The Vast of Night
Un fotogramma del film “The Vast of Night” (Amazon Prime Video UK/YouTube)

Ci sono suoni che fatichiamo a spiegare

A volte sono segnali radio misteriosi ma evidentemente umani, altre sono rumori naturali sulle cui origini si dibatte da anni

The Vast of Night
Un fotogramma del film “The Vast of Night” (Amazon Prime Video UK/YouTube)

In una scena di The Vast of Night, film di fantascienza del 2019, una giovanissima centralinista in un paesino del New Mexico alla fine degli anni Cinquanta intercetta per caso il suono di quello che sembra essere un dispositivo meccanico, come di una carrucola. Incuriosito, un amico disc jockey la aiuta a scoprirne di più passando la registrazione sulla radio locale, avviando una ricerca che li porta in contatto con persone misteriose e un po’ inquietanti, che sostengono di conoscere quel suono e alludono a un’origine extraterrestre.

Nella realtà, nessun suono che sia possibile udire o rilevare tramite appositi apparecchi sulla Terra è mai stato plausibilmente attribuito a una forma di vita extraterrestre. Esiste tuttavia una certa varietà di suoni la cui origine non è chiara, ed è oggetto da anni – e in alcuni casi decenni – di supposizioni e ipotesi da parte di studiosi e appassionati. Alcuni sono rumori continui o occasionali registrati da postazioni subacquee. Altri sono segnali radio ciclici rilevati anche da semplici radioamatori. E altri ancora sono fenomeni acustici – rombi, brusii, vibrazioni – uditi e riferiti dalla popolazione e a volte oggetto di ipotesi pseudoscientifiche, narrazioni folcloristiche e, nel peggiore dei casi, isterie di massa. La maggior parte delle ipotesi scientifiche formulate nel tempo riguardo a ciascuno di questi suoni di origine sconosciuta fa riferimento ad altri suoni paragonabili di cui siano note la natura e la provenienza.

Le rilevazioni subacquee
Un idrofono è un particolare tipo di microfono utilizzato per raccogliere suoni e rumori che si propagano da sorgenti subacquee. È un apparecchio notoriamente presente nei sommergibili ma ne fanno uso anche enti e istituti di ricerca oceanografica, come per esempio la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l’agenzia federale statunitense che si occupa di meteorologia, clima e ambienti marini. Serve un idrofono, per esempio, per rilevare i suoni lunghi e a bassa frequenza emessi dai grandi cetacei o da altre specie marine che si affidano principalmente all’udito per sopravvivere.

Per alcuni di questi suoni è capitato che gli studiosi escludessero che si trattasse del verso di una balena, e che non arrivassero a una conclusione condivisa sull’origine. Nell’agosto del 1991 la NOAA attivò il sistema di sorveglianza sottomarina in una delle sue stazioni nel Pacifico nord-occidentale, allestita per lo studio dei complessi processi fisici e geochimici negli oceani. Un segnale a bassa frequenza composto da una lunga successione ascendente di suoni – poi intitolato upsweep (“curva crescente”) – attirò fin da subito l’attenzione dei ricercatori. Nelle registrazioni disponibili è solitamente accelerato di venti volte rispetto alla velocità normale, per permettere di percepirlo e riconoscerlo facilmente.

Upsweep

Fu possibile individuare approssimativamente le coordinate relative alla provenienza del suono – più o meno un punto a metà tra la Nuova Zelanda e il Sud America – ma non da cosa fosse generato. Sembra inoltre che il suono, la cui sorgente è diventata via via meno potente dal 1991 a oggi, segua un andamento stagionale. Diventa più forte in primavera e in autunno ma non è chiaro se questo sia dovuto a cambiamenti nella sorgente o ad altri relativi all’ambiente di propagazione. L’ipotesi prevalente tra gli scienziati del NOAA collega l’upsweep a possibili attività vulcaniche sottomarine, benché non siano finora state fornite prove sufficienti a stabilirlo con certezza.

In altri casi lo studio dei suoni di origine sconosciuta in ambiente subacqueo manca di elementi al momento verificabili e risulta quindi limitato, a causa della natura occasionale di quei suoni. In questi casi l’immaginario comune, non vincolato ai rigori della ricerca scientifica, ha potuto esercitare la fantasia attingendo a una vasta letteratura fantascientifica. Per dirla con il regista tedesco Werner Herzog: «cosa sarebbe un oceano senza un mostro nascosto nell’oscurità? Sarebbe come dormire senza sognare».

Il 7 luglio 1997 un idrofono della NOAA rilevò un segnale ondulato a singola frequenza poi soprannominato whistle (“fischio”) che non riuscì ad attribuire a una sorgente nota. Proveniva da qualche parte nel Pacifico ma non fu possibile localizzare il punto esatto perché nessun altro idrofono lo rilevò (e in questo caso, spiega la NOAA, servono almeno tre registrazioni per localizzare la fonte di un segnale). La registrazione è accelerata di sedici volte.

