(AP Photo/Ghaith Alsayed)
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  • lunedì 15 Marzo 2021

La Siria, dieci anni dopo

Il paese devastato dalla guerra cominciata un decennio fa non si può più nemmeno chiamare "paese", e di quello che c'era allora non è rimasto quasi niente

(AP Photo/Ghaith Alsayed)

Al 15 marzo 2011, esattamente dieci anni fa, si fa risalire l’inizio della guerra in Siria, anche se la guerra – quella che sarebbe venuta poi, e che si sarebbe trasformata in tante guerre – non cominciò davvero quel giorno. Il 15 marzo 2011 furono organizzate le prime grandi proteste contro il regime del presidente Bashar al Assad: pacifiche, fatte da giovani siriani stanchi dell’autoritarismo del loro governo, e ispirate alle cosiddette “primavera arabe”, le manifestazioni che nelle settimane precedenti avevano portato alla fine di regimi decennali in Nord Africa. Il 15 marzo 2011 la Siria era un paese “intero”: non era occupata da soldati stranieri, non aveva pezzi di territorio controllati da gruppi jihadisti, e nessuno parlava di ISIS, gruppo che allora non era ancora nato. Non aveva metà dalla sua popolazione sfollata e non aveva l’economia completamente a pezzi.

Dopo 10 anni di guerra, di quel paese è rimasto molto poco: sono rimaste le ragioni che fecero iniziare le proteste del 15 marzo 2011, ed è rimasto al potere il regime di Assad, che è stato indicato a lungo come il vincitore della guerra, ma che si ritrova oggi tra le mani un paese che di fatto non esiste più.

Un buon punto di partenza per capire cosa è diventata la Siria oggi, dopo dieci anni di guerre, è una mappa del paese. Praticamente ogni colore è un mondo a sé, ciascuno con uno stato straniero che lo protegge: è per questo che da tempo si parla di una “balcanizzazione” della Siria, dove ogni zona ha le proprie milizie, la propria economia e spesso favorisce un certo gruppo etnico o religioso sugli altri.

Una mappa della situazione attuale della Siria: in rosso i territori controllati da Assad e alleati; in giallo dai curdi; in verde scuro dai ribelli con predominanza dei gruppi jihadisti; in verde chiaro (a nord) dai turchi e dai gruppi siriani loro alleati; in verde chiaro (a sud) da fazioni appoggiate dall’Occidente; in nero dall’ISIS; la striscia di territorio blu al confine occidentale indica invece le Alture del Golan, occupate da Israele (Liveuamap)

Il regime di Assad, indicato in rosso, controlla circa i due terzi del paese: molto di più di quanto non facesse alla fine del 2015, quando sull’orlo di essere sconfitto dai ribelli fu salvato dall’intervento militare russo; ma molto meno di quanto controllasse all’inizio della guerra. Per Assad però il problema non è solo quello di avere perso dei grossi pezzi di territorio, finiti sotto il controllo di forze rivali.

Anzitutto dire che Assad “controlla” i territori indicati nella mappa in rosso è sovrastimare la forza del suo regime.

La capacità del governo di esercitare potere passa in molte zone dalla presenza dei soldati russi e delle milizie sciite appoggiate dall’Iran, le quali hanno combattuto a fianco di Assad durante la guerra e che oggi presidiano per lo più i confini esterni dei territori del regime. Non sono solo gli alleati che fanno il bello e il cattivo tempo nelle aree controllate da Assad: negli ultimi anni Israele ha compiuto diversi bombardamenti in Siria contro obiettivi iraniani o legati al gruppo radicale libanese Hezbollah, appoggiato dall’Iran e considerato dal governo israeliano una grossa minaccia alla propria sicurezza nazionale. Alla fine di febbraio gli Stati Uniti hanno compiuto un attacco aereo in territorio siriano, vicino al confine con l’Iraq, per colpire le due milizie sciite filoiraniane Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al-Shuhada in risposta a un precedente attacco diretto contro una base militare di Erbil, nel Kurdistan Iracheno, che ospita truppe statunitensi.

