Una scena del film "Chiamami col tuo nome" (2017)

13 libri consigliati dalla redazione del Post

Per chi è in cerca di spunti per decidere cosa leggere quest'estate

Una scena del film "Chiamami col tuo nome" (2017)
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Com’è tradizione da qualche anno ormai, per l’inizio dell’estate abbiamo messo insieme una lista di consigli di lettura della redazione del Post. Non sono tutti libri “da ombrellone”, un po’ perché la definizione di questa categoria libresca è molto fumosa e varia da lettore a lettore, un po’ perché pensiamo che se un libro è bello è bello e basta, ovunque lo si legga.

Ci sono quindi romanzi, saggi, e un sapiente mix delle due cose. Ci sono due premi Nobel, un premio Pulitzer e un premio Strega (ma della categoria Giovani). Per chi preferisce indicazioni più specifiche, abbiamo una storia fantasy apprezzata da un redattore che non ama il fantasy e un libro di storia consigliato da un redattore laureato in Storia. Quest’anno ci sono anche un fumetto e un libro illustrato: quest’ultimo è l’unico che vi consigliamo di non portare in spiaggia, ma solo perché è molto ingombrante. Se poi non trovate niente che vi convinca, potete sempre provare con quelli dell’anno scorso.

L’incanto degli animali di Christiane Nüsslein-VolHard
Tra lockdown e limitazioni ai viaggi, nell’ultimo anno i documentari naturalistici sono stati una valida porticina sul retro per esplorare il mondo bloccato dalla pandemia. Gli animali coloratissimi dalle forme bizzarre che mi mostrava lo schermo mi hanno fatto chiedere come mai in natura ci siano così tanti colori, e al tempo stesso pattern riconoscibili e che si ripetono tra specie molto diverse tra loro (il giallo e nero delle tigri e delle vespe, per esempio). L’incanto degli animali di Christiane Nüsslein-VolHard offre un’ottima risposta, con esempi e spunti interessanti sulla natura, tra estetica e funzione. Si legge velocemente, anche in un viaggio in treno, ora che si torna a viaggiare.
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Emanuele Menietti

Prigione n. 5 di Zehra Doğan
Nel 2016, l’artista, attivista e giornalista curda Zehra Doğan si trovava a Nusaybin, una piccola città turca al confine con la Siria, prevalentemente abitata da curdi. E disegnò ciò che vedeva: edifici ridotti in macerie dai militari del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, dalle cui finestre sventolavano bandiere turche. Il disegno, postato su Twitter, divenne virale e fu soprannominato “Guernica curda”. Per quell’opera, Doğan fu condannata e scontò due anni, nove mesi e ventidue giorni in carcere, senza smettere di dipingere con i materiali che aveva a disposizione in cella: qualche mozzicone di matita, fondi di tè o caffè, cibo, sangue mestruale, fluidi corporei, con pennelli ricavati da capelli o piume d’uccello. Chiese a un’amica attivista di scriverle delle lettere e di lasciare libero il retro delle pagine. Lì avrebbe raccontato, in diretta, la vita nella Prigione numero 5 di Diyarbakir, nella Turchia orientale, facendo poi “evadere” i fogli, uno a uno. Nel libro, realizzato con le altre prigioniere politiche del carcere e in forma mista, disegnata e scritta, Doğan racconta le storie della prigione e la storia del suo popolo. È un memoir grafico, è un libro d’arte, è un libro di storia. È, soprattutto, il risultato di un lavoro che ha saputo trasformare quasi tre anni di reclusione in resistenza e lotta.
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Giulia Siviero

