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Il Partito comunista cinese ha 100 anni

Fu fondato nel 1921: ha reso la Cina un avversario anche ideologico per l'Occidente, e sotto il presidente Xi Jinping è diventato potente come non era da decenni

di Eugenio Cau
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Giovedì 1° luglio il Partito comunista cinese (PCC) celebra i 100 anni dalla sua fondazione, con una serie di eventi pubblici che hanno l’obiettivo di legittimare il dominio del Partito sulla Cina e l’autorità assoluta del suo leader, il presidente Xi Jinping. Il regime comunista cinese attribuisce grande valore simbolico agli anniversari, e per questo il centenario è considerato una data estremamente importante, e un’occasione attentamente preparata dalla propaganda di stato per ricordare al paese e al mondo i successi del regime: giovedì, nel corso di un’imponente cerimonia davanti a più di 70 mila persone a Pechino, Xi ha detto che niente potrà fermare l’ascesa della Cina e che «soltanto il socialismo può salvare» il paese.

Come unica forza politica che governa in maniera autoritaria sulla seconda potenza mondiale, il PCC è senza dubbio il partito politico più potente del mondo, e la sua permanenza al potere dal 1949 a oggi ha smentito e sorpreso i tanti esperti occidentali che nel corso dei decenni ne avevano previsto il crollo. Oggi tutti gli osservatori ritengono che il potere del partito sia solido, grazie a un misto di adattabilità, preparazione e brutalità da parte della leadership comunista, che ha imparato a bilanciare la repressione politica violenta con i benefici derivati dall’eccezionale crescita economica.

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Il successo del Partito comunista è stato riconosciuto anche all’estero. Per gli Stati Uniti e l’Occidente, per esempio, la Cina è diventata non soltanto un avversario strategico, ma anche ideologico: il modello di governo presentato dal Partito è apparso in questi anni così efficiente che Joe Biden, il presidente americano, ha detto di recente che il successo della Cina ha spinto il mondo a chiedersi «se le democrazie siano in grado di competere».

Sotto molti punti di vista, dunque, i funzionari comunisti potrebbero celebrare l’anniversario con soddisfazione. Ma nonostante questo, il Partito non ha mai smesso di governare la Cina come se fosse sempre prossimo al collasso, con un misto di preoccupazione e di paranoia. Negli ultimi anni il controllo e l’autoritarismo sono semmai aumentati: la repressione del dissenso è diventata più severa, l’ortodossia ideologica più rigida e Xi Jinping, da quando è al potere, ha costretto gli apparati del Partito a studiare il crollo dell’Unione Sovietica, negli anni Novanta, per evitare di commettere gli stessi errori.

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Rivoluzione
Il Partito comunista cinese non è davvero stato fondato il 1° luglio di cent’anni fa. Questa data convenzionale fu scelta negli anni Quaranta del Novecento, ma la maggior parte degli storici concorda sul fatto che la riunione segreta in cui il Partito fu fondato avvenne il 23 luglio di quell’anno in una casa della Concessione francese di Shanghai, cioè la zona della città dominata dai colonialisti francesi (al tempo diverse potenze occidentali si erano spartite la città, occupandone ampie zone). Alla riunione parteciparono meno di 15 persone, tra le quali un giovane Mao Zedong, che nel giro di pochi anni divenne il leader incontrastato del Partito.

Nel 1921 il Partito comunista aveva appena una cinquantina di iscritti, ma crebbe rapidamente fino a diventare una minaccia per il Kuomintang, il partito nazionalista presieduto da Chiang Kai-shek, che allora governava la Cina. La rivalità tra i due partiti si trasformò in una guerra civile nel 1927, nel corso della quale il Partito comunista si trovò sull’orlo della completa distruzione. Nel 1934 avvenne la Lunga Marcia, una gigantesca ritirata delle forze comuniste capeggiate da Mao, che nel corso di diversi mesi percorsero 9.000 chilometri a piedi per sfuggire all’esercito del Kuomintang. La Lunga Marcia è considerata dalla propaganda cinese come un eccezionale atto di coraggio, ma secondo molti storici fu un disastro strategico: si stima che Mao perse quasi il 90 per cento dei suoi uomini, tra morti e disertori.

La guerra civile fu interrotta con l’invasione della Cina da parte del Giappone nel 1937, e lo scoppio della Seconda guerra mondiale nel 1939, quando Partito comunista e Kuomintang si allearono per contrastare l’invasione giapponese. Anche in questo caso, la propaganda degli anni successivi ha esaltato i successi militari delle forze comuniste ma, come ha scritto il giornalista John Pomfret nel suo libro del 2016 The Beautiful Country and the Middle Kingdom, in realtà i nazionalisti sostennero la gran parte delle operazioni di guerra, e oltre il 90 per cento delle perdite cinesi venne dall’esercito del Kuomintang.

