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  • sabato 11 maggio 2019

La corsa ciclistica più dura di sempre

Un secolo fa una ventina di corridori finì una corsa a tappe di duemila chilometri, tra i campi di battaglia in cui fino a pochi mesi prima c'era la guerra, sotto la neve e su strade spesso distrutte

di Gabriele Gargantini

Un secolo fa, l’11 maggio 1919, finì il Circuito ciclistico dei campi di battaglia, una corsa a tappe organizzata poco dopo la fine della Prima guerra mondiale, che attraversò le aree di Francia, Belgio e Lussemburgo del fronte nord-occidentale, dove durante il conflitto si combatté di più. Fu una gara durissima: su strade spesso semi-distrutte, a volte sotto la neve, corsa in molti casi da persone che fino a pochi mesi prima erano al fronte; e fu anche mal preparata e mal gestita dal giornale che la organizzò. Del Circuito ciclistico dei campi di battaglia parlano giusto un paio di libri che, soprattutto grazie agli articoli di giornale del tempo, hanno ricostruito la storia della corsa, definita da alcuni «la più dura della storia del ciclismo».

L’armistizio che mise fine alla Prima guerra mondiale fu firmato in un vagone ferroviario a Compiègne, a nord di Parigi, ed entrò in vigore alle 11 dell’11 novembre 1918. Oltre alla cessazione delle ostilità, l’armistizio prevedeva che le truppe tedesche si ritirassero entro due settimane dai territori occupati in Francia, in Belgio e in Lussemburgo e che consegnassero agli Alleati, vincitori della guerra, le loro armi. L’armistizio mise fine a una guerra in cui morirono 15 milioni di persone, la metà dei quali erano civili. Tra i morti c’erano anche diverse decine di corridori professionisti: per esempio Lucien Petit-Breton, che prima della guerra aveva vinto due Tour de France.

A organizzare il Circuito ciclistico dei campi di battaglia fu Le Petit Journal, un quotidiano parigino, conservatore e repubblicano, che esisteva dal 1863. Molte corse ciclistiche nacquero allora grazie ai giornali, che le usavano come opportunità pubblicitarie e per avere qualcosa in più di cui scrivere. Le Petit Journal aveva una discreta esperienza nel settore, perché già da fine Ottocento organizzava la Parigi-Brest-Parigi, una corsa che esiste ancora oggi; ne voleva però una che potesse fare concorrenza al ben più importante Tour de France, che il rivale L’Auto organizzava dal 1903. A inizio novecento Le Petit Journal vendeva due milioni di copie, ma negli anni perse molti lettori. In gran parte perché nel giornale ci fu una scissione: Le Petit Journal fu infatti tra i giornali che accusarono il generale Alfred Dreyfus, francese ed ebreo, di aver venduto segreti militari alla Germania; e per questo molti suoi giornalisti se ne andarono, fondando un altro giornale.

Nel dicembre 1918 Le Petit Journal annunciò l’intenzione di organizzare a Strasburgo, nell’Alsazia che dopo 50 anni era da poco tornata francese, una serie di eventi sportivi. Così come la Lorena, l’Alsazia era – tra le tante altre cose – un grande bacino per nuovi possibili lettori di lingua francese. Nel gennaio 1919 Le Petit Journal annunciò l’evento più importante: il Circuito ciclistico dei campi di battaglia, una corsa che in sette tappe avrebbe percorso duemila chilometri, per buona parte attraverso la zona rossa, quella più segnata dalla guerra: era un’area di 1.200 chilometri quadrati, in cui si riteneva fosse impossibile vivere per via della devastazione. La corsa sarebbe partita da Strasburgo e in senso antiorario sarebbe salita fino al Lussemburgo e al Belgio, per poi tornare verso Strasburgo passando per Amiens e Parigi.

Le Petit Journal riuscì inoltre a offrire premi in denaro notevoli per chi avesse vinto la corsa o alcune sue tappe: il montepremi totale era di circa 40mila franchi. Vincere una tappa significava ricevere l’equivalente di diversi mesi di uno stipendio di un operaio del tempo; vincere la classifica generale corrispondeva più o meno a quattro anni di quello stipendio. Erano premi considerevoli, più alti di quelli previsti dal primo Tour de France del dopoguerra, che si sarebbe corso a luglio.