– Leggi anche: Il libro per ragazzi sulla storia di Zehra Doğan

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Le regole della cura di Siddhartha Mukherjee
È un saggio del 2015, molto breve, scritto dall’oncologo americano Siddhartha Mukherjee. Parla di medicina, e magari è un consiglio di lettura condiviso tra medici e studenti di medicina, ma non occorre essere né l’uno né l’altro, per cogliere l’«incertezza» che Mukherjee descrive come elemento costitutivo della medicina stessa, attraverso aneddoti ed esempi, e che forse – in un senso più esteso ma facile da intravedere – è parte quotidiana di molte e diverse professioni e attività umane. Una frase, dal prologo: «“È facile”, proseguì con la sua tipica cantilena nasale, “prendere decisioni impeccabili sulla base di dati perfetti. La medicina vi chiede di prendere decisioni impeccabili anche sulla scorta di informazioni imperfette”». Mukherjee ha 50 anni ed è diventato uno dei più famosi e apprezzati medici scrittori negli Stati Uniti, dopo aver vinto nel 2011 il Pulitzer per la saggistica con L’imperatore del male: una biografia del cancro.
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Antonio Russo

I vagabondi di Olga Tokarczuk
Non lo faccio con tutte le vincitrici e i vincitori del Premio Nobel per la letteratura, ma nel 2019, subito dopo gli annunci dell’Accademia Svedese, mi procurai I vagabondi di Olga Tokarczuk, perché la sua immagine di scrittrice femminista e animalista, nonché anticlericale e con tanto di rasta, cozzava con la maggior parte delle cose che sapevo della Polonia, per le notizie di esteri che ci arrivano, e questo contrasto mi incuriosiva. Abbandonai il libro dopo poche pagine però, perché non riuscivo a capire bene di cosa si trattasse. Quest’anno l’ho ripreso in mano e l’ho letto tutto d’un fiato, forse anche perché è adattissimo ai tempi che stiamo vivendo: viene definito romanzo ma è piuttosto una sequenza di racconti, aneddoti e fantasiose riflessioni o osservazioni, anche molto brevi, accomunate da alcuni temi. Principalmente parla di viaggi, contemporanei e d’altri tempi, in aereo, in treno, per nave. Secondariamente, e per ragioni su cui credo che ognuna possa fare la sua ipotesi personale, parla di parti del corpo umano, conservate come reliquie, come oggetti da esporre nei musei o altro ancora. A tratti è drammatico, a tratti spiritoso. Si presta bene alle orecchie, alle sottolineature e al ricopiare dei passaggi su un diario. Potrebbe anche sembrare una collezione di sogni, alcuni rielaborati fino a diventare storie realistiche, altri molto più vicini alle strane intuizioni che vengono dormendo. Quest’effetto onirico è sicuramente accentuato dal fatto che negli ultimi due anni abbiamo viaggiato molto meno, e quindi i vagabondi, i pellegrini, i viaggiatori e i turisti di Tokarczuk possono sembrare quasi abitanti di un altro pianeta.
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Ludovica Lugli

– Leggi anche: Un estratto dell’ultimo The Passenger, sulla Svizzera

Piranesi di Susanna Clarke
È il secondo romanzo di Clarke, una scrittrice inglese che nel 2004 aveva pubblicato Jonathan Strange & il signor Norrell: parlava di due maghi inglesi del XIX secolo, aveva vinto un sacco di premi ed è considerato un titolo fondamentale del fantasy. Io non amo molto il genere, ma Piranesi è tra i libri più sorprendenti che abbia letto negli ultimi anni: sostanzialmente perché non assomiglia a nient’altro, o almeno a nient’altro che io conosca. È anche questo un fantasy, ma è ambientato in un mondo originalissimo e affascinante, fuori dal tempo e dallo spazio. Se vi fidate, volete sapere poco della trama: il protagonista è un ragazzo che vive in un’enorme e sfarzosa “Casa” piena di statue e stanze, periodicamente allagate da misteriose maree. È un libro criptico, suggestivo, da cui è abbastanza difficile staccarsi man mano che si mettono insieme i pezzi e gli indizi disseminati pagina dopo pagina. Uno di quei libri che, come si dice spesso senza intenderlo davvero, ha forse l’unico difetto di essere troppo breve, per la bellezza e la sapienza dell’immaginario che ha costruito Clarke.
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Stefano Vizio

