(AP Photo/Kin Cheung)
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  • venerdì 19 Agosto 2016

Ma la marcia, che roba è?

È uno degli sport più strani e contro-intuitivi delle Olimpiadi – una gara di velocità in cui si va piano – e ha delle regole difficili, spesso applicate in modo parziale

(AP Photo/Kin Cheung)

Oggi, alle 13 ora italiana, inizierà a Rio la 50 chilometri di marcia, la gara sulla distanza più lunga di una delle discipline più strane e – almeno da fuori – incomprensibili delle Olimpiadi: è quella in cui gli atleti invece di correre come ci si aspetterebbe in una gara, camminano in quel modo strano che vi sarà capitato di vedere, ancheggiando molto e muovendo le gambe in modo innaturale. È una gara di velocità in cui gli atleti non vanno più veloci che possono: è uno strano paradosso che si basa su due regole non facili da rispettare e sull’influenza di quelli che dovrebbero farle rispettare. Se avete presente le gare di Alex Schwazer, per citare un atleta famoso in Italia, ecco: la marcia è quella cosa lì.

Camminata competitiva
La marcia ha due regole fondamentali: il marciatore non deve mai perdere il contatto con il terreno (almeno una parte di uno dei due piedi deve sempre toccare terra) e la sua gamba d’appoggio (quella davanti) deve restare dritta e tesa dal momento del contatto a quello in cui l’altra gamba ne prende il posto (più o meno quando passa sotto il busto del marciatore). Queste due regole alla base della marcia la rendono una specie di camminata veloce – “race walking” si dice in inglese, “camminata competitiva” – molto diversa dalla corsa, dove normalmente ci si appoggia su un piede per volta compiendo delle specie di salti tra un passo e l’altro. Una gara di marcia, per dirla con Voxsembra un gruppo di persone che prova a trattenere la pipì mentre corre verso il bagno.

Marcia:

Corsa:

La particolare andatura della marcia è però il modo più efficace che negli anni gli atleti hanno trovato per rispettare le due regole cercando allo stesso tempo di andare il più veloce possibile. In sintesi: le anche e la vita fanno tutto quel lavoro per sopperire all’impossibilità di correre e di alzare entrambi i piedi da terra nello stesso momento. Muovendo molto i fianchi i marciatori riescono a mantenere basso il loro baricentro e fare passi più lunghi: lo scopo finale è portare la gamba posteriore il più avanti possibile e il più in fretta possibile. Ogni passo di un bravo marciatore, visto il modo in cui si ruotano i fianchi, finisce praticamente su una linea retta, esattamente davanti al precedente.

Da dove arriva la marcia?
La marcia fu codificata come sport dopo che nel Diciottesimo e nel Diciannovesimo secolo nel Regno Unito e negli Stati Uniti nacque la passione per le «camminate competitive», gare in cui bisognava arrivare a un traguardo il più in fretta possibile, ma senza correre, e quindi trattenendo i proprio movimenti. La marcia fa parte delle Olimpiadi dal 1904, quando fu una delle competizioni di una specie di antenato del decathlon, la gara in cui gli atleti si affrontano in diverse discipline dell’atletica leggera. Negli anni successivi la marcia divenne invece una disciplina a parte, prima su distanze brevi (1.500 e 3.000 metri) poi su distanze più lunghe. Dalle Olimpiadi del 1992 c’è anche la marcia femminile e ora alle Olimpiadi ci sono tre gare di marcia: la 20 chilometri maschile e femminile e la 50 chilometri maschile. Finora a Rio de Janeiro si è disputata solo la 20 chilometri maschile: l’ha vinta il cinese Wang Zhen in un’ora, 19 minuti e 14 secondi (sui 50 chilometri il record del mondo è 3 ore 32 minuti e 33 secondi, per avere un’idea). Zhen ha però rischiato molto perché aveva ricevuto due cartellini rossi da un giudice per violazioni del regolamento, al terzo sarebbe stato squalificato.

Cartellini rossi e giudici?
Sì. Lungo il percorso di ogni gara di marcia ci sono dei giudici – tra 6 e 9 in tutto – con delle palette: quella gialla è un richiamo, quella rossa è invece una “proposta di squalifica”. Se un atleta riceve tre proposte di squalifica deve fermarsi e abbandonare la gara. Nella gara di Rio vinta da Wang Zhen sono partiti in 74: 34 sono stati richiamati e 6 sono stati squalificati. I giudici stanno lungo il percorso (che per rendere le cose più semplici è un circuito da percorrere più volte) e a occhio nudo guardano gli atleti e decidendo da soli e senza replay se e quando dare i cartellini. In più ogni giudice può sanzionare ogni atleta una sola volta. Se non sono vicini a un giudice o se un certo giudice li ha già sanzionati gli atleti sono quindi liberi di provare a violare le regole e staccare entrambi i piedi da terra o piegare il ginocchio quando non potrebbero. Nella marcia non esiste prova tv, gli atleti quindi non possono essere sanzionati in base a immagini riprese dalle telecamere lungo il percorso.

Che casino
Già. Dipende tutto dagli arbitri, da cosa vedono e da quando lo vedono. Uno studio del 2013 citato dall’Economist ha dimostrato che i giudici di gare importanti sanzionano solo il 57 per cento degli errori totali e già nel 1990 uno studio commissionato dalla IAAF – l’associazione internazionale di atletica leggera – aveva concluso che «le impressioni soggettive influiscono sulle decisioni» dei giudici della marcia. Come ha spiegato un altro studio australiano citato dall’Economist  «l’occhio umano non riesce a processare immagini che gli passano davanti in meno di 0,06 secondi» e molti marciatori di alto livello tendono a staccare entrambi i piedi da terra per un tempo di 0,04 secondi. La marcia è quindi uno sport che accetta, subisce e quasi suggerisce di violare le sue stesse regole, almeno un po’, almeno in certi casi. Allo stesso modo può capitare che un atleta faccia tre infrazioni in una gara le faccia davanti a tre giudici particolarmente attenti e zelanti, e venga squalificato.

La povera Jane Saville
Un caso molto noto che mostra la crudeltà delle regole della marcia è quello di Jane Saville, un’ex marciatrice australiana che nel 2000, alle Olimpiadi di Sydney, stava per entrare in testa nello stadio dove come da tradizione era previsto l’arrivo della gara di marcia – stava per vincere, quindi – quando un giudice le diede il terzo cartellino rosso, squalificandola. Si mise a piangere e a chi le chiese di cosa avesse bisogno disse: «Di una pistola, per spararmi». In realtà, come viene detto anche nella telecronaca italiana, per gran parte della gara si era notato che la sua marcia era piuttosto irregolare e si credeva che i giudici (in realtà di diverse nazionalità) fossero stati particolarmente clementi con lei, in quanto atleta di casa. Quattro anni dopo, alle Olimpiadi di Atene, Saville vinse il bronzo.