Ai Golden Globe è tutto un eat eat

L'associazione che li assegna è un circoletto molto influente e pieno di aspetti opachi e discutibili, messi in fila da alcune recenti inchieste

di Gabriele Gargantini

(Valerie Macon/Getty Images)
(Valerie Macon/Getty Images)

Nella notte tra domenica e lunedì, dopo aver vinto un Golden Globe, importanti attori e attrici ringrazieranno la Hollywood Foreign Press Association, un’influente e poco limpida associazione che riunisce qualche decina di giornalisti internazionali che stanno perlopiù dalle parti di Hollywood e che si occupano di spettacolo, cinema e televisione. Da quasi ottant’anni, l’associazione assegna i premi che nella gerarchia di Hollywood vengono subito dopo gli Oscar: molto meno importanti e seguiti, spesso presi in giro e sminuiti, ma comunque assai influenti nel determinare le fortune di film e attori.

Ma la Hollywood Foreign Press Association (HFPA) è per molti versi un paradosso. Perché è un’associazione piccola e di per sé marginale, con una storia piuttosto ricca di scandali, problemi e prese in giro da parte di molti addetti ai lavori. Ma nonostante tutto è sempre assai rilevante e tenuta in gran conto da produttori, registi e attori. Due recenti articoli del Los Angeles Times hanno presentato una serie di dubbi e critiche verso l’associazione, a pochi giorni da una cerimonia che dovrebbe inaugurare il ritorno della stagione dei premi di Hollywood dopo un anno di pandemia.

L’associazione e i suoi membri
L’HFPA fu fondata nel 1943 da 23 giornalisti stranieri che, su iniziativa di un collega britannico del Daily Mail, si occupavano del mondo dello spettacolo e che in poche parole si associarono per condividere contatti e informazioni e per poter essere più influenti nei loro rapporti con le grandi case cinematografiche. Lavorando per giornali diversi, spesso di paesi diversi, quei giornalisti erano di fatto poco in concorrenza tra loro. All’inizio organizzarono incontri in forma privata nelle case di alcuni di loro, poi presero a riunirsi al Roosevelt Hotel di Hollywood e ad assegnare dei loro globi dorati come premio.

Sul suo sito la HFPA dice di avere al momento «circa 90 membri» che di lavoro «diffondono nel mondo informazioni su cinema e televisione» e che, in tutto, realizzano ogni anno «più di 400 interviste» e guardano «oltre 300 film». Secondo il Los Angeles Times, al netto di morti e nuovi associati, a oggi i membri della HFPA sono 87. Ma dire chi siano tutti questi membri è complicato, perché la HFPA non dichiara apertamente i loro nomi.

Già nel 2015 Vulture fece però una serie di ricerche e presentò un elenco di nomi di cui scrisse: «alcuni sono veri giornalisti e critici cinematografici del cui lavoro c’è traccia in importanti giornali e riviste, molti altri sono individui che sembrano essere più che altro interessati a farsi foto con persone famose più che a fare domande». Tra i membri italiani citati da Vulture c’erano Silvia Bizio di Repubblica e poi gli un po’ meno noti Loca Celada, Elisa Leonelli, Lorenzo Soria e Alessandra Venezia.

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Per i suoi due recenti articoli il Los Angeles Times ha parlato con oltre 50 persone (in alcuni casi membri della HFPA, che spesso hanno preferito restare anonimi) e avuto accesso ad atti legali, comunicazioni interne e documenti di natura finanziaria.

Il primo dei due articoli è dedicato soprattutto a «quel piccolo gruppo di personaggi bizzarri» che decidono a chi assegnare i Golden Globe. «Molti membri tengono un basso profilo» ha scritto il Los Angeles Times «ma alcuni sono più peculiari». Tra gli altri ci sono: Lisa Lu, un’attrice di origini cinesi che di recente ha avuto una piccola parte in Crazy Rich Asians; il giornalista-attore indiano Noel de Souza, che qualche tempo fa interpretò una rappresentazione olografica di Mahatma Gandhi in un episodio di Star Trek: Voyager; la ricca socialite polacca Yola Czaderska-Hayek che parla di sé come della “prima lady polacca di Hollywood”; e l’attore e bodybuilder russo Alexander Nevsky, tra le altre cose produttore di film d’azione a basso costo come Maximum Impact e Showdown in Manila

Qualche anno fa di de Souza, Nevsky e Lu si parlò perché, così come Silvia Bizio, i loro nomi furono inseriti nei titoli di coda di Somewhere di Sofia Coppola. Di Bizio si parlò in Italia anche qualche tempo dopo, quando dopo la morte di Carrie Fisher intervistò in un video il nipote minorenne lasciando però intendere che fosse un semplice passante incontrato per caso (il video fu poi rimosso da Repubblica).

