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  • domenica 4 Luglio 2021

Quando si camminava per sport

Tra '600 e '800 nei paesi anglosassoni fu popolarissima una disciplina diversa dalla marcia e dalla corsa, con gare lunghe giorni e centinaia di chilometri

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Come ogni volta che ci sono le Olimpiadi (che a quanto pare si faranno), anche quest’anno a qualcuno capiterà di interessarsi a quello sport un po’ strano – e di certo faticosissimo, oltre che per certi versi spietato – che è la marcia. Uno sport che obbliga chi lo pratica a percorrere lunghe distanze a piedi: senza correre ma nemmeno camminare. Ancor prima della marcia, però, esisteva una disciplina sportiva che riguardava, almeno all’inizio, il semplice e puro camminare. Una disciplina che un secolo e mezzo fa in alcuni paesi anglosassoni era seguitissima, e che però svanì quasi del tutto prima ancora delle prime Olimpiadi moderne, nel 1896.

È la disciplina nota come pedestrianism: ai partecipanti era richiesto di camminare (non marciare, e nei limiti possibili nemmeno correre) per ore, a volte anche per giorni. Ebbe successo perché costava poco, si organizzava facilmente e attirava il gioco d’azzardo. Sparì perché ci si scommetteva troppo, perché era troppo facile barare e perché arrivarono, tra le altre cose, gli sport di squadra e le biciclette.

Il pedestrianism – che in italiano può essere tradotto come pedonismo, ma anche come “camminata competitiva” – non ha un vero e proprio inizio, perché così come è impossibile dire quando qualcuno sfidò per la prima volta qualcun altro in una gara di corsa, è altrettanto impossibile dire quando qualcuno lo fece in una gara di camminata. Sembra comunque che la pratica prese piede nelle isole britanniche intorno al Diciassettesimo secolo, a quanto pare per certi aristocratici che si misero a scommettere sulle capacità di resistenza, su determinate distanze o su un certo periodo di tempo, di alcuni loro footmen. Cioè gli assistenti che anticipavano, accompagnavano o seguivano a piedi le carrozze, o che (sempre a piedi) erano mandati dove serviva per portare messaggi.

Con il passare del tempo si affermarono quindi i primi pedoni/atleti, spesso impegnati in imprese solitarie in cui, per esempio, l’obiettivo era camminare per 100 miglia (160 chilometri) in meno di 24 ore: cosa che un certo Foster Powell riuscì a fare nel 1788. Pare anche – ma riesce difficile confermarlo – che nel 1809 un certo Robert Barclay Allardice riuscì a camminare mille miglia in mille ore (quasi 42 giorni), con l’ostacolo aggiuntivo di camminare almeno un miglio ogni ora: sembra che per riposare fosse solito camminare un miglio all’inizio di un blocco orario, per poi dormire circa un’ora e mezza e camminarne un altro prima della fine del successivo blocco orario.

Nella prima metà dell’Ottocento la pratica si consolidò, prima nel Regno Unito e poi anche negli Stati Uniti: aumentarono i praticanti, iniziarono a esserci gare tra atleti e non più in solitaria, e i giornali iniziarono a raccontarle. La camminata competitiva potè inoltre beneficiare del fatto che, per le conseguenze della rivoluzione industriale, una rilevante fetta di popolazione iniziò ad avere un po’ più di tempo e un po’ più di soldi a disposizione. Solo che le alternative per investire quei soldi e quel tempo non erano molte o, se c’erano, erano spesso troppo costose. Per quanto riguarda poi l’offerta di sport da seguire, non è che ce ne fossero molti: specie per chi aveva sì soldi, ma pochi.

Verso gli anni Settanta dell’Ottocento negli Stati Uniti – da poco usciti dalla guerra di secessione – alle molte gare organizzate all’aperto, da un posto all’altro, iniziarono ad affiancarsi gare su pista, così che il pubblico potesse guardarle meglio e chi di dovere riuscisse a controllare che nessuno barasse. Nonostante fosse spesso difficile decretare cosa fosse lecito e cosa no: a volte, infatti, qualche accenno di corsa era concesso, a patto che non diventasse la forma di locomozione predominante.

Come ha scritto Matthew Algeo, autore di un libro sul pedestrianism, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta dell’Ottocento, «le camminate competitive divennero lo sport più seguito degli Stati Uniti» e con riferimento a quelle gare ci fu addirittura chi parlò di una vera e propria «febbre per la camminata».