Whistle

Il suono – che risulta tuttora non identificato – è compatibile con quello di attività vulcaniche sottomarine in eruzione attiva, e suoni simili sono stati in passato associati all’attività nell’arco vulcanico delle Isole Marianne, nel nord-ovest del Pacifico. Nel 1997 altri suoni impegnarono a lungo i ricercatori: per esempio quelli molto potenti e di frequenza ultrabassa, poi soprannominati bloop, registrati più volte e da più stazioni nel corso dell’estate. Provenivano da un’area a ovest della costa meridionale del Cile.

Un geofisico della NOAA sostenne che quel suono non potesse essere di origine artificiale, e cioè provocato per esempio da un’esplosione o dalle attività di un sottomarino. E non gli sembrò nemmeno compatibile con eventi geologici, quanto piuttosto con il verso di qualche gigantesca creatura vivente. Fu però accertato in seguito che quel suono era molto più intenso dei più forti suoni di origine animale mai registrati (quelli della balenottera azzurra).

Dopo un più approfondito confronto tra spettrogrammi (i grafici dell’intensità di un suono in funzione del tempo e della frequenza), i bloop furono infine attribuiti a una serie di forti terremoti che provocarono lo spostamento di uno o più iceberg a Capo Adare, in Antartide, oppure tra lo stretto di Bransfield e il Mare di Ross.

I segnali radio
Tra molti radioamatori è nota da decenni la storia di una stazione sovietica, soprannominata UVB-76, che fin dalla fine degli anni Settanta ha ininterrottamente trasmesso un segnale ricorrente simile al suono del sonar di un sottomarino a 4.625 kHz, una frequenza radio a onde corte. Si ripete circa 25 volte al minuto ma in passato è stato occasionalmente interrotto da alcuni messaggi cifrati pronunciati in russo da una voce maschile e introdotti dall’identificativo UVB-76, da cui il soprannome della radio.

Un esempio di trasmissione radio di UVB-76, registrata in Finlandia nel 2002

Il primo trasmettitore fu individuato negli anni Novanta nella cittadina di Povarovo, a nord-ovest di Mosca, ma quella stazione fu abbandonata nel 2010. Ad accrescere l’interesse e la curiosità tra gli appassionati furono nel tempo alcune voci talvolta udibili come sottofondo del segnale. In almeno un’occasione, forse la più celebre, fu possibile distinguere l’urlo di una donna, benché sia stato ipotizzato potesse trattarsi della sovrapposizione di una diversa trasmissione.

Lo scopo della stazione non è mai stato descritto da fonti governative o altri funzionari russi. Secondo le principali ipotesi formulate dagli esperti i messaggi in codice erano probabilmente rivolti alle forze militari, e il ronzio non sarebbe altro che un “marcatore” trasmesso per tenere occupata la frequenza e segnalarne l’attività. La stazione trasmette oggi anche alla frequenza 4.810 kHz, da una località vicina alla città di Naro-Fominsk, 70 chilometri a sud-ovest di Mosca, e utilizza vari identificativi (MDZhB, ZhUOZ, ANVF e altri).

Una storia simile a quella della stazione UVB-76 riguarda la stazione russa 8S1Shch, nota tra gli ascoltatori anglosassoni con il nome The Pip e attiva fin dal 1985. Trasmette un beep, non un ronzio, e anche in questo caso il segnale è stato interrotto in passato da alcuni occasionali messaggi in codice.

Gli altri fenomeni acustici
Un’altra categoria di suoni solitamente inclusi tra quelli di origine sconosciuta e le cui presunte spiegazioni sfociano talvolta nel paranormale riguarda brusii, scricchiolii, rombi e vibrazioni sentite dalla popolazione – o da una parte di essa – in alcune situazioni e contesti specifici, o a volte all’interno di interi territori. Rientrano in questa categoria, per esempio, i rumori che molti visitatori dei Colossi di Memnone, in Egitto, riferiscono di sentir provenire dall’interno delle statue. I Colossi sono due statue in pietra raffiguranti il faraone Amenofi III, alte circa 18 metri ed erette nella necropoli di Tebe, a ovest del Nilo, vicino alla odierna città di Luxor.

È tutto ciò che resta di uno dei più grandi templi funerari d’Egitto, completato da Amenhotep nel 1350 a.C. circa. Rispetto ad altri complessi dell’epoca fu tra quelli che andarono più rapidamente incontro a crolli e processi di usura, forse a causa della vicinanza al fiume. È raccontato fin dall’antichità – lo storico greco Strabone fu uno tra i primi a farlo – che in seguito a un parziale crollo causato da un terremoto nel 27 a.C. la statua situata a nord emetta dei suoni nelle prime ore dell’alba. Secondo la leggenda quel “canto” sarebbe il saluto rivolto dall’eroe mitologico Memnone a sua madre Eos (il nome e l’attribuzione con cui sono conosciute queste statue ancora oggi fu coniato dagli storici greci).

