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  • giovedì 25 Marzo 2021

Cosa vuol dire che in Israele “vaccinano anche nei bar”

È un'espressione che viene usata per indicare il successo della campagna vaccinale israeliana, e corrisponde al vero

Fin dall’inizio della campagna vaccinale contro il coronavirus in tutto il mondo, Israele è stato preso come modello di organizzazione per l’eccezionale ritmo con cui sta vaccinando la sua popolazione. Nelle ultime settimane, una delle immagini più associate all’esempio virtuoso di Israele è stata quella dei “vaccini anche nei bar”, usata da alcuni mezzi di comunicazione anche italiani per evidenziare, di contro, i ritardi della campagna vaccinale in altri paesi.

È un fatto vero, anche se non basta andare in un bar qualsiasi, in un giorno qualsiasi, per ricevere una dose di un vaccino: generalmente sono iniziative mirate che durano per un tempo limitato. Semmai, la questione suggerisce che Israele sta facendo di tutto per incentivare le persone a vaccinarsi, nel minore tempo possibile e in diversi modi, e soprattutto tra le fasce di popolazione meno disposte a farlo.

I giornali israeliani hanno raccontato per la prima volta una vaccinazione dentro a un locale della capitale Tel Aviv a metà febbraio (non è chiaro se ci siano state iniziative simili anche prima). In quell’occasione le persone avevano portato con sé un documento e spiegato brevemente agli operatori sanitari presenti se avessero avuto reazioni allergiche in passato. Dopo il vaccino, era stato offerto loro un drink – una birra o un succo alla pesca – da consumare in uno spazio all’aperto di fronte al bar (allora i bar erano ancora chiusi a causa delle restrizioni imposte dal governo).

Diverse persone intervistate dal Times of Israel avevano detto di essersi convinte a farsi vaccinare nel bar per l’accessibilità e la velocità con cui si svolgeva tutta la procedura, e per ottenere presto il “Green Pass”, un certificato che viene dato in Israele a chi ha ricevuto entrambi le dosi del vaccino. Il Green Pass permette di fare diverse attività tra quelle che sono considerate più a rischio di contagio, tra cui andare in palestra o in piscina, in locali e ristoranti, nei teatri e negli stadi. Ha una validità di 6 mesi e può ottenerlo anche chi sia già stato contagiato dal coronavirus (in quel caso è valido fino a fine giugno).

Le cose da sapere sul coronavirus

Dopo quella prima vaccinazione nel bar di Tel Aviv raccontata dai giornali, nelle settimane successive altri locali avevano proposto iniziative simili. Si erano presentati soprattutto giovani, e l’intento del governo era proprio quello: convincere a vaccinarsi persone che vedevano meno ragioni per farlo, perché meno soggette a contrarre forme gravi di COVID-19. Anche Ikea ha offerto la possibilità di vaccinarsi all’ingresso di un suo negozio nella città di Rishon Lezion, poco a sud di Tel Aviv.

Una donna si fa somministrare una dose di un vaccino contro il coronavirus nel negozio di Ikea a Rishon Lezion (AP Photo/Tsafrir Abayov)

Al momento in Israele circa il 60 per cento dei 9 milioni di abitanti è stato vaccinato almeno con la prima dose, e anche la percentuale di chi ha già ricevuto la seconda dose è alta, intorno al 50 per cento.

Da qualche settimana il ritmo è calato, per diverse ragioni: tra le altre cose, perché si è già vaccinata gran parte della popolazione dei centri urbani, dove la campagna di somministrazione delle dosi è stata più agevole, e perché il governo sta incontrando molte resistenze nel vaccinare le comunità di ebrei ultraortodossi, circa il 12 per cento della popolazione.

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