All’interno dei territori controllati da Assad, inoltre, le politiche settarie e le tensioni tra vari gruppi ed etnie sono diventate enormi, ha scritto tra gli altri l’Economist: «Le tribù druse nel sud, quelle arabe a est e persino la setta alauita di Assad sulla costa si arrangiano sempre più da sole. Gli scontri tra gruppi sono frequenti. “Se un alauita viene qui disarmato e solo verrà ucciso”, ha detto un anziano della comunità araba di Deir Ezzor, nell’est della Siria».

Bashar al Assad, il 13 aprile 2016 (Syrian Presidency via AP, File)

La debolezza del regime è enorme, e dipende in buona parte da una terribile crisi economica che tra le altre cose ha provocato un rapido aumento dei prezzi di beni essenziali e il crollo del valore della moneta. «I siriani che una volta erano considerati classe media oggi sono diventati poveri», ha raccontato di recente il New York Times.

Lo stato siriano non ha più soldi a causa della guerra, della corruzione, delle sanzioni statunitensi, del collasso delle banche libanesi dove molti siriani ricchi tenevano i loro risparmi, delle altrettante difficoltà economiche di Russia e Iran, e certamente delle conseguenze della pandemia da coronavirus. La pandemia ha messo sotto pressione un sistema sanitario già uscito devastato dalla guerra – solo metà degli ospedali del paese funziona regolarmente – e ha portato i vari centri di potere siriani a negoziare separatamente l’acquisto di dosi di vaccino.

Come detto, comunque, la Siria di Assad non è l’unica Siria che esiste oggi. Il nordest del paese è controllato dai curdi, che da tempo hanno messo in piedi un sistema di autogoverno piuttosto efficiente, che per molti aspetti sembra funzionare meglio di quello di Assad, anche se non si può considerare del tutto libero e democratico. I curdi hanno ottenuto grande legittimità internazionale per avere combattuto la guerra contro l’ISIS insieme agli Stati Uniti, tramite una coalizione di forze che includeva anche gruppi arabi. Oggi in queste zone della Siria la lingua curda è preferita all’arabo e la popolazione sta un po’ meglio che altrove, grazie soprattutto alla protezione americana e alla presenza di petrolio da sfruttare.

Durante le guerra siriana, i curdi si sono dovuti guardare soprattutto dagli attacchi della Turchia, che li ha accusati di essere la stessa cosa del PKK (Partito dei Lavoratori), gruppo curdo turco che per decenni ha combattuto contro il governo di Ankara per ottenere l’indipendenza.

Nel 2016 la Turchia ha iniziato una serie di incursioni in Siria in funzione anti-curda, anche grazie all’aiuto di alcuni gruppi ribelli arabi sunniti che hanno rinunciato a combattere contro Assad principalmente per soldi. I territori conquistati dalla Turchia, che si trovano nel nord della Siria, oggi sono abitati per lo più da arabi sunniti, mentre i curdi se ne sono andati per paura di subire violenze. Qui non circola il dollaro americano, come nelle zone curde, ma la lira turca, e i funzionari locali sono pagati direttamente dal governo turco. Questi territori sono collegati alla rete elettrica presente nel sud della Turchia.

Idlib, Siria (AP Photo/Felipe Dana, File)

L’ultima guerra combattuta in Siria è stata messa in stand by un anno fa grazie a un cessate il fuoco negoziato da Turchia e Russia tra il regime di Assad e i ribelli che controllano la provincia di Idlib (quella che nella mappa sopra è indicata in verde scuro).

Questa zona della Siria ha una storia unica all’interno del conflitto siriano. Per anni la provincia di Idlib è stata la destinazione di moltissimi siriani costretti a lasciare la propria casa a causa dei bombardamenti del regime di Assad e dei suoi alleati. Non sapendo dove andare, circa un milione e mezzo di persone si è rifugiato a Idlib, territorio controllato dai ribelli dalle prime fasi della guerra e da qualche tempo dominato dalle frange jihadiste più radicali, come Hayat Tahrir al Sham. Nonostante la temporanea sospensione dei combattimenti, ha scritto l’International Crisis Group, «la possibilità di una ripresa delle ostilità è reale» e il rischio di una enorme crisi umanitaria molto alto.

Oggi la Siria è un paese molto diverso da quello di dieci anni fa, profondamente in crisi ed estremamente diviso: metà della popolazione è addirittura sfollata, sia dentro che fuori i confini.