(Dan Kitwood/Getty Images)

Cosa c’è dietro all’ultimo crollo del bitcoin

Ha perso quasi metà del suo valore in poche settimane, per via di Elon Musk e di alcune preoccupazioni che riguardano la Cina

(Dan Kitwood/Getty Images)

Nelle ultime due settimane, il prezzo di un bitcoin – la più importante criptovaluta al mondo – è sceso dagli oltre 57.600 dollari del 12 maggio ai 32.600 dollari registrati ieri, domenica 23 maggio, da Investing.com (uno dei più importanti siti di informazione finanziaria al mondo). Il brusco calo, che in termini di euro ha portato il prezzo di un bitcoin da 47.200 a 27.000 euro circa, ha fatto perdere alla criptovaluta attorno al 43 per cento del suo valore, portandola a toccare un minimo da inizio febbraio. Questa diminuzione consistente e repentina del prezzo è arrivata dopo una lunga crescita iniziata a ottobre 2020, che aveva portato un bitcoin a valere oltre 64.400 dollari (53.900 euro) il 14 aprile scorso. Il calo ha avuto una serie di cause, tra cui alcuni discussi tweet di Elon Musk, amministratore delegato della casa automobilistica Tesla e della società aerospaziale Space X (nonché uomo fra i più ricchi al mondo), e un susseguirsi di notizie poco incoraggianti arrivate dalla Cina.


Il primo calo consistente del prezzo del bitcoin nelle scorse settimane era stato il 12 maggio, quando Elon Musk aveva fatto sapere con un tweet di aver sospeso la possibilità di comprare un’auto Tesla in bitcoin fino a quando l’attività che porta alla generazione di nuove unità della criptovaluta (chiamata in gergo mining) non userà fonti di energia più sostenibili di quelle attuali.

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Il tweet, che precisava l’intenzione di Tesla di non volersi disfare dei circa 38.800 bitcoin detenuti (1,2 miliardi di euro), aveva fatto scendere il prezzo della criptovaluta del 17 per cento e provocato reazioni contrariate e incredule nella comunità di investitori e appassionati di bitcoin, perché Tesla e Musk erano ritenuti tra gli “alleati” più importanti nel settore dell’economia e della tecnologia più istituzionali.

Musk aveva infatti introdotto la possibilità di pagare in criptovaluta le sue auto elettriche soltanto lo scorso marzo, dopo l’annuncio di aver comprato bitcoin per 1,5 miliardi di dollari (salvo poi rivenderne il 10 per cento per “provarne la liquidità”). Entrambi gli annunci di marzo avevano fatto salire il prezzo dei bitcoin: il fatto che Tesla li accettasse era un ennesimo segnale della loro crescente diffusione come mezzo di pagamento, mentre l’acquisto di bitcoin da parte della società (che è quotata sul Nasdaq e fa parte dell’indice di borsa S&P 500) faceva sperare che altre imprese avrebbero seguito il suo esempio, comprando la criptovaluta per mettere al riparo parte della propria liquidità dall’inflazione crescente e facendone così salire il prezzo.

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Nei giorni successivi al ripensamento di Musk – che aveva poi ribadito che il suo supporto al bitcoin rimaneva invariato –, altre notizie hanno contribuito a far scendere ulteriormente il prezzo del bitcoin.

Il 18 maggio tre associazioni finanziarie cinesi facenti capo allo Stato hanno avvertito i loro membri (cioè banche, società di pagamenti e altre istituzioni finanziarie cinesi) di evitare qualsiasi attività di finanziamento legata alle criptovalute attraverso un comunicato diffuso sulla piattaforma WeChat. Le associazioni sono la National Internet Finance Association of China, che riunisce società cinesi fornitrici di servizi finanziari via Internet, la China Banking Association, che riunisce le banche, e la Payment and Clearing Association of China, che comprende aziende attive nell’industria dei pagamenti.

Il comunicato aveva l’obiettivo di chiarire alcune prescrizioni della banca centrale cinese in materia di criptovalute già in vigore, che vietano una lunga lista di attività, tra cui accettare criptovalute come mezzo di pagamento, prezzare i propri prodotti in criptovaluta, scambiare criptovaluta con valuta legale (il renminbi), sviluppare borse di criptovalute, fornire servizi legati al trading di criptovalute, alla loro custodia o al loro prestito, nonché creare fondi d’investimento indicizzati all’andamento dei prezzi delle criptovalute.

Tra le sue premesse, il comunicato cita la recente volatilità delle criptovalute e l’aumento dell’atteggiamento speculativo degli investitori, fattori che mettono a rischio “la proprietà delle persone”. Se queste preoccupazioni sono legittime e hanno il loro fondamento, non è un mistero che la banca centrale cinese abbia anche altre ragioni per voler limitare o quantomeno regolamentare la circolazione delle criptovalute. Primo, come qualsiasi banca centrale, vuole mantenere la sovranità che le permette di attuare politiche monetarie efficaci regolando l’ammontare di moneta nell’economia. Se nell’economia venissero usate altre monete su cui non ha controllo, l’efficacia delle sue decisioni potrebbe diminuire. La banca centrale cinese, poi, sta promuovendo la propria valuta digitale, che non è una criptovaluta ma una semplice versione digitale del renminbi (quindi centralizzata e controllata dalla banca centrale cinese), evidentemente in concorrenza con il bitcoin.

Pochi giorni dopo il comunicato delle associazioni finanziarie cinesi, il 21 maggio, una seconda notizia dalla Cina ha fatto scendere ancora il prezzo del bitcoin: il Comitato per la stabilità e lo sviluppo finanziario del governo cinese, ente governativo che coordina la regolamentazione finanziaria ed è presieduto dal vice primo ministro Liu He, ha tenuto una riunione in cui ha espresso la necessità di reprimere il mining di bitcoin e i comportamenti di carattere speculativo per prevenire rischi finanziari per l’intero sistema. Questo annuncio, che non vieta di per sé il mining ma lascia intuire che un divieto potrebbe essere imposto nel prossimo futuro, ha presumibilmente impaurito molti investitori, dato che la Cina è il Paese al mondo in cui si trova la maggior parte dei centri dedicati all’estrazione di bitcoin: il 65% della potenza di calcolo utilizzata dalla rete è concentrato lì.

C’è da dire che la Cina aveva già dato segnali simili nel 2018, senza che il governo centrale introducesse poi effettivamente un divieto sul mining, legge che invece vige in alcune regioni autonome come la Mongolia interna, dove l’attività è comunque molto diffusa a causa del basso prezzo della corrente elettrica. Il 19 maggio scorso, il governo della Mongolia Interna aveva inaugurato una piattaforma con cui i cittadini possono denunciare imprese sospettate di svolgere attività di mining, che spesso si spacciano per data center. La notizia potrebbe aver contribuito al calo del prezzo del bitcoin.

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Se l’estrazione di bitcoin non è ancora vietata in tutta la Cina, le transazioni in criptovaluta lo sono dal 2019, anche se ai cittadini non è vietato possederne. Insomma, finora, nonostante gli annunci e i divieti, il governo cinese è stato piuttosto tollerante nei confronti delle criptovalute. Questa situazione potrebbe tuttavia cambiare, e negli ultimi giorni ci sono stati altri segnali che hanno impaurito ancor più gli investitori, facendo scendere il prezzo del bitcoin fino al minimo registrato domenica.

L’ultimo è arrivato dalla borsa di criptovalute Huobi, società cinese che aveva dovuto spostare la sede alle Seychelles nel 2017, quando la Cina aveva bandito le borse di criptovalute. Domenica, con una mossa che sembra correlata al previsto inasprimento delle regolamentazioni in Cina, Huobi ha fatto sapere di aver ridimensionato o sospeso l’offerta di alcuni suoi prodotti e servizi in diversi Paesi (non meglio specificati), di aver interrotto le vendite di computer per il mining in Cina e di aver chiuso il suo servizio di hosting (cioè il noleggio di data center a chi vuole fare mining ma non possiede l’attrezzatura necessaria) per l’estrazione in Cina.

Nella giornata di oggi, lunedì 24 maggio, il prezzo del bitcoin è risalito fino a circa 38.000 dollari al momento della pubblicazione di questo articolo, con un incremento del 13% nelle ultime 24 ore.