Uno dei punti di vaccinazione a Santiago, la capitale del Cile (Marcelo Hernandez/Getty Images)
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  • sabato 10 Aprile 2021

L’anomalia del Cile sui vaccini, spiegata

È uno dei paesi che hanno vaccinato di più al mondo, ma sta registrando un grande aumento dei contagi: i motivi sono sostanzialmente tre

Uno dei punti di vaccinazione a Santiago, la capitale del Cile (Marcelo Hernandez/Getty Images)

Nell’ultimo mese il Cile ha avuto il più grande aumento di contagi da coronavirus dall’inizio della pandemia, nonostante sia uno dei paesi più avanti al mondo nella campagna vaccinale e dopo essere stato indicato come un modello di efficienza sui vaccini. I motivi sembrano essere principalmente tre: la diffusione di varianti più contagiose del virus, alcune particolari caratteristiche del vaccino cinese di Sinovac (finora il più usato nel paese), e un allentamento generale delle restrizioni, che avrebbe permesso al virus di continuare a circolare molto.

In generale, il caso cileno conferma quello che gli esperti dicono da tempo sui vaccini, e che non tutti i governi sembrano avere preso seriamente: cioè che i vaccini servano soprattutto a evitare forme gravi di COVID-19, ma non a fermare del tutto i contagi. Per questo, come hanno mostrato i casi di Regno Unito e Israele, la campagna vaccinale risulta efficace se accompagnata comunque da misure restrittive.

La campagna vaccinale in Cile sta continuando ad andare molto bene: quasi il 40 per cento della popolazione ha già ricevuto almeno una dose di un vaccino contro il coronavirus, più di 7 milioni di persone su circa 19 milioni di abitanti. Sono numeri migliori di qualunque altro paese in Sudamerica e tra i migliori al mondo.

Il governo cileno ha avuto il merito di strutturare una campagna vaccinale molto organizzata, con numerosi punti di vaccinazione ben distribuiti sul territorio e coinvolgendo tutti gli operatori sanitari disponibili, compresi dentisti e ostetriche. Nel 2020 aveva iniziato a negoziare molto presto con le case farmaceutiche, anche grazie al fatto che diverse istituzioni e università cilene avevano collaborato alla sperimentazione dei vaccini contro il coronavirus.

– Leggi anche: Perché il Cile va così bene coi vaccini

Proprio da quando si era cominciato a parlare dell’efficienza delle vaccinazioni in Cile, tra fine febbraio e inizio marzo, i contagi giornalieri avevano però cominciato ad aumentare sensibilmente, con una tendenza simile a quella registrata in altri paesi sudamericani che avevano vaccinato molto meno. In un mese, i casi registrati giornalmente erano sostanzialmente raddoppiati: ora sono stabilmente intorno ai 7mila al giorno, superiori anche al picco della prima ondata.

Una delle prime ragioni individuate per questo aumento rilevante dei nuovi casi è la diffusione della cosiddetta “variante brasiliana”, molto diffusa in Cile e nel resto del continente. La variante brasiliana sembra rendere più contagioso il virus e dai primi studi, e in alcune circostanze, sembrerebbe in grado di contagiare anche chi è già immunizzato. A marzo il rientro di molti cileni dalle vacanze estive potrebbe avere contribuito a una nuova rapida diffusione del virus.

Un altro problema sembra essere stata la decisione del governo di allentare eccessivamente le restrizioni sul distanziamento fisico e di non avere limitato in maniera adeguata gli arrivi dall’estero, soprattutto dal Brasile in grave difficoltà. Secondo alcuni osservatori, questa decisione sarebbe stata influenzata dall’iniziale celebrato successo della campagna vaccinale, che avrebbe diminuito la percezione del pericolo. A fine marzo il governo cileno è stato costretto ad annunciare un nuovo lockdown con restrizioni più severe.

Persone attendono sotto osservazione dopo aver ricevuto una dose del vaccino, in un centro sportivo a Santiago, in Cile, il 7 aprile (AP Photo/Esteban Felix)

È comunque troppo presto per fare valutazioni definitive sulla campagna vaccinale cilena. In Cile più del 90 per cento delle vaccinazioni è stato fatto con il vaccino CoronaVac, dell’azienda farmaceutica cinese Sinovac, che ha alcune specificità da tenere in conto: su tutte, il fatto che diventi pienamente efficace solo dopo la somministrazione di entrambe le dosi.

Un recente studio cileno ha mostrato un’efficacia del CoronaVac del 56 per cento dopo la seconda dose, ma solo del 3 per cento dopo la prima: e in Cile solo poco più del 20 per cento della popolazione ha ricevuto entrambe le dosi del vaccino.

L’efficacia complessiva poco sopra il 50 per cento, che riguarda la capacità del vaccino di ridurre il rischio di ammalarsi di COVID-19 ed era già nota dai primi test, è giudicata comunque sufficiente a fornire una buona copertura. In ogni caso, il CoronaVac si è dimostrato efficace quasi al 100 per cento nel prevenire le forme più gravi della malattia e la morte per COVID-19.

A ricevere finora entrambe le dosi del vaccino sono stati gli anziani, cioè le persone per cui la malattia è più pericolosa e potenzialmente letale: per questo, nonostante la crescita dei casi, le morti per COVID-19 nel paese non sono aumentate. L’indice di occupazione delle terapie intensive è piuttosto alto e i letti sono occupati per lo più da persone tra i 40 e i 50 anni, che hanno meno probabilità di morire per COVID-19.

I casi sono quindi aumentati, ma in gran parte fra persone più giovani, e le cose potrebbero migliorare con il proseguimento della campagna vaccinale e la somministrazione delle seconde dosi del vaccino cinese. Il governo ha comunque deciso di imporre un nuovo lockdown, anche perché più il coronavirus rimane in circolazione, più aumentano i rischi che si sviluppino nuove varianti difficili da tenere sotto controllo. L’esperienza del Cile potrà essere utile ad altri paesi del mondo per capire l’importanza delle restrizioni, al di là della campagna vaccinale.

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