Un'udienza della Giurisdizione speciale per la pace a Medellín, Colombia, nel 2019 (EPA/Luis Eduardo Noriega/ANSA)
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  • sabato 20 Febbraio 2021

I civili uccisi dall’esercito colombiano e spacciati per guerriglieri

Furono più di 6.400 tra il 2002 e il 2008, secondo il tribunale che indaga sui crimini commessi durante la guerra civile

Un'udienza della Giurisdizione speciale per la pace a Medellín, Colombia, nel 2019 (EPA/Luis Eduardo Noriega/ANSA)

Il 18 febbraio la Giurisdizione speciale per la pace della Colombia (Jurisdicción Especial para la Paz, JEP), un tribunale istituito per indagare e giudicare i crimini commessi durante la guerra civile nel paese, ha stabilito che tra il 2002 e il 2008 l’esercito colombiano uccise almeno 6.402 civili spacciandoli per guerriglieri di sinistra: in questo modo poté presentare buoni risultati nella lotta alle bande armate.

È il cosiddetto “scandalo dei falsi positivi” che emerse per la prima volta nel 2008, quando si scoprì che 19 ragazzi del municipio di Soacha y Ciudad Bolívar erano stati ritrovati morti con indosