Una porzione del murale di Banksy dedicato a Zehra Doğan (© Nancy Kaszerman via ZUMA Wire, ANSA)

Si può finire in carcere per un disegno?

È quello che si chiede la protagonista di "Zehra - La ragazza che dipingeva la guerra", romanzo per ragazzi ispirato alla storia vera dell'artista e giornalista curda Zehra Doğan

Una porzione del murale di Banksy dedicato a Zehra Doğan (© Nancy Kaszerman via ZUMA Wire, ANSA)
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Nel 2016 in Turchia l’artista e giornalista curda Zehra Doğan fu arrestata dopo aver pubblicato su internet alcuni post in cui denunciava le violenze del regime turco contro il popolo curdo. In particolare, un suo disegno di Nusaybin (una città turca a maggioranza curda) in macerie e con le bandiere turche che sventolavano sui palazzi divenne virale e fu soprannominato “Guernica curda”, con riferimento al famoso quadro di Picasso che ritrae gli orrori della guerra civile spagnola. Per quell’opera, Doğan fu condannata a quasi tre anni di carcere, che scontò senza smettere di dipingere con i materiali che aveva a disposizione in cella. In quegli anni ricevette solidarietà da organizzazioni internazionali come Amnesty International, e l’artista britannico Banksy le dedicò un murale a New York.

Zehra Doğan è uscita di prigione a febbraio del 2019: la sua storia e quella di altre donne e ragazze detenute nelle carceri turche hanno ispirato il romanzo per ragazzi (dagli 11 anni in su) Zehra – La ragazza che dipingeva la guerra della giornalista e autrice italiana Antonella De Biasi, uscito a giugno per Mondadori. La protagonista del libro si chiama Zehra, è curda, ha 12 anni e la sua storia riprende in parte quella di Zehra Doğan: come lei, viene arrestata e in carcere organizza una mostra delle sue opere.

Pubblichiamo alcune illustrazioni fatte da Zehra Doğan per il libro e un estratto in cui la protagonista fa il disegno della sua scuola distrutta che, proprio come la “Guernica curda”, diventerà la causa del suo arresto.

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Gli scorpioni erano ben visibili dall’alto, col loro manto lucido e nero. Si muovevano per strada, giganti, scuri e con le chele ben in vista. Tutto intorno macerie, filo spinato e bandiere, tante bandiere rosso sangue stese al sole. Il caldo era soffocante.

La guerra quell’estate era arrivata in città, era sempre più vicina ogni giorno che passava. Purtroppo non era una novità da quelle parti. A pochi chilometri in linea d’aria da Diyarbakır c’era la Siria e lì del conflitto ne parlavano tutti, al telegiornale, su Internet, sui social. La guerra in Siria, scoppiata in opposizione al regime della potente famiglia che governava il Paese, durava da qualche anno. A essa si intrecciavano le violenze dell’Isis, un’organizzazione terroristica che con il pretesto della religione seminava il terrore tramite attentati nella regione e in Occidente. In città come Parigi, per esempio, che Zehra avrebbe voluto visitare per ammirare le opere d’arte esposte al Louvre e guardare il panorama dalla Torre Eiffel. Ah, quanto le sarebbe piaciuto essere a tu per tu con Monna Lisa! Conosciuta in tutto il mondo come la Gioconda, non era la sola opera del grande Leonardo che avrebbe voluto ammirare. Zehra avrebbe voluto vagabondare assorta nei colori a olio dei maestri fiamminghi. Avrebbe tentato di riprodurre sul suo blocco La libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, che raffigurava la lotta di tutte le classi sociali contro l’oppressore. Magnifica.

Della guerra in casa, invece, nella città di Zehra non ne parlava nessuno, perché quel conflitto era contro gli invisibili, i fantasmi, i cosiddetti nemici interni. Ecco cosa vuol dire essere curda.

Fu quello che pensò Zehra quel giorno di luglio davanti alla sua scuola in macerie.
Si precipitò sul tetto di un palazzo di fronte all’edificio. C’erano altre quattro persone che salivano davanti a lei, e poche altre a seguirla. Da lassù si poteva vedere l’entità del danno e quanta distruzione era stata prodotta intorno a loro. Non ebbe paura dei rumori, del boato, di ogni suono che facesse pensare a un attacco o a un bombardamento in corso. Voleva solo vedere con i suoi occhi.

I suoni e i rumori della città vecchia erano cessati tutto d’un tratto. Nessun clacson, né urla dal vicino mercato, nessun bambino a giocare per strada, non sembrava neppure estate. Quel giorno c’era un silenzio strano e inusuale per Diyarbakır. Zehra, col fiatone, salì a piedi i cinque piani che la separavano dal terrazzo di quell’edificio rimasto ancora in piedi per miracolo; lo attraversò veloce, quasi strappando le lenzuola e la biancheria stese al sole. Si avvicinò tremante al parapetto e si sporse.
La sua scuola non c’era più.

Davanti a sé aveva una carcassa, una specie di scheletro fumante e dai colori spenti. Era quello il colore degli esplosivi? Era grigio antracite la sfumatura della guerra? Oppure era nero fuliggine, perché era la sottrazione di tutti i colori? Perché avevano colpito la sua scuola?
Fortuna che era luglio e l’edificio era chiuso per le vacanze estive. Nessuna vittima, nessun bambino sorpreso sui banchi mentre cercava di imparare la complicata grammatica turca.

Proprio lì, al terzo piano di quell’edificio pieno di buchi che ora aveva davanti, e con Gulebûk come compagna di banco, avrebbe dovuto frequentare l’ultimo anno delle medie. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Le guance erano arrossate.

Zehra era molto arrabbiata e stringeva i pugni. Si sentiva impotente. L’istruzione era la sola arma per emanciparsi, per comprendere meglio il mondo e far valere i propri diritti. Era fondamentale per lei andare a scuola, imparare. Si trattava del suo futuro, dei sogni confidati al fiume insieme a un’amica.

Senza la scuola nessun desiderio si sarebbe potuto realizzare. Nessuno si sarebbe occupato di ricostruire quell’edificio bombardato e lei non avrebbe potuto continuare a frequentarlo. Né lei, né tutti gli altri bambini e ragazzi.
Tutti i curdi imparano presto a stare attenti: lingua curda vietata, musica curda vietata, cinema curdo vietato, anche i colori del Kurdistan – giallo, verde e rosso – messi insieme sono vietati.

All’incrocio della strada principale dove si trovava la sua scuola c’erano quattro grossi blindati dell’esercito. Gli pneumatici erano giganti e a occhio alti quasi quanto Zehra. C’era polvere nell’aria e non si riusciva bene a respirare, nonostante fosse già passata qualche ora dall’ultimo bombardamento sulla città.

Molte persone in quei giorni terribili si erano nascoste nelle cantine. Moltissimi di loro, tra donne, vecchi e bambini, erano morti sotto le macerie, intrappolati come topi.
«Sei ancora qui?» la voce di suo cugino Xerip la raggiunse alle spalle.
Zehra alzò gli occhi dal blocco da disegno e con l’incavo del braccio si scostò una ciocca di capelli dalla fronte. Aveva il viso sporco, una mistura di colori, polvere e sudore.
«Tua madre ti sta cercando» continuò Xerip. «Devi tornare a casa prima del coprifuoco, lo sai.»
«Ho quasi finito» disse Zehra, muovendo i polpastrelli sul foglio, «devo solo sfumare un po’ questo marrone. E comunque manca ancora tanto all’imbrunire.»
Gli occhi color nocciola di Xerip si illuminarono: «Cavoli…» disse emozionato. «Questo è esattamente quello che fanno alla nostra gente e tu lo hai disegnato».

Xerip era qualche anno più grande di Zehra, frequentava il penultimo anno del liceo, era impegnato con una associazione studentesca e voleva diventare avvocato. La società degli avvocati di Diyarbakır era molto combattiva e un giorno sarebbe stato per lui un onore farne parte.

«Lo sai che nel pomeriggio un’immagine del genere circolava sui social network?» continuò lui.
«Una foto o un disegno come il mio?» chiese Zehra, rannicchiata sul pavimento.
«Era una foto proprio di questa scena: quattro camionette blindate al centro della strada, a bloccare l’incrocio, una dozzina di soldati, tutte le macerie intorno e un unico edificio rimasto ancora in piedi» spiegò Xerip. «E la tua scuola con le bandiere turche rosso vivo con la Mezzaluna all’ingiù nei buchi dove prima c’erano le finestre.»
«Quindi tutti hanno visto quello che sta accadendo?» chiese lei mettendosi in piedi.
«In questo Paese quelli che sanno fanno finta di non vedere, quelli che non sanno credono a ciò che raccontano i potenti. La foto è stata postata su un account governativo» si infervorò Xerip. «Capisci, Zehra? Si sono vantati di quello che hanno fatto!»

Zehra ammirava suo cugino, imparava sempre tanto da lui, perché le spiegava anche le cose complicate che per lei non avevano senso. Sarebbe diventato un ottimo avvocato, ne era certa.
«Allora condividi anche questo» Zehra gli porse il disegno con mano ferma. «Tutti devono sapere che la scuola è distrutta, che qui c’è la guerra.»
Si avviarono verso le scale.
Zehra lasciò suo cugino intento ad armeggiare con lo smartphone e il suo disegno. C’era ancora poco tempo prima che il cielo si tingesse di arancio intenso, dando il via alle variegate sfumature del tramonto. Quando il pomeriggio si fosse colorato di violetto sarebbe partito il coprifuoco.

Doveva cercare Gulebûk e raccontarle della scuola distrutta.
Il giorno dopo il bombardamento Zehra vide che nessuno al telegiornale della tv nazionale parlava di quanto accaduto. Nessuno raccontava della guerra nella sua Amed, delle persone morte, dei campi di grano che si intravedevano dalle mura in lontananza e che qualche settimana prima erano biondi e brillanti alla luce del sole e ora erano tendenti al marrone bruciato.

Zehra era stata testimone oculare di quella distruzione, col suo quaderno degli schizzi e i suoi colori.
«Guarda qua! Le condivisioni stanno aumentando di minuto in minuto» le mostrò Gulebûk, «il tuo disegno sta facendo il giro del mondo!»
«Spero che tutti vedano quello che hanno fatto» disse Zehra. «Quando i carri armati se ne andranno scenderemo per strada e ci faremo sentire.»

© dell’edizione: Mondadori Libri S.p.a., 2021

 

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