Nella HFPA ci sono cose poco chiare anche per quanto riguarda il paese o i paesi che ogni membro rappresenta. «Nell’associazione la geografia è un concetto piuttosto fluido» ha scritto il Los Angeles Times. Succede, per esempio, che l’indiana Meher Tatna (tra l’altro ex presidentessa dell’associazione) rappresenti Singapore; o che l’olandese Theo Kingma (pure lui ex presidente) sia il rappresentate anche di Cuba e Australia. Secondo il Los Angeles Times, nell’associazione della stampa straniera di Hollywood ci sono anche tre statunitensi, che però rappresentano rispettivamente Cina, Messico e Germania.

Il Los Angeles Times ha fatto notare che tra gli 87 membri della HFPA nessuno è nero, e molti sono piuttosto in là con gli anni. Pare perfino che uno dei membri abbia più di novant’anni e sia ormai cieco e sordo.

Meno sono e più contano
Un’altra questione nota da anni e di cui il Los Angeles Times è tornato a parlare con esempi e aneddoti recenti riguarda il fatto che la HFPA si impegna per restare un gruppo relativamente piccolo, rendendo molto difficile l’ingresso di nuovi soci. «Sia aspiranti membri poi rifiutati che membri attuali sostengono che giornalisti stranieri dalle ottime referenze non siano stati ammessi per paura che andassero a “calpestare l’erba” dei membri attuali», ha scritto il Los Angeles Times. E un membro anonimo ha detto: «Ammettiamo membri che non sono giornalisti perché loro non rappresentano una minaccia di nessun tipo».

Un paio di anni fa, il giornalista britannico Gillian Pringle provò quindi a far partire un’associazione di giornalisti stranieri di spettacolo simile alla HFPA, che però fosse aperta a chiunque fosse effettivamente un giornalista di spettacolo: «la HFPA si vendicò nei confronti di ogni addetto stampa che decideva di concederci interviste con gli attori, e quindi gli addetti stampa smisero di farlo». In una sua autobiografia del 2014, l’ex presidente Philip Berk parlò di un «protezionismo territoriale portato agli estremi».

La HFPA sostiene di voler restare piccola per gestire meglio eventi e rapporti tra associati. C’è però il fondato dubbio che la scelta abbia a che fare anche e forse soprattutto con il fatto che meno membri ci sono, più quei membri sono influenti. Questo consente loro un certo potere nei confronti di chi lavora a Hollywood, che tendenzialmente cerca di mantenere buoni rapporti per via dell’importanza dei Golden Globe. C’è una differenza, tra l’essere uno degli oltre 10mila membri dell’associazione di addetti ai lavori che assegna gli Oscar e l’essere uno degli 87 che assegnano i Golden Globe.

L’associazione ha risposto a quanto scritto dal Los Angeles Times parlando di un processo di ammissione «solido e accurato» e che «è orgogliosa dei suo membri più anziani, che negli anni hanno saputo contribuire moltissimo al giornalismo su cinema e tv».

Il modulo per fare richiesta, presentato sul sito della HFPA è questo e il testo di accompagnamento spiega che oltre ad avere come sponsor due giornalisti che già sono soci, ogni candidato deve «lavorare nella California meridionale» e dimostrare di essersi occupato di spettacolo per una «autentica pubblicazione straniera» e presentando come prova 24 esempi di articoli (o altri contenuti giornalistici) da loro realizzati nei precedenti 3 anni.

In teoria la HFPA ha una regola che vieta ai suoi membri di ricevere regali diretti il cui valore è superiore ai 125 dollari da chi lavora nel cinema o nella televisione. Nella pratica, però, da ormai diversi anni si parla di una realtà molto diversa. A volte si tratta di semplici attenzioni non propriamente quantificabili in denaro. Il New York Times ha scritto per esempio che in certi casi «le celebrità mandano [ai membri] lettere di Natale scritte a mano, che le case di produzione e distribuzione li ospitano in hotel a cinque stelle» e che sono anche piuttosto generose quando si tratta di «champagne, vini pregiati, opere d’arte, coperte di cashmere» e tanti altri regali di vario genere. Altre volte comunque, si riduce tutto a una questione di facilità di accesso e contatti, perché certi membri si accontentano per esempio di una chiacchierata – magari con un selfie – con la star del momento.

Soldi e viaggi
In uno dei suoi due articoli il Los Angeles Times ha parlato anche di una causa legale contro la HFPA intrapresa dalla giornalista norvegese Kjersti Flaa, che ha accusato l’associazione di essere guidata da una “cultura della corruzione”. La causa non è fin qui andata da nessuna parte, ma il Los Angeles Times l’ha usata come fonte iniziale per diverse piste poi confermate in altro modo. Tra le altre cose, Flaa dice che tra chi non ne fa più parte, come lei, la HFPA è nota con il soprannome “il cartello”.

Da associazione no profit quale è, la HFPA non deve preoccuparsi granché delle tasse e negli ultimi anni ha messo da parte qualcosa come 55 milioni di dollari, in gran parte provenienti da finanziamenti di vario tipo. Come ha fatto notare il New York Times, può quindi permettersi di spendere molto in stipendi, ma non solo: nell’ultimo anno fiscale per il quale sono disponibili dati, spese per esempio oltre un milione di dollari in viaggi. C’è infatti modo, per i membri che presenziano a un certo numero di suoi eventi, di partecipare ai festival a spese dell’associazione. Sia il New York Times che il Los Angeles Times hanno scritto che all’interno della HFPA c’è anche un proliferare di comitati e sotto-gruppi di dubbia utilità, i cui membri però sono pagati piuttosto bene, e tra l’altro sempre di più. A gennaio, per esempio, ogni membro del “comitato per i film stranieri” ha ricevuto circa 3.500 dollari.

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Tra le serie comiche candidate al Golden Globe di quest’anno c’è anche Emily in Paris: nel momento dell’annuncio, la candidatura lasciò qualcuno perplesso, perché la serie – dal grande successo di pubblico, su Netflix – era stata piuttosto stroncata dalla critica. È però certo, ha scritto il Los Angeles Times, che nel settembre 2019 oltre 30 membri della HFPA furono invitati – e andarono – sul set parigino della serie, pernottando due notti in un hotel a cinque stelle. «Ci trattarono come re e regine», ha detto uno di quelli che ci andò.

Un ex dirigente degli Amazon Studios ha detto che nell’azienda esisteva un gruppo di sei persone solamente dedicato a mantenere contatti con i membri della HFPA. E ha poi aggiunto che i membri dell’associazione «vivono per gli eventi, più che per i film», sicché «la cosa più importante è trattarli bene e invitarli in posti eleganti».

Chiamato nel 2016 per condurre la cerimonia di premiazione per la quarta volta (a cui ne è seguita una quinta nel 2020), il comico Ricky Gervais disse ai tanti personaggi dello spettacolo seduti davanti a lui che i Golden Globe erano «pezzi di metallo che qualche vecchio giornalista confuso voleva dare loro di persona, così da poterli conoscere e farsi poi un selfie con loro».


Perché non cambia niente?
Nonostante i suoi molti e vecchi problemi, la HFPA – tra l’altro descritta come un’associazione caotica e piena di gelosie e diatribe tra i suoi associati – continua a essere molto influente. Se certe case cinematografiche, certe società di streaming o certe televisioni smettessero di dare così tanta importanza ai Golden Globe, anche la HFPA perderebbe in importanza e potere.

Forse, semplicemente, a Hollywood sta bene così, perché i costi relativi alla gestione dei rapporti con circa 90 membri (alcuni dei quali ottimi e correttissimi giornalisti) sono poca cosa rispetto alla buona pubblicità conseguente a una candidatura o, ancora meglio, una vittoria ai Golden Globe. «La HFPA» ha scritto il Los Angeles Times «è allo stesso tempo idolatrata, presa in giro e a malincuore tollerata dalle case di produzione».

Come ha scritto il New York Times, «ogni anno chi scrive di cinema prende in giro i Golden Globe e li definisce irrilevanti, ma ogni anno chi scrive di cinema li continua comunque a seguire» (anche il Post, peraltro).

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Un esempio di questo atteggiamento lo ha fornito l’attore Gary Oldman. Nel 2014 disse che i membri della HFPA erano «90 nessuno che si facevano una sega» e invitò a boicottare «quello stupido gioco». Nel 2018 Oldman vinse il suo primo Golden Globe e, come da prassi, ringrazio l’associazione che lo stava premiando.