Le regole della corsa non erano molte ed erano semplici. La classifica si sarebbe fatta sommando i tempi di percorrenza di ogni tappa e seppur c’erano delle squadre, ognuno correva per sé. Non ci si poteva aiutare nel riparare le biciclette e non ci si poteva scambiare biciclette tra compagni. Ognuno doveva cavarsela da solo: Le Petit Journal si limitava a fornire una decina di franchi al giorno a ogni corridore, per dormire e mangiare, a seguire la corsa con alcune auto (nelle quali c’erano i giornalisti, che via telegrafo avrebbero raccontato la corsa sul giornale) e a posizionare alcuni punti firma e di ristoro lungo il percorso (a cui però era permesso fermarsi solo per pochi minuti). La partecipazione era vietata ai tedeschi e agli austro-ungarici – «ne abbiamo visti troppi in guerra», scrisse il giornale – ed era quindi limitata ai francesi e ai loro «amici e alleati».

Molti non poterono iscriversi, perché ancora al fronte (nonostante l’armistizio alcune truppe restavano mobilitate) o perché appena tornati e troppo debilitati. Dei 140 che si iscrissero al Circuito dei campi di battaglia, solo 87 si presentarono a Strasburgo alla partenza della prima tappa, il 28 aprile 1919. Molti erano stati soldati nei territori in cui stavano per pedalare, e oltre alla guerra erano sopravvissuti anche all’influenza spagnola, che in quegli anni uccise milioni di persone. Molti avevano biciclette inadeguate e una preparazione fisica scarsa. Arrivavano da anni terribili e si apprestavano a partire per una corsa di cui Le Petit Journal parlò così: «Tempo pessimo, strade a pezzi, venti ghiacciati e terreni gelati».

Una foto scattata nel 1914 nel nord della Francia (Topical Press Agency/Getty Images)

Tra i partenti c’erano soprattutto belgi e francesi, ma anche uno svizzero e un tunisino. C’erano il francese Jean Alavoine, che aveva (e avrebbe in seguito) vinto tappe al Tour de France; lo svizzero Oscar Egg, che era stato detentore del record dell’ora; il belga Lucien Buysse, che sarebbe diventato il primo gregario della storia e avrebbe vinto un Tour de France nel 1926; il belga Charles Deruyter, secondo alla Parigi-Roubaix del 1913; il tunisino Ali Neffati, piuttosto forte su pista; e il belga Henri Van Lerberghe, vincitore di un Giro delle Fiandre.

Prima tappa: Strasburgo–Lussemburgo, 275 chilometri
La partenza fu all’alba, sotto la pioggia ma su terreni relativamente decenti, perché non toccati dalla guerra. Nei primi chilometri si avvantaggiarono Alavoine, Egg e Van Lerberghe, tra i più esperti del gruppo. Ma che la guerra fosse appena finita era piuttosto evidente. Come scrive Tom Isitt nel libro Riding in the Zone Rouge, «il poco traffico che si incontrava era tutto militare. Perché, in attesa che venisse firmato il trattato di pace di Versailles, la Francia stava rinforzando i suoi confini e occupando parti della Germania sconfitta. Tecnicamente, c’era ancora uno stato di guerra e i francesi volevano rafforzare i loro confini». Ad avvantaggiarsi nella seconda parte della tappa fu Egg: il suo paese era stato neutrale durante la guerra e lui, non avendo combattuto, era probabilmente più in forma di molti altri. Contribuì anche il fatto che il quartetto davanti a lui sbagliò strada per colpa della carente organizzazione del Petit Journal. Egg giunse solo all’arrivo in Lussemburgo dopo 11 ore in sella, a una velocità media di 25 chilometri orari. Una decina di altri corridori arrivarono con una decina di minuti di ritardo: niente di irrecuperabile, per gli standard di un secolo fa.

Ma ci fu anche chi arrivò con otto ore di ritardo, come il francese Louis Ellner, che nessuno conosceva e che correva come “isolato”, cioé senza squadra, e chi arrivò fuori tempo massimo: come l’altro francese André Perrès, un corridore sordomuto che arrivò al traguardo alle sette di mattina del giorno successivo.