Tra i camminatori più seguiti e apprezzati c’era Edward Payson Weston. Nato nel 1839 e figlio di un cercatore d’oro, Weston si era fatto una certa fama di camminatore nel 1861, quando in circa dieci giorni aveva camminato per più di 700 chilometri da Boston a Washington, D.C., con lo scopo di assistere alla cerimonia di insediamento di Abraham Lincoln. A quanto pare, lo fece dopo aver perso una scommessa sulle elezioni vinte da Lincoln (lui pensava le avrebbe perse). Tra l’altro, mancò di poco l’obiettivo e arrivò a Washington qualche ora dopo la cerimonia.

Perlomeno, però, Weston si rese conto di essere un ottimo camminatore e – sulla scia di altri grandi camminatori competitivi di quegli anni – trasformò la cosa in una fonte di reddito. Iniziò infatti a prendere parte a sfide in cambio di soldi (percorse per esempio, quasi 2mila chilometri, da Portland a Chicago, in meno di 30 giorni) e anche a tenere lezioni e corsi sui benefici della camminata. Fece perfino una sorta di tournée europea, per sfidare i camminatori da quest’altra parte dell’Atlantico. Tornò poi negli Stati Uniti per gareggiare sia su strada che “su pista”.

Tra le gare di camminata su pista, quelle di maggior richiamo furono le “sei giorni”: che duravano per l’appunto sei giorni, dalle prime ore del lunedì fino alla tarda serata del sabato. Non di più perché la domenica era considerato giorno di riposo, ed erano di conseguenza espressamente vietate le forme pubbliche di intrattenimento.

Secondo Algeo, la gara che segnò il momento più alto delle gare di camminata statunitensi fu proprio una gara sui sei giorni, organizzata a Chicago nel 1875. Fu una gara uno-contro-uno, dove a vincere sarebbe stato il primo dei due in grado di camminare per 500 miglia (pari a circa 800 chilometri) o, in alternativa, quello che si fosse trovato in testa al termine del sesto giorno.

Uno dei due era Weston, descritto come «un dandy del New England che gareggiava con divise appariscenti ed era considerato l’uomo da battere». Lo sfidante era Daniel O’Leary: un tipo che, ha scritto Algeo «non avrebbe potuto essere più diverso da Weston». Nato e cresciuto in Irlanda, O’Leary era arrivato negli Stati Uniti una decina di anni prima, era sette anni più giovane di Weston e praticava la camminata competitiva giusto da un paio di anni, ma con ottimi risultati. In un’intervista, Algeo parlò di quella sfida come del «Muhammad Ali – Joe Frazier di quella generazione».

La gara si svolse su «due piste concentriche» ed era una di quelle in cui «correre non era consentito» e (così come è ancora oggi nella marcia) in ogni momento almeno uno dei due piedi degli atleti doveva toccare il terreno, che era fatto di una sorta di «terriccio compresso». Prese il via non appena possibile nella notte tra domenica e lunedì, alla presenza del sindaco di Chicago e di centinaia di spettatori. O’Leary, descritto come «in gran forma, con passo veloce e braccia coordinate» si avvantaggiò fin da subito. Di converso, secondo uno dei resoconti riportati da Algeo, sin da subito «Weston sembrava trascinare, più che spingere, i suoi piedi».

O’Leary completò il suo primo miglio in 11 minuti, Weston ce ne mise uno in più. E la tendenza continuò: dopo un giorno O’Leary aveva fatto 110 miglia e Weston 91: ma poteva ancora recuperare, magari dormendo meno nelle poche ore di pausa che i due si concedevano (il cibo, invece, lo mangiavano camminando). Ma non andò così: nella notte di giovedì O’Leary aveva 26 miglia di vantaggio, in pratica una maratona.

Nel pomeriggio di sabato, quando O’Leary era ormai vicino alle 500 miglia e quindi alla vittoria, nuove persone arrivarono, per un totale di almeno seimila spettatori. O’Leary finì la sua lunga camminata poco prima della mezzanotte, per la felicità dei tanti che avevano scommesso su di lui, lo sfavorito. Non pago, e nonostante ormai avesse vinto, camminò per altre tre miglia, fino alla mezzanotte.

Sia O’Leary che Weston, comunque, ottennero circa 4mila dollari (pari a circa 100mila di oggi) per aver partecipato. In più, O’Leary ottenne qualche ricompensa da chi aveva scommesso su di lui e anche una fama non indifferente. Come ha scritto Algeo, «i migliori camminatori di quel tempo guadagnavano delle fortune: in parte grazie ai premi in denaro, e in parte grazie alla pubblicità». O’Leary, per esempio, divenne “sponsor” di un’azienda che produceva sale. E finì anche su delle immagini che in qualche modo anticiparono quello che poi sarebbero diventate le figurine sportive.

