la ginnasta più forte di sempre, avendo in questo superato la storica fama di Nadia Comăneci. Il suo medagliere è già oggi il più ricco della storia della ginnastica artistica, e ai Giochi di Tokyo proverà a battere un altro record: vincere un nuovo titolo olimpico nell’all-around, la disciplina in cui si gareggia su tutti e quattro gli attrezzi, a un’età più avanzata di ogni vincitrice del passato, 24 anni. Dalle Olimpiadi del 2016 in poi, però, Biles non è più nota soltanto come atleta, e si è progressivamente allontanata dall’immagine edulcorata e innocua della prima fase della sua carriera. La sua popolarità l’ha resa importante e influente anche sul piano culturale: è un’aperta sostenitrice dei movimenti Black Lives Matter e #MeToo e ha ribaltato molti stereotipi sulla sua disciplina, ispirando nuove generazioni di ginnaste. «I found my voice», ha detto lei: “Ho trovato la mia voce”.

Dall’inizio della sua carriera nel 2013 come senior – la categoria professionistica per ginnaste con più di 16 anni – Simone Biles ha vinto 25 medaglie (di cui 19 d’oro) fra concorsi individuali e all-around, ed è rimasta campionessa del mondo per sette anni consecutivi, tanto da essere soprannominata “the G.O.A.T.”, acronimo di Greatest Of All Time. La più grande di tutti i tempi.

Dopo quasi due anni di assenza dalle competizioni internazionali a causa della pandemia, Biles a Tokyo sarà probabilmente l’atleta statunitense più attesa. Biles ha detto più volte di aver vissuto con sconforto lo slittamento dei Giochi: la ginnastica artistica è una disciplina popolare ma la cui federazione nazionale non è né forte né ricca e non può assicurare il proprio sostegno alle atlete anche al di fuori dei grandi eventi sportivi, come spesso accade per altri sport femminili. Inoltre le ginnaste non hanno una grande longevità sportiva, e a 24 anni Biles può già essere considerata “anziana”: un anno in più può cambiare le cose. Nonostante questo alle qualificazioni ha dimostrato di essere più forte di quando aveva 19 anni, l’età della sua prima vittoria ai Giochi di Rio de Janeiro.

In uno sport in cui si raggiunge l’apice della carriera quando si è poco più che adolescenti e in cui i corpi femminili sono molto simili (piccoli, flessibili, graziosi), Biles è l’eccezione: la sua potente muscolatura le permette di eseguire volteggi e avvitamenti che normalmente richiedono la forza di un corpo maschile. A maggio, per esempio, ha eseguito il doppio carpiato Yurchenko, un salto così difficile e pericoloso che nessun’altra ginnasta lo aveva mai fatto in una competizione ufficiale (neppure Natalia Yurchenko, da cui il salto prende il nome), che prevede una rincorsa iniziale seguita da una capriola all’indietro sulla tavola da volteggio e due salti carpiati (quindi con il corpo piegato e le gambe dritte), prima di atterrare in piedi.
«Non importa che aspetto hai. Puoi lottare per la grandezza, e puoi diventare grande», ha detto Biles. Oggi è allenata dai francesi Laurent e Cecile Landi nella palestra che fondato con la sua famiglia, il World Champions Center di Spring, Texas. «Ha aperto gli occhi a tante ragazze a cui è stato detto che non ce l’avrebbero mai fatta, che non erano abbastanza brave o che non avevano il corpo adatto», ha detto Cecile Landi al New York Times.

L’ascesa sportiva di Biles è andata di pari passo con un crescente attivismo pubblico. La scorsa estate, per esempio, dopo le uccisioni degli afroamericani Ahmaud Arbery, George Floyd e Breonna Taylor da parte della polizia statunitense, Biles si è schierata a favore del movimento Black Lives Matter: «Abbiamo bisogno di giustizia per la comunità nera. Le proteste pacifiche sono l’inizio del cambiamento, ma è triste che ci sia voluto tutto questo perché le persone iniziassero ad ascoltare. Il razzismo e le ingiustizie nei confronti della comunità nera esistono da anni. Quante volte sono successe cose come queste prima che avessimo i cellulari?».