Una delle ipotesi più plausibili e condivise tra gli studiosi è che i colpi provenienti dalla statua siano stati nel corso dei secoli prodotti da occasionali assestamenti all’interno della struttura. Già in epoca romana i Colossi subirono infatti una serie di opere di ricostruzione delle parti crollate durante il terremoto del 27 a.C. I suoni non sarebbero altro che l’effetto della pressione esercitata sulla base dagli strati superiori di pietra arenaria, oppure l’effetto del passaggio dell’aria attraverso la struttura non perfettamente omogenea.

Colossi di Memnone

I Colossi di Memnone, sulla sponda occidentale del Nilo a Luxor, in Egitto (AP Photo/Hassan Ammar)

Sono infine indicati come suoni di origine sconosciuta certi brusii a bassa frequenza segnalati dalla popolazione in alcune aree più o meno vaste, e per periodi di tempo più o meno prolungati, soprattutto nel corso della seconda metà del Novecento. Non esiste una parola condivisa che definisca questi fenomeni acustici. Prendono quasi sempre il nome delle città a cui sono associati: uno dei più noti è il brusio di Taos, una città nel Nuovo Messico.

Nella maggior parte dei casi, più frequenti in aree rurali e suburbane, questo tipo di suono a bassa frequenza è riferito da una percentuale minima della popolazione (circa il 2 per cento) che lo sente ma non è in grado di rintracciarne la fonte. Una ricerca scientifica condotta sul caso di Taos concluse che la percezione di questi brusii fosse estremamente variabile anche tra quelle persone che riferivano di sentirli. Per tentare di spiegare altri suoni simili a quello di Taos in altre parti del mondo, nel corso del tempo altre ipotesi hanno occasionalmente fatto riferimento ad apparecchiature industriali che emettono frequenze particolari, linee elettriche rumorose e, molto più raramente, rumori riconducibili a eventi geologici.

Taos New Mexico

Una via nel centro di Taos, New Mexico, il 13 dicembre 1997 (AP Photo/Eddie Moore)

Un caso di rumore naturale di origine sconosciuta – un tipo di boati talvolta definiti “brontidi” – si verificò in Italia a partire dalla primavera del 1966, sulle Alpi cuneesi, e ottenne molte attenzioni sulla stampa tanto da generare un fenomeno di isteria di massa. Alcune scosse di terremoto a Entracque, in val Gesso, furono associate dalla popolazione alle operazioni di costruzione della diga del lago artificiale della Piastra, che sarebbe servita ad alimentare una centrale idroelettrica dell’ENEL. Uno stimato ingegnere di Cuneo, Giancarlo Soldati, escluse fin da subito e con chiarezza che quei boati percepiti dalla popolazione, peraltro non nuovi in quella zona, potessero essere in alcun modo legati ai lavori della diga.

L’amministrazione comunale chiese comunque di interrompere l’immissione delle acque, mentre della vicenda si occuparono lungamente giornali e televisioni, oltre che geofisici e sismologi, inizialmente poco ascoltati. Nuove scosse di terremoto e altri rumori sotterranei sentiti fino ad aprile alimentarono una psicosi che culminò con l’arrivo di frotte di “turisti del boato”, come la stampa definì i molti curiosi provenienti da altre zone del territorio. A maggio, a fronte di numerose proteste e manifestazioni, l’ENEL sospese l’immissione delle acque nella diga.

diga della Piastra

La diga della Piastra durante una fase dei lavori, a Entracque, nel 1963 (dipartimentosturacn/Facebook)

I boati proseguirono nelle settimane e nei mesi successivi anche con la diga chiusa, ma coloro che sostenevano con forza – ma senza prove – l’esistenza di un nesso causale tra i lavori dell’ENEL e i boati dichiararono che l’intensità dei fenomeni si fosse ridotta. A marzo 1967, dopo che i lavori ripresero, la popolazione di Entracque si riunì davanti al municipio chiedendo un decreto prefettizio di chiusura della diga, e fu necessario l’intervento del questore e del comandante del gruppo Carabinieri per calmare la folla. Passata la psicosi di massa, i lavori dell’ENEL proseguirono e il mistero dei “boati” diventò parte dei racconti popolari del comune di Entracque.

La centrale idroelettrica Luigi Einaudi, che funziona grazie alla diga della Piastra, entrò in funzione nel 1982 ed è oggi considerata la più grande centrale ad accumulazione in Italia ed una delle più grandi in Europa.