Seconda tappa: Lussemburgo–Bruxelles, 301 chilometri
La seconda tappa partì il 30 aprile, dopo un giorno di pausa per dormire, mangiare, riparare le biciclette e provare a rimediare a eventuali acciacchi. Nei primi chilometri Egg cadde, ruppe la bicicletta e si dovette ritirare, perché non aveva gli attrezzi per ripararla. Vinse il belga Albert Dejonghe, che il giorno prima era arrivato sesto. Ci mise 12 ore e arrivò mezz’ora prima del secondo. Si scrisse che il nono, Charles Deruyter, tagliò il traguardo indossando un cappotto da donna, preso chissà dove, quando e come, per ripararsi dal freddo. La temperatura era di pochi gradi sopra lo zero. Finirono la tappa in 57 e in piena notte, 20 ore dopo la partenza, arrivò Ellner, l’isolato.

Terza tappa: Bruxelles–Amiens, 323 chilometri
Fu la tappa peggiore. Si partì alle 4 del mattino e durante la giornata si attraversarono le Fiandre e i campi di battaglia di Ypres, Cambrai e della battaglia della Somme. Fino a quel momento le strade erano in macadam o in pavé; gran parte di quella tappa fu invece su strade sterrate e dissestate dalla zona rossa, percorsa fino a pochi mesi prima da truppe e mezzi militari. Nevicò anche. L’edizione del giorno dopo del Petit Journal non poté raccontare l’esito della corsa, perché nessuno dei corridori era arrivato ad Amiens in tempo. Molti corridori sbagliarono strada, qualcuno molto probabilmente sfruttò passaggi non consentiti, qualcun altro provò a corrompere i giudici per farsi segnare l’arrivo qualche ora prima dell’orario effettivo e qualcun altro ancora si fermò dove riuscì per dormire un po’ e riprendere a pedalare con la luce. Deruyter, quello del cappotto, arrivò per primo: alle 11 di sera, 19 ore dopo la partenza. Ellner arrivò per ultimo, nel pomeriggio del giorno seguente. L’Auto, il giornale rivale del Petit Journal, scrisse che da quando esisteva il ciclismo non c’era mai stata una corsa così dura. Altri criticarono duramente Le Petit Journal per l’approssimazione con cui era stata organizzata la corsa.

Quarta tappa: Amiens–Parigi, 277 chilometri
Alla partenza si presentarono in 27 e quelli con qualche possibilità di vincere la classifica generale, in cui in testa continuava a esserci Deruyter, erano tre. Tutti gli altri avevano almeno dieci ore di ritardo. Per la prima parte di corsa, ancora nella zona rossa, i corridori provarono a procedere compatti, senza attacchi. Poi, nella seconda parte di gara, con un terreno leggermente migliore, un gruppo di sei andò in fuga e tra loro c’era Deruyter. Vinse ancora lui, che arrivò per primo nel velodromo di Parco dei Principi, a Parigi, davanti a circa 20mila spettatori (che nella lunga attesa avevano assistito a diverse gare di ciclismo su pista). Il più applaudito fu però il francese Paul Duboc, che arrivò secondo ed era secondo anche in classifica generale, con giusto qualche decina di minuti di ritardo. Per completare la tappa Deruyter ci mise solo 11 ore, ed Ellner arrivò con solo sette ore di ritardo.

Quinta tappa: Parigi–Bar-le-Duc, 333 chilometri
Fu la tappa più lunga, che passò nei territori della Marna, delle Argonne e della battaglia di Verdun. Isitt ha scritto che «circa il 75 per cento dell’esercito francese combatté a Verdun in un qualche momento della guerra e che in 300 giorni di battaglia morirono per la Francia 400mila persone». Qualcuno tra i corridori aveva combattuto lì pochi mesi prima, qualcuno altro probabilmente conosceva qualcuno che ci era morto.