Weston, intanto, aveva preso piuttosto male la sconfitta e disse che molti spettatori lo avevano ostacolato e minacciato. O’Leary propose una rivincita e dopo un po’ di trattative fu organizzata: nell’aprile 1877, davanti a un pubblico che secondo certi resoconti fu di decine di migliaia di persone. Weston, però, perse ancora.

Dopo la doppia sfida, sia O’Leary che Weston continuarono a gareggiare e furono tra i partecipanti di una serie di gare di camminata organizzate dal parlamentare britannico John Dugdale Astley, che era esperto, appassionato e assiduo scommettitore di corse di cavalli, e che organizzò una serie di “sei giorni” molto popolari, note come le “Astley Belt Races”. Gare con precise regole e ricompense in denaro, al cui vincitore era consegnata una cintura (in inglese “belt”). Con il passare degli anni queste gare, descritte come degli ufficiosi “Mondiali di camminata competitiva”, provarono a movimentare un po’ le cose e permisero agli atleti di correre. Anche perché, dopo anni di esperienza, molti di loro avevano sviluppato un sorta di ibrido tra la corsa e la camminata, a suo modo simile alla marcia novecentesca.

Un’immagine di una delle “Astley Belt Races” (King of the Peds)

Nelle “Astley Belt Races”, sia Weston che O’Leary ebbero modo di vincere, ma finirono poi per perdere più volte contro il camminatore (e un po’ anche corridore e marciatore) britannico Charles Rowell: il quale arrivò a guadagnare fino a 50mila dollari l’anno.

Un’altra immagine di una delle “Astley Belt Races” (King of the Peds)

Con il finire del secolo, la «febbre per la camminata» iniziò a scemare. In parte perché le regole erano spesso confuse e le possibilità di aggirarle molteplici, con grossi problemi per chi gestiva o faceva scommesse.

E soprattutto perché gli spettatori sportivi trovarono nuove pratiche e attività a cui assistere: alcune di squadra, solo per chi poteva permettersele, altre più accessibili anche al resto della popolazione, che in larga misura si appassionò al ciclismo. Proprio negli anni Ottanta dell’Ottocento, infatti, iniziò a diffondersi la cosiddetta safety bicycle: la “bicicletta di sicurezza”, perché molto più sicura dei modelli precedenti, con pedali e catena, con due ruote di simile grandezza e con una struttura generale piuttosto vicina a quella delle biciclette del Novecento. La safety bicycle portò alla diffusione delle gare in bicicletta, sia su strada che su pista, tra l’altro in eventi che duravano e che ancora oggi (seppur con modalità parecchio diverse) durano proprio sei giorni.

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Per quanto qualcuno continui a non ritenere il ciclismo particolarmente vivace e attraente, lo fu comunque molto più della camminata. E visto che le biciclette e le loro parti qualcuno doveva produrle e venderle e commerciarle, le gare di ciclismo attirarono anche interessi commerciali ben maggiori di quelli delle camminate competitive.

Dopo essere stata modificata e codificata, la camminata competitiva finì di fatto con il trasformarsi nella marcia, che nel 1904 fu inserita nelle Olimpiadi come una delle competizioni di una multidisciplina antenata del decathlon e che dalle Olimpiadi del 1908 divenne una gara a sé (che non a caso in inglese si chiama proprio race walking) e che nella sua più lunga versione maschile è lunga 50 chilometri, otto più della maratona.

Quando la camminata competitiva passò di moda qualcuno, tra i più giovani atleti della disciplina, si dedicò alla marcia o alla maratona; altri come Weston e O’Leary preferirono invece restare fedeli alla camminata, senza cimentarsi in altri e più moderni sport.

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Già prima del ciclismo, della marcia e degli altri sport di squadra, c’era comunque chi aveva ritenuto la camminata competitiva non granché avvincente. Sebbene alle gare su pista ci fossero musica, cibo, scommesse costanti (non solo sul vincitore finale ma anche su eventi intermedi) e varie forme di intrattenimento, già nel 1875 un giornalista che assistette alla sfida tra Weston e O’Leary scrisse: «il meglio che si possa dire, è che la camminata non è uno sport coinvolgente».


Per chi, nonostante tutto, voglia approfondire l’argomento, oltre al libro di Algeo (Pedestrianism: When Watching People Walk Was America’s Favorite Spectator Sport) ne esiste anche uno di qualche anno prima: King of the Peds, tra l’altro corredato da un non proprio modernissimo sito, che però è pieno di immagini e informazioni.