Da sinistra: Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin (NASA)
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  • mercoledì 28 Aprile 2021

È morto Michael Collins

Era uno dei tre astronauti dell’Apollo 11, ma non mise mai piede sulla Luna: aveva 90 anni

Da sinistra: Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin (NASA)

È morto Michael Collins, astronauta statunitense dell’Apollo 11, la missione spaziale che il 20 luglio del 1969 portò l’uomo sulla Luna. Collins aveva 90 anni, era malato di cancro e la notizia della sua morte è stata data dalla famiglia: «Il nostro amato padre e nonno è morto oggi, dopo una coraggiosa battaglia contro il cancro. Ha trascorso i suoi ultimi giorni con la famiglia al suo fianco. (…) Mike ha sempre affrontato le sfide della vita con grazia e umiltà e ha affrontato la sua ultima sfida allo stesso modo».

Michael Collins, con Neil Armstrong (morto nel 2012) e Buzz Aldrin (che oggi ha 91 anni), faceva parte dell’Apollo 11, ma non mise mai piede sulla Luna. Rimase in orbita intorno al satellite, in attesa che i suoi due compagni raggiungessero il suolo lunare e tornassero indietro sani e salvi, per riprendere poi il viaggio verso la Terra. Collins rimase in orbita lunare in solitaria per circa 24 ore, diventando in un certo senso l’essere umano più solo nell’universo nella storia dell’umanità. In seguito avrebbe detto di non essersi sentito così solo, nemmeno quando la sua capsula spaziale passava nella parte nascosta della Luna perdendo il segnale radio con la Terra.

Nel libro Return to Earth Collins ha scritto: «Ero solo, assolutamente solo, e completamente isolato da qualsiasi altra forma di vita conosciuta. Se si fosse fatto un conteggio, il risultato sarebbe stato 3 miliardi più due dall’altra parte della Luna, e uno più Dio da questo lato». Ciononostante, aggiunse, «la missione era stata strutturata per tre persone, e io ero fondamentale tanto quanto gli altri due». Armstrong, Aldrin e Collins tornarono sulla Terra il 24 luglio 1969, quando il loro Modulo di Comando ammarò nell’oceano Pacifico.

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Collins era nato nel 1930 a Roma dove il padre, generale maggiore dell’esercito, aveva un impiego militare all’ambasciata statunitense in Italia. Collins entrò alla NASA nel 1963 dopo essersi laureato all’Accademia Militare degli Stati Uniti di West Point, New York, e dopo essersi arruolato nell’Aeronautica, seguendo il percorso della maggioranza degli astronauti del programma aerospaziale americano del tempo. Nella sua autobiografia raccontò di avere scelto di entrare in aeronautica sia per le prospettive di sviluppo che il settore presentava all’epoca sia per evitare accuse di favoritismi nell’esercito, dove suo padre, suo zio e suo fratello maggiore avevano già incarichi di prestigio.

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Nel 1968 Collins venne scelto per l’Apollo 8, la prima missione che prevedeva un’orbita completa intorno alla Luna. A causa di un intervento chirurgico alla colonna vertebrale a cui si era sottoposto a luglio dello stesso anno, non poté però partecipare alla missione. La rimozione di Collins dalla spedizione dell’Apollo 8 fece sì che a 39 anni venisse inserito nel successivo viaggio dell’Apollo 11.

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La preparazione che Collins dovette affrontare fu diversa da quella di Armstrong e Aldrin, che spesso non erano presenti alle sessioni di allenamento del loro compagno. Oltre ai simulatori di volo, Collins dovette superare esercizi specifici con tute pressurizzate e centrifughe per simulare l’orbita lunare. In quanto responsabile delle manovre di ricongiungimento delle due capsule che avrebbero consentito a lui di orbitare e ai suoi due compagni di raggiungere la Luna, Collins dovette scrivere un manuale di procedure lungo più di cento pagine per imparare a memoria diciotto possibili scenari, compresi quelli peggiori come un mancato ricongiungimento. Come ha raccontato al Guardian, Collins disse che prima della partenza l’idea di potersi trovare costretto a tornare sulla Terra da solo – come un “uomo segnato a vita” – lo terrorizzava.

Prima dell’Apollo 11, Collins partecipò alla missione Gemini 10, e dopo il ritorno dalla Luna non prese parte ad altre missioni spaziali: gli Stati Uniti non volevano rischiare in alcun modo l’incolumità dei loro astronauti entrati nella storia delle esplorazioni spaziali.

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Pochi mesi dopo l’esperienza della missione Apollo 11, Collins uscì dalla NASA per accettare un importante incarico nella comunicazione pubblica dell’amministrazione Nixon. Divenne poi direttore del National Air and Space Museum e, dopo altri incarichi, nel 1985 fondò una società di consulenza. Scrisse diversi libri.

Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins durante una conferenza stampa, 17 ottobre 1969 (Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images)

L’emblema dell’Apollo 11 era stato ideato proprio da Collins, che voleva trasmettere il senso di un allunaggio pacifico da parte degli Stati Uniti: un’aquila con un ramo di ulivo nel becco che raggiunge il suolo lunare, con la Terra in lontananza. Alla NASA pensarono che gli artigli dell’aquila potessero risultare troppo minacciosi, quindi decisero di spostare il ramo d’ulivo dal becco agli artigli. Sull’emblema non c’erano i nomi dei tre astronauti, che vollero in questo modo riconoscere il lavoro di squadra delle migliaia di persone che resero possibile la missione.

(NASA)