Il conflitto civile ricominciò dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, e le forze del Kuomintang, indebolite dalla guerra con i giapponesi e scoraggiate dal regime corrotto e inefficiente di Chiang Kai-shek, non seppero rispondere all’avanzata dei comunisti, benché fossero sostenute dagli Stati Uniti. Nel 1949 i comunisti entrarono a Pechino, e il 1° ottobre Mao annunciò la fondazione della Repubblica popolare cinese, mentre Chiang Kai-shek e quel che rimaneva delle forze nazionaliste si rifugiavano a Taiwan (che rimase indipendente, e decenni dopo si è trasformata in una delle democrazie più libere e vivaci di tutta l’Asia, anche se il suo status è ancora conteso).

Il periodo che va dal 1949 alla morte di Mao nel 1976 fu caratterizzato da enormi cambiamenti ed enormi tragedie. Il Partito comunista consolidò il suo potere su tutta la Cina tranne Taiwan, ma sotto la guida di Mao rimase in uno stato continuo di fermento, agitazione e vendette interne. Le due più grandi tragedie di quel periodo furono entrambe provocate da Mao e dal Partito: il Grande balzo in avanti del 1958, che provocò una delle più grandi carestie della storia e tra i 30 e i 40 milioni di morti, e la Rivoluzione culturale del 1966, in cui morirono tra i 10 e i 20 milioni di persone e da cui la società e l’economia cinesi uscirono devastate.

Una manifestazione per Mao Zedong nel 1949. (AP Photo)

Dopo Mao
Dopo la morte di Mao, il più importante leader del Partito comunista (e della Cina come la conosciamo oggi) fu Deng Xiaoping, che ottenne nel giro di pochi anni due importanti risultati: a partire dal 1979 riformò gradualmente l’economia cinese per aprirla al mercato e alla libera impresa, mettendo le basi dell’eccezionale crescita economica dei decenni successivi, che ha sollevato dalla povertà centinaia di milioni di persone. Inoltre, riformò il Partito per evitare i disastri e l’instabilità dell’èra di Mao.

Tra le altre cose, pose fine al dominio autocratico di Mao, rendendo la gestione del Partito più collegiale; impose un limite di due mandati da cinque anni per le cariche di presidente della Cina e di segretario generale del Partito (detenute tradizionalmente dalla stessa persona, a indicare l’identificazione tra il Partito e lo stato); ed eliminò il culto della personalità che Mao aveva alimentato fino alla sua morte.

Secondo molti studiosi, il principale successo di Deng fu quello di aver saputo creare un nuovo patto sociale tra il Partito comunista e il popolo cinese, in base al quale il Partito avrebbe garantito crescita economica e prosperità, oltre che un grado crescente di libertà personale, in cambio del controllo assoluto sulla vita politica del paese. Deng tuttavia seppe essere anche brutale: quando questo patto sembrò traballante non esitò a reprimere il dissenso con la violenza, come successe nel 1989 con il massacro di piazza Tiananmen a Pechino.

Xi Jinping
I due successori di Deng, Jiang Zemin e Hu Jintao, rispettarono in gran parte l’impostazione data al Partito e all’assetto politico del paese sviluppata dal 1979 in avanti, e inizialmente sembrò che anche Xi Jinping, figlio di un importante dirigente comunista che aveva fatto la rivoluzione con Mao (e che poi era caduto in disgrazia ed era stato riabilitato dopo la morte del dittatore) avrebbe mantenuto lo status quo. Nominato segretario generale del Partito nel 2012 e presidente della Cina nel 2013, Xi in realtà si è dimostrato il leader più ambizioso e innovativo dai tempi di Mao e Deng.

All’inizio del suo mandato ha avviato una grande campagna contro la corruzione che ha messo sotto indagine centinaia di migliaia di persone, tra cui molti membri del partito di alto livello, e negli anni successivi ha rispolverato parte della strategia maoista che era stata abbandonata da Deng. Ha rafforzato la disciplina ideologica, costringendo i funzionari a continue sessioni di studio della teoria comunista, che tra le altre cose ha un forte elemento di revisionismo storico: se fino a qualche anno fa il dibattito sull’eredità di Mao era relativamente vivace anche all’interno della Cina, oggi chi mette in discussione i primi trent’anni di dominio comunista sul paese è accusato di «nichilismo storico».

Xi ha ravvivato il culto della personalità, concentrandolo sulla sua persona, e ha limitato la gestione collegiale del Partito, che ora è in gran parte nelle sue mani. Soprattutto, nel 2018 ha fatto approvare la rimozione del limite di due mandati per la presidenza, lasciando intendere che rimarrà al potere dopo il 2023, quando dovrebbe scadere il suo incarico.