Le canaglie di Angelo Carotenuto
È la storia della squadra di calcio maledetta per eccellenza, la Lazio degli anni Settanta, ma anche dell’Italia di quel periodo. È raccontata sotto forma di romanzo dal punto di vista di un fotografo che dopo aver vissuto la “dolce vita” viene incaricato di seguire questa squadra strana e bistrattata, con giocatori malpagati e divisi in fazioni, alcuni dei quali spesso armati e legati all’estrema destra romana. Sotto la guida di Tommaso Maestrelli, per molti un padre più che un allenatore, quella che sembra un’accozzaglia di giocatori tra loro estranei riesce incredibilmente a vincere lo Scudetto del 1974, il primo nella storia del club. Ma quella squadra scomparirà poco dopo, tra lutti e tragedie.
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Pietro Cabrio

– Leggi anche: Un libro per imparare ad annoiarsi

Tempi duri di Mario Vargas Llosa
L’ultimo romanzo dello scrittore peruviano Mario Vargas Llosa – primo premio Nobel per la letteratura del suo paese – riprende senza deludere le atmosfere e le ambientazioni dei libri che l’hanno reso famoso, come La città e i cani, La Casa Verde e Conversazione nella «Catedral». È un thriller politico che racconta, mescolando accurate ricostruzioni storiche con pensieri e passioni verosimili ma immaginate, il colpo di stato in Guatemala del 1954 appoggiato dalla CIA e sobillato dagli interessi della United Fruit, la multinazionale delle banane ora rinominata Chiquita. Dentro si mescolano dittatori dominicani, rozzi self-made men, amanti spregiudicate, agenti segreti cubani, prostitute e il pubblicitario e manipolatore di masse Edward L. Bernays, quasi responsabile morale del golpe. Il fascino della storia è accresciuto dalla nota maestria di Vargas Llosa nel giocare con i piani temporali: ogni capitolo è ambientato in un momento diverso, senza alcun rispetto per l’ordine cronologico, con dettagli, scene e incontri che si rincorrono per approfondire i rapporti tra i personaggi, rivelare gli eventi, chiarire trame e ambizioni.
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Arianna Cavallo

Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli
Consiglierei questo libro a tutti quelli che, come me, non sono mai entrati in un reparto psichiatrico: è l’occasione per viverci dentro per 7 giorni, il tempo in cui viene ricoverato il protagonista. Una settimana piena di sofferenza e di speranza, di routine e di eventi inattesi, in cui la normalità si mescola al distacco dal mondo reale, ascoltando i pensieri e le emozioni dei “malati”, dei medici e degli infermieri.
Il libro è pieno del dolore di chi non si sente capito e accolto dal mondo, ma anche del sollievo di chi trova accoglienza e affetto nell’ultimo posto in cui pensava di trovarlo. Siamo tutti matti, alcuni sono solo un po’ più sfortunati o meno capaci di contenere la battaglia che si combatte dentro di sé.
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Marco Surace

– Leggi anche: I libri in finale al Premio Strega

E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu
Per sopravvivere a un’estate caldissima si può trovare rifugio in altre quattro estati caldissime che finiscono in quella del ’98, dei mondiali di Francia. Il dove è una valle della Lorena, una ex città industriale dove la delocalizzazione si è già lasciata dietro disoccupazione, ruderi di fabbriche e sindacati con pochi poteri e ancor meno credibilità. Ma l’estate è la stagione degli adolescenti, e infatti i protagonisti sono Anthony, Hacine e tutti quelli che gli stanno attorno, figli di una classe operaia che non esiste più o seconde generazioni che non si sentono a casa né in Francia né in Marocco. La storia è quello che succede a tutti gli adolescenti: crescono, sognano di andarsene, si innamorano, se ne vanno, in qualche modo ritornano sempre. E si emozionano per le partite di calcio, come nell’estate che è appena cominciata.
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Valentina Lovato

Pregnancy Comic Journal di Sara Menetti
Il sottotitolo, Diario a fumetti di una gravidanza inaspettata, dice più o meno tutto quello che c’è da sapere. Come tutte le cose che riguardano la gravidanza e la genitorialità, mi viene difficile pensare che possa interessare chi non abbia bambini — io non ero mai entrato a contatto con quel mondo, prima d’ora — ma, come succede con tutte le cose quando le si vive in prima persona, ora sono preso da un «Il mondo deve sapere!».
È un ritratto dell’esperienza della gravidanza estremamente gentile ma comunque profondo, in cui l’autrice si mette a nudo su tutte le preoccupazioni e i problemi pratici che possono venire in mente in un momento del genere. E con i disegni viene semplicemente mille volte meglio di come sarebbe potuto venire senza.
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Vittorio Bossa