Le posizioni di Biles sono ancora più rilevanti dal momento che la ginnastica artistica rimane oggi una disciplina praticata soprattutto dai bianchi, e in cui il successo non passa da criteri misurabili ma dai pareri di altre persone – i giudici – abituate a valutare in pochissimi secondi atlete che, nella grandissima parte di casi, possiedono corpi molto diversi dal suo. Biles ha detto di aver sperimentato per la prima volta il razzismo in un contesto sportivo dopo la prima vittoria in una competizione internazionale, nel 2013, quando la ginnasta italiana Carlotta Ferlito disse ai giornalisti che, per vincere, lei e la compagna Vanessa Ferrari avrebbero dovuto tingersi la faccia di nero, accusando i giudici di aver favorito Biles solo perché non bianca.

Anche su questo fronte però le cose stanno cambiando. La squadra con cui Biles gareggerà a Tokyo è la più multietnica della storia della ginnastica statunitense: ci saranno Sunisa Lee, la prima atleta della nazionale di origini hmong (un gruppo etnico del Sud della Cina), e l’afroamericana Jordan Chiles, che era vicina al ritiro ma ha cambiato idea dopo aver abbandonato un allenatore dai metodi prepotenti e aver iniziato ad allenarsi con Biles. Il tutto a poco più di due anni dal gravissimo scandalo che portò alla condanna del medico della nazionale Larry Nassar per pedopornografia e molestie sessuali nei confronti di più di 150 atlete. Biles è l’unica ginnasta ancora in attività nella categoria élite tra quelle che hanno subìto e denunciato pubblicamente gli abusi, diventando così un simbolo del movimento #MeToo.

 

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La sua popolarità oggi va quindi molto al di là dello sport. Il 15 giugno è uscita Simone vs Herself, una miniserie su di lei, ha scritto lei stessa un’autobiografia da cui è stato tratto un film, e dopo le Olimpiadi partirà per il Gold Over America Tour, un tour personale di esibizioni – 35 tappe in tutti gli Stati Uniti insieme a ex compagne come Mykayla Skinner e Laurie Hernandez – da cui ha voluto tenere fuori la USA Gymnastics, la federazione nazionale con cui gareggerà ai Giochi ma contro cui è ancora impegnata in una causa legale per il caso Nassar. «È una cosa di emancipazione femminile e di divertimento», ha detto. Il tour sarà finanziato da Athleta, un’azienda di abbigliamento sportivo che punta sull’inclusività, sull’empowerment femminile e sulla sostenibilità ambientale, che Biles ha scelto come suo sponsor dopo aver chiuso il contratto con Nike, investita negli anni dalle polemiche a causa dell’atmosfera definita «tossica» per le impiegate e per le sportive, specie se incinte.

Biles è straordinariamente popolare anche sui social network, e ha più di 4 milioni di follower su Instagram, dove pubblica fotografie molto normali: la vita con il fidanzato, i ricordi delle vacanze, gli aperitivi con gli amici. Una normalità significativa alla luce non solo del suo attuale status, dal momento che ogni anno guadagna milioni di dollari dagli sponsor, ma anche del vecchio stereotipo secondo cui l’unica via per il successo di una ginnasta sia soffrire e sacrificare tutto, dai rapporti sociali agli studi. «Sta smantellando gli ideali malsani su ciò che serve per avere successo e sull’aspetto che può avere una campionessa. Sta contribuendo a ridefinire il potere femminile nello sport», ha scritto la giornalista Lindsay Crouse.

Questo e gli altri articoli della sezione Intorno alle Olimpiadi sono un progetto del workshop di giornalismo 2021 del Post con la Fondazione Peccioliper, pensato e completato dagli studenti del workshop.