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  • mercoledì 16 Giugno 2021

Immaginare una morte felice, in Svizzera

Nel nuovo The Passenger, lo scrittore Daniel de Roulet racconta il suicidio assistito della madre spiegando com'è regolato dalla legge

La Svizzera è uno dei pochi paesi al mondo in cui sono legali sia l’eutanasia che il suicidio assistito. La prima è ammessa nell’accezione di eutanasia attiva indiretta, in cui a un moribondo vengono somministrate cure palliative che possono abbreviare la vita come effetto secondario, e nell’accezione di eutanasia passiva, quella in cui si rinuncia alle terapie di sostentamento vitale. Il suicidio assistito invece avviene quando «una persona terza oppure un’organizzazione di aiuto al suicidio procura una sostanza letale al soggetto, il quale la ingerisce senza l’aiuto di terzi». Lo spiega il nuovo numero di The Passenger, il libro-rivista su paesi e città del mondo della casa editrice Iperborea, in libreria da oggi: è dedicato alla Svizzera e contiene un articolo dello scrittore Daniel de Roulet sul suicidio assistito della madre, di cui riportiamo un estratto.

Tutte le fotografie della rivista, alcune delle quali mostrate qui, sono di Olivier Vogelsang, fotoreporter di Ginevra che dal 1992 al 2016 ha lavorato per la Tribune de Genève ed è autore di Switzerlanders, un libro sulla Svizzera e le sue contraddizioni. Oltre all’articolo di de Roulet (tradotto da Luigi Maria Sponzilli), il nuovo The Passenger parla di molte altre cose che contraddistinguono la Svizzera, come l’alta frequenza dei referendum, il cambiamento climatico per chi vive sulle Alpi, il «formidabile» esercito, il rapporto con i trasfrontalieri e il multilinguismo.

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Alle dieci in punto l’assistente al suicidio inviata da Exit suona alla porta. È una donna simpatica, sulla sessantina, e ci spiega le formalità. Mia madre deve ancora firmare un documento che nostro cugino le legge lentamente. Lei conferma la sua volontà di morire, solleva i presenti elencati nel documento dall’aver commesso un reato. Siccome è cieca, dobbiamo aiutarla a mettere la penna nel punto giusto e chiederle di calcare il più possibile perché imprima anche la copia. A quel punto ci siamo. Dice, come a malincuore: «Avrei potuto prolungare un po’, ma senza speranza di un miglioramento, sono decisa.»

Poi beve un primo farmaco incolore e insipido, un grande bicchiere di antiemetico. Chiede un fazzoletto per non sporcare la camicetta, si porta lei stessa il bicchiere alle labbra e ne inghiotte il contenuto fino all’ultima goccia. Ora bisogna aspettare dieci minuti perché il farmaco abbia effetto. L’assistente esce dalla stanza e va a preparare il cocktail.

Una coppia di anziani guarda il paesaggio mentre delle ragazze giocano sull’altalena nel Canton dei Grigioni (© Olivier Vogelsang)

Mia madre non dice più niente, e noi neppure, gli occhi fissi sull’orologio per ciechi che annuncia l’ora a voce alta. L’ora è già passata, quindi rimane silenzioso. A cosa pensiamo? Lei, non so; ha gli occhi chiusi come per dormire, con le mani smagrite sul piumino, tranquilla, i capelli in ordine. La vicina parrucchiera è passata il giorno prima. Aspetta? Segue un rituale che ha messo a punto in precedenza? Si prepara, perché sarà lei stessa a togliersi la vita.

L’assistente torna con un bicchiere in mano. «Per essere sicuri che il veleno si diffonda rapidamente» dice «è meglio che si metta seduta sul letto.» Mia madre si fa aiutare da mia sorella, che si allunga dietro di lei e la prende tra le braccia perché vi si appoggi comodamente. L’assistente l’avverte: «La pozione è amara, ma il sapore passerà subito con un bicchiere d’acqua.» Mia madre si muove come una donna molto anziana, ma con gesti precisi. «Si addormenterà e non si risveglierà più.»

Mia madre fa segno di sì. Prende il bicchiere, inghiotte il veleno senza fare una smorfia, poi beve il bicchiere d’acqua e si asciuga la bocca con il fazzoletto.

Nessuno dice più una parola. L’assistente le sussurra all’orecchio: «Signora, le auguro uno splendido viaggio.» Lentamente le due donne la distendono sul letto, mentre i due uomini la guardano intensamente. Mio cugino con l’occhio del medico, io con il nodo alla gola del figlio. Un minuto dopo, sdraiata, dà l’impressione di dormire e russa brevemente. Altri trenta secondi, che a me sembrano un’eternità. L’assistente ci avverte a bassa voce: «Può darsi che ora faccia un sospiro rumoroso.» Ma non succede, la bocca resta socchiusa e la donna mette un dito sulla carotide: «È in pace.» Il tutto è durato due minuti. (…)

Un’agenzia di pompe funebri celebra il suo 150esimo anniversario nel cimitero di Saint Georges a Ginevra, con visite guidate su un trenino, il 30 ottobre 2016 (© Olivier Vogelsang)

Alle undici e mezzo, come previsto, arrivano. Sei funzionari in borghese comandati da una commissaria, che ci allunga il suo biglietto da visita, ci stringe la mano e ci porge le sue condoglianze. Una giovane donna dall’aria sportiva, jeans, scarpe da ginnastica, t-shirt e un bel sorriso. Sembra uscita da una serie tv californiana. Su un fianco ha una pistola di grosso calibro, unico indizio della sua professione. Ci presenta i suoi collaboratori, che a turno ci stringono la mano: un’aiutante della commissaria, una medica legale alta quasi due metri con la sua esile assistente e due agenti della polizia scientifica.

La commissaria spiega la procedura, poi si ritira nella stanza da letto con i suoi collaboratori per esaminare il cadavere. (…)

Nel frattempo telefono alle pompe funebri. L’impiegato mi porge le sue condoglianze e mi spiega che avrà bisogno di sapere con certezza che il corpo è stato «liberato». A dire il vero non capisco bene, ma fisso un appuntamento per il pomeriggio.

A quel punto la commissaria viene a dirci commossa: «La signora aveva una bell’età, ora bisogna aspettare la decisione del procuratore.» Dieci minuti dopo arriva la chiamata e la commissaria dichiara: «Il corpo è stato liberato.» I funzionari di polizia si congedano stringendoci la mano. Non posso fare a meno di pensare che anche loro hanno dato prova di una certa decenza.

Lo scrittore Daniel de Roulet, il 5 marzo 2013 (© Olivier Vogelsang)

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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.
Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.