– Leggi anche: Il libro del film che ha vinto l’Oscar

Le divoratrici di Lara Williams
Nessuno mi aveva mai raccontato il cibo nel modo in cui lo fa la scrittrice inglese Lara Williams nel suo primo romanzo, Le divoratrici. Il titolo originale del libro è Supper club, che è il nome del circolo segreto che la protagonista Roberta e la sua amica Stevie mettono in piedi come luogo sicuro di trasgressione e liberazione femminili. Durante gli incontri notturni, le ragazze del Supper Club invadono luoghi non loro, recuperano cibo scartato da altri, cucinano, bevono, ballano e si abbuffano per ore. Da dove viene l’urgenza di usare il cibo e la grassezza come mezzi di liberazione si capisce nel corso del libro, man mano che il lettore scopre il passato di Roberta, dagli anni difficili dell’università a quelli in cui diventa adulta e impara faticosamente a volersi bene. Quella di Roberta è una piccola storia ma è probabilmente una storia in cui moltissime persone si ritroveranno. E il cibo è una metafora, naturalmente, ma la metafora più concreta, ingombrante e succulenta che ci sia.
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Marta Impedovo

Amanti e regine. Il potere delle donne di Benedetta Craveri
Le università italiane non sono necessariamente il posto dove un ragazzo può decostruire i costrutti machisti con i quali nella maggior parte dei casi nasce e cresce. E nella mia esperienza di studente di Storia, peraltro, i punti di vista femminili vengono studiati (comunque poco, dagli studenti maschi) più che altro in relazione ai grandi cambiamenti sociali degli ultimi due secoli. Ma prima? Un modo divertente e utile per colmare eventuali lacune sulle figure femminili dell’età moderna è leggere questa raccolta di Benedetta Craveri, che pur non offrendo riflessioni così profonde e sistemiche sulla condizione delle donne di allora, racconta in modo efficace cosa si inventarono per ottenere spazi di autonomia e di libertà, adattandosi – spesso con fatica e sofferenza – alla società oppressiva in cui vivevano. Le loro sono a volte vite incredibili che sembrano romanzi, come quella di Maria Mancini, nipote di Giulio Mazzarino. Forse non l’avete mai sentita nominare, ma sicuramente conoscete l’uomo che rischiò di sposare, se solo il suo lignaggio fosse stato abbastanza alto: Luigi XIV, il Re Sole.
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Mario Macchioni

– Leggi anche: Lo sai che il Post ha scritto un libro?

Non dire niente di Patrick Radden Keefe
Qualche tempo fa raccolse un certo seguito – persino sulla stampa italiana – il podcast americano “Wind of Change”, che indaga l’ipotesi bizzarra e affascinante secondo cui l’omonima famosissima canzone degli Scorpions fosse stata commissionata dalla CIA come operazione di propaganda durante la fase finale della Guerra fredda. L’autore di quel podcast, Patrick Radden Keefe, in realtà è molto più che un podcaster: è un giornalista del New Yorker e sa raccontare storie realmente accadute con la cura e la costruzione architettonica di trama e personaggi che siamo abituati ad associare ai romanzi. In Italia non abbiamo nemmeno un nome per chiamare il genere – non è esattamente quello che intendiamo per saggistica – mentre nel mondo anglosassone si parla di Narrative non-fiction. Non dire niente è stato, come si dice, acclamato-dalla-critica, e racconta la storia pazzesca della misteriosa scomparsa di una donna, vedova e madre di dieci figli, nel contesto dei Troubles, la lunga guerra in Irlanda del Nord: ed è anche un ottimo modo per conoscere qualcosa in più di quell’altra, di storia pazzesca. Il New York Times lo aveva scelto tra i libri più belli del 2019, l’edizione italiana è uscita a febbraio 2021 per Mondadori.
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Francesco Costa

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