Duboc era stato squalificato perché pare avesse scambiato la bicicletta con un compagno di squadra e quindi Deruyter era saldamente in testa. Ma poteva ancora succedere di tutto: la corsa era aperta e i poco più di venti corridori ancora in gara erano comunque molto interessati ai premi per le vittorie di tappa, tra le altre cose. L’8 maggio arrivò però una notizia che fece quasi sparire la corsa dalle cronache del tempo, persino da quelle del Petit Journal. Furono infatti annunciati i termini del Trattato di Versailles, che prevedeva le condizioni non negoziabili della resa tedesca. Era una notizia molto attesa in Francia, specialmente in quella parte di Francia in cui si stava correndo il Circuito dei campi di battaglia. La tappa fu vinta da Alavoine, ma Deruyter arrivò poco dopo. Arrivò pure Ellner, che in classifica generale aveva accumulato più di 50 ore di ritardo da Deruyter.

Anche in questa tappa si parlò di scorrettezze varie, ma l’organizzazione non poteva più permettersi di squalificare corridori, perché ne restavano giusto 21. Stesso discorso per le auto che seguivano la corsa: delle sei partite da Strasburgo, tre si erano dovute fermare dopo aver rotto le sospensioni.

Sesta tappa: Bar-le-Duc–Belfort
Si era ormai fuori dalla zona rossa e le strade erano migliori. Il problema è che erano in salita e in discesa, perché si attraversava la catena montuosa dei Vosgi e si arrivava, tra gli altri, in cima al Ballon d’Alsace: una salita di 10 chilometri, con pendenza media al 7 per cento, che molti probabilmente fecero a piedi. Sui giornali se ne parlò pochissimo, perché alle notizie sul Trattato di Versailles se ne erano aggiunte altre due, su un serial killer di Parigi e su un processo per tradimento a quattro giornalisti accusati di collaborazionismo con i tedeschi. Vinse il belga Hector Heusghem, ma Deruyter riuscì a rimanere primo nella classifica generale. Arrivò anche Ellner, ma non si sa quanto dopo, perché nessuno segnò il suo ritardo.

Settima tappa: Belfort–Strasburgo, 163 chilometri
Fu la più breve e umana, che un buon ciclista amatore potrebbe fare anche oggi (con le strade di oggi e le biciclette di oggi). Si partì di mattina, per una volta con la luce, e dopo giusto qualche ora di corsa Deruyter vinse tappa e classifica generale, portandosi a casa diverse migliaia di franchi. Arrivò anche Ellner, come al solito qualche ora dopo, ma comunque in tempo per la cena dell’11 maggio. L’arrivo fu dove oggi c’è la sede del Parlamento Europeo. Sul Petit Journal del 12 maggio, il Circuito ciclistico dei campi di battaglia occupò due colonne; le altre quattro parlavano della guerra e della pace.

Charles Deruyter nel 1921 (Bibliothèque nationale de France)

Dopo il Circuito ciclistico dei campi di battaglia
Il Trattato di Versailles fu definitivamente firmato nel giugno 1919 e nel 1920 un altro giornale, L’Echo de Sports, organizzò un “Piccolo circuito ciclistico dei campi di battaglia”: una gara di un giorno di 180 chilometri, vinta in volata dal forte francese Henri Pélissier. Poi nessuno organizzò più la corsa. Nel giugno 1919 Costante Girardengo vinse il suo primo Giro d’Italia e a luglio si corse il Tour de France, a cui parteciparono solo 69 corridori e che fu percorso a una velocità media di qualche chilometro inferiore rispetto a quellaun prima della guerra. A quel Tour parteciparono 14 corridori che erano stati anche al Circuito dei campi di battaglia e il migliore classificato fu Alavoine, che arrivò quinto. Nel 1933 Le Petit Journal ci riprovò con un’altra corsa: la Parigi-Nizza. Il giornale non esiste più dal 1933 ma la corsa c’è ancora ed è nota come la “corsa verso il sole”, perché scende verso sud, dove in genere arriva il caldo.

Charles Deruyter, che quando vinse il Circuito dei campi di battaglia aveva trent’anni, si dedicò al ciclismo su pista senza grossi risultati, arrivò secondo a un Giro delle Fiandre e morì nel 1953. Louis Ellner partecipò a una Parigi-Roubaix, senza però finirla e negli anni Cinquanta risulta tra i partecipanti di una Parigi-Brest-Parigi. Su di lui non si sa altro.