Un seggio elettorale ad Addis Abeba, la capitale etiope (AP Photo/Ben Curtis)
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  • lunedì 21 Giugno 2021

Le discusse elezioni in Etiopia

Avrebbero dovuto essere il culmine delle riforme democratiche del primo ministro Abiy Ahmed, ma non saranno davvero libere

Un seggio elettorale ad Addis Abeba, la capitale etiope (AP Photo/Ben Curtis)
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Le elezioni per il rinnovo del parlamento cominciate lunedì in Etiopia sono a loro modo storiche: secondo il governo, guidato dal primo ministro Abiy Ahmed, sono le prime davvero libere dopo decenni di dittatura, e un grande successo democratico per il paese. Al contrario secondo la maggior parte degli osservatori internazionali, benché queste saranno effettivamente le elezioni più combattute della storia etiope, il successo democratico è messo in ombra dall’atteggiamento sempre più autoritario di Ahmed, il cui partito è di gran lunga il favorito per la vittoria.

Ahmed, nominato primo ministro nel 2018 a seguito di grandi proteste popolari contro la dittatura che governava il paese da decenni, era salito al potere promettendo democrazia, pace e prosperità. Dopo una breve stagione di aperture però – e soprattutto dopo aver ottenuto il risultato storico di aver posto fine alla lunga guerra con l’Eritrea, che gli aveva garantito il Nobel per la Pace – aveva iniziato ad adottare metodi di governo sempre più autoritari. Aveva anche avviato una terribile guerra interna nella regione settentrionale del Tigrè, che gli ha fatto perdere l’appoggio della comunità internazionale e la fiducia di parte degli etiopi.

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Le elezioni, che avrebbero dovuto essere il culmine di un processo di riforme e aperture democratiche, hanno finito per essere piuttosto screditate: un quinto dei distretti elettorali non vi prenderà parte per problemi logistici o perché, a causa di instabilità politica o scontri etnici, non sono garantite le condizioni minime di sicurezza per tenere il voto (per alcune di queste regioni sono già state indette elezioni il 6 settembre); inoltre in molti distretti il Partito della Prosperità di Ahmed corre da solo, perché l’opposizione si è ritirata denunciando intimidazioni e arresti.

Nel Tigrè, dove lo scorso novembre era iniziata una durissima guerra tra l’esercito regolare etiope e le forze fedeli al Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF), che aveva governato tutto il paese fino al 2018, non è ancora stata stabilita una data per le elezioni, e non è chiaro come saranno attribuiti i 38 seggi parlamentari che spettano alla regione. Durante la guerra in Tigrè, che è stata formalmente vinta dall’esercito etiope ma che in realtà è ancora in corso in diverse aree, entrambe le parti sono state accusate in maniera credibile di crimini di guerra e di violazioni dei diritti umani. Attualmente, secondo l’ONU, nel Tigrè centinaia di migliaia di persone si trovano in una situazione umanitaria drammatica e rischiano di essere vittime di una carestia devastante.

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Le elezioni inoltre sono state contestate in altre regioni. Nell’Oromia, la regione più popolosa del paese, che esprime 178 dei 547 seggi parlamentari, il Partito della Prosperità di Ahmed corre di fatto da solo, perché i due principali partiti di opposizione si sono ritirati denunciando intimidazioni da parte delle autorità, che hanno arrestato i principali leader politici contrari ad Ahmed. Il primo ministro aveva perso molto consenso in Oromia, un’altra regione etnicamente instabile, dopo la guerra nel Tigrè, ma il ritiro dell’opposizione gli consentirà comunque di ottenere la stragrande maggioranza dei seggi nella regione.

In generale, e soprattutto dopo la guerra nel Tigrè, diverse libertà democratiche che Ahmed aveva concesso all’inizio del suo mandato sono state ritirate, o ridotte. La stampa, per esempio, dopo un momento di grande vivacità nel 2018-2019, è tornata a essere repressa con durezza: circa venti giornalisti sono stati arrestati negli ultimi mesi e, come ha detto a Reuters Muthoki Mumo, il rappresentante dell’Africa subsahariana del Comitato per la protezione dei giornalisti, «purtroppo l’Etiopia è tornata a essere una delle peggiori prigioni per giornalisti» della regione.

Non tutte le libertà sono state però tolte, e qualche avanzamento è stato comunque fatto: benché non si possano considerare libere, queste elezioni saranno molto diverse da quelle dei decenni passati, quando il partito di governo e i suoi alleati ottenevano il completo monopolio del parlamento, lasciando all’opposizione una manciata di seggi. Quest’anno, invece, il livello di vivacità della campagna elettorale è stato comunque molto maggiore e in molti distretti le elezioni sono combattute.

Tutti gli analisti si aspettano una vittoria schiacciante del partito di Ahmed, che dovrebbe ottenere facilmente la maggioranza assoluta in parlamento. Si comincerà a contare i voti subito dopo la chiusura dei seggi lunedì sera, ma comunque ci vorrà qualche giorno per conoscere i risultati definitivi.