Dopo aver concentrato il potere all’interno del Partito, Xi Jinping ne ha esteso l’influenza in numerosi strati della società: come disse in un discorso del 2017, «a est, a ovest, a sud e a nord, il Partito comanda ogni cosa». Le aziende di stato sono tornate ad avere un’importanza centrale nell’economia, e il governo ha creato degli uffici di controllo politico gestiti dal Partito anche in gran parte delle principali aziende private. Molti famosi imprenditori, come il fondatore di Alibaba Jack Ma, hanno rivelato soltanto di recente di essere membri del Partito.

Il potere del Partito si è esteso a tutta la società: sotto Xi Jinping la sorveglianza e censura dei media e di internet sono aumentate, i pochi spazi di libertà d’espressione (alcuni giornali, alcune associazioni e luoghi d’incontro) sono stati chiusi e ridotti al silenzio, e in generale la società è sotto uno stretto controllo da parte delle autorità, come non avveniva da decenni.

Xi Jinping (AFP PHOTO/ Nicolas Asfouri)

100 anni
Sotto il dominio di Xi Jinping, il Partito comunista cinese arriva a cent’anni dalla fondazione apparentemente in ottime condizioni. Governa la Cina da 72 anni, e tra due anni, nel 2023, supererà il Partito comunista dell’Unione Sovietica come il partito comunista con la permanenza al potere più duratura. Ha più di 92 milioni di membri e non manca di nuove reclute, anzi: poiché l’iscrizione al Partito è necessaria per ottenere i posti di lavoro sicuri e ben pagati nell’amministrazione pubblica e nelle aziende di stato, Xi Jinping negli ultimi anni ha ordinato di ridurre il tasso di nuove ammissioni, per ridurre il numero degli approfittatori. Nonostante questo, la gran parte dei membri del partito è iscritta per tornaconto personale più che per convinzione ideologica.

Diversi sondaggi indipendenti condotti nel corso degli anni, inoltre, hanno mostrato che il livello di soddisfazione della popolazione nei confronti dell’amministrazione pubblica è piuttosto alto, e le grandi celebrazioni per il centenario – cominciate mesi fa con un enorme sforzo propagandistico che tra le altre cose ha portato alla pubblicazione di film patriottici, all’esposizione di cartelli e manifesti, all’organizzazione di innumerevoli cerimonie pubbliche e di eventi celebrativi grandiosi trasmessi in diretta tv – dovrebbero rafforzare tra i cinesi il sentimento di patriottismo e nazionalismo che Xi Jinping ha coltivato per anni.

Come ha scritto l’Economist, il segreto della longevità del Partito sta in un misto di «brutalità», «adattabilità ideologica» e capacità di redistribuire i proventi della crescita economica: al contrario dei partiti autoritari che hanno governato in altri paesi nel passato, il Partito comunista cinese è riuscito a contenere almeno in parte la corruzione e a non trasformarsi in una cleptocrazia.

Nonostante questo, il Partito non è mai stato in grado di risolvere diverse contraddizioni pericolose. Come ha scritto il Financial Times, «gestisce un’economia sofisticata e high-tech animata da energie che sarebbero state famigliari a Milton Friedman (economista americano considerato uno dei massimi campioni del libero mercato, ndr). Ma lo fa con un sistema politico che avrebbe potuto essere stato progettato da Vladimir Lenin».

Secondo molti studiosi, Xi Jinping e i funzionari del Partito sono convinti che il sostegno della popolazione (non soltanto quello delle minoranze oppresse come gli uiguri dello Xinjiang) sia mutevole e che il contratto sociale stipulato ai tempi di Deng e rinnovato fino a oggi sia fragile, perché l’adesione del popolo cinese al dominio del Partito comunista non è dettata da ideologia o convinzione, ma dalle buone condizioni di opportunità economica, prosperità e autonomia personale che il Partito è riuscito a garantire negli ultimi decenni. Se queste condizioni dovessero venire meno, anche il Partito potrebbe crollare.

Anche per questo fin dalla sua ascesa al potere Xi Jinping ha citato in maniera ricorrente l’Unione Sovietica. Disprezza Nikita Khrushchev, il leader sovietico che negli anni Sessanta avviò alcune timide riforme politiche, e soprattutto Mikhail Gorbachev, che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta introdusse riforme che, secondo Xi, portarono al collasso «improvviso, e con un gran fracasso» del Partito comunista sovietico.

Il crollo avvenne perché «nessuno fu abbastanza uomo da alzarsi e resistere», disse Xi in un discorso interno al Partito all’inizio del suo mandato, ed è piuttosto evidente che lui intende essere quell’uomo.