Un lavoratore taiwanese sanifica una classe in una scuola di Taipei, la capitale di Taiwan, il 16 maggio 2021 (EPA/RITCHIE B. TONGO)
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  • lunedì 17 Maggio 2021

A Taiwan si parla di lockdown per la prima volta

Il governo sta imponendo restrizioni severe a causa dell'improvviso aumento dei casi, dopo aver tenuto l'epidemia sotto controllo finora

Un lavoratore taiwanese sanifica una classe in una scuola di Taipei, la capitale di Taiwan, il 16 maggio 2021 (EPA/RITCHIE B. TONGO)

Lunedì a Taiwan, lo stato insulare indipendente a largo della costa orientale della Cina, sono stati registrati 333 nuovi casi di coronavirus, cioè il numero più alto di sempre nel paese, che ha 24 milioni di abitanti. Domenica erano stati 206 e sabato 180, di volta in volta il maggiore incremento conosciuto fino a quel momento. Venerdì però erano stati solo 29, e il rapido aumento di casi nel fine settimana ha fatto preoccupare le autorità, che per la prima volta dall’inizio della pandemia hanno dovuto imporre restrizioni piuttosto severe per il timore di non riuscire a contenere i contagi.

Taiwan è considerata in tutto il mondo un modello di gestione dell’epidemia da coronavirus, e da dicembre 2019 ha registrato poco meno di 2mila contagi (compresi quelli dell’ultimo fine settimana) e 12 morti per COVID-19.

Nell’isola finora non è mai stato necessario imporre il lockdown, ma già da diversi giorni il governo ha aumentato il livello di allerta in in alcune zone del paese, dopo che tre settimane fa era stato scoperto un focolaio in un hotel dove i lavoratori della compagnia aerea China Airlines soggiornavano per trascorrere il periodo di quarantena dopo i viaggi all’estero.

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Le cose da sapere sul coronavirus

Diversi osservatori hanno attribuito la colpa di questo focolaio al fatto che a metà aprile fossero stati ridotti i giorni di quarantena, da 5 a 3, per i dipendenti delle compagnie aeree: una circostanza che spiega in parte il rilassamento generale nel paese nei confronti del coronavirus, che è sempre sembrato sotto controllo.

Anche le vaccinazioni sono molto indietro: finora soltanto lo 0,8 per cento della popolazione ha ricevuto una dose di un vaccino, molti non si erano nemmeno prenotati perché pensavano non ce ne fosse bisogno. Secondo gli esperti però la risalita nel numero dei contagi dell’ultimo fine settimana, così improvvisa rispetto ai giorni precedenti, è dovuta ai test di massa che sono stati fatti ultimamente.

La maggior parte dei casi è concentrata a nord, fra la capitale Taipei e New Taipei, una grossa e assai popolosa area municipale che circonda Taipei che ha acquisito lo status di città nel 2010: insieme, contano 6,5 milioni di abitanti. In entrambe l’allerta è stata portata al terzo dei quattro livelli possibili: significa che le due città non sono ancora in lockdown, ma che comunque sono in vigore molte misure di contenimento del contagio che finora non si erano mai viste a Taiwan, come l’obbligo di mascherine ovunque, limitazioni nei raduni di persone e la chiusura di molti negozi.

Il ministro della Salute, Chen Shih-chung, ha annunciato la didattica a distanza per alcune classi e ha fornito nuove linee guida agli ospedali sulla priorità da usare per i casi sintomatici di COVID-19. Ai cittadini è stato detto di evitare gli incontri con altre persone e i viaggi che non siano necessari. I ristoranti per ora possono restare aperti, ma solo se possono far rispettare il distanziamento fisico e raccogliere i dati dei clienti per assicurare un eventuale tracciamento dei contatti delle persone positive. I cinema e altri locali, rimasti aperti per gran parte della durata della pandemia, sono stati chiusi. Le nuove restrizioni per il momento sono previste fino al 28 maggio.

Tutte queste nuove comunicazioni hanno causato confusione su come debbano essere applicate le regole e su quali attività possano restare aperte, e hanno generato panico nelle persone che si sono trovate per la prima volta ad affrontarle: negli scorsi giorni la presidente taiwanese Tsai Ing-wen ha dovuto fare appelli alle persone affinché non affollassero i supermercati e affinché non facessero scorte di beni di prima necessità. Per la prima volta a Taipei si sono viste immagini delle strade del centro vuote, con i negozi chiusi, e di alcuni lavoratori che si occupavano della sanificazione.

Persone in un supermercato di Taipei, a Taiwan, il 12 maggio (Daniel Ceng Shou-Yi/ZUMA Wire)

Taiwan era stata a lungo vista in tutto il mondo come un esempio virtuoso di gestione dell’epidemia grazie al tempismo con cui si era mossa e alla preparazione che aveva mostrato. Aveva agito da subito come se il nuovo coronavirus scoperto alla fine del 2019 fosse trasmissibile tra gli esseri umani: il 31 dicembre aveva cominciato a fare controlli sulle persone che arrivavano da Wuhan e il 24 gennaio aveva chiuso del tutto i confini con la Cina, introducendo poco dopo periodi di quarantena per chiunque arrivasse dall’estero, in largo anticipo sulla maggior parte degli altri paesi del mondo.

Secondo diversi osservatori, l’esperienza con l’epidemia di Sars – un’altra malattia respiratoria causata da un coronavirus – aveva aiutato Taiwan alla rapida diffusione delle mascherine, all’isolamento dei contagiati e a un efficace tracciamento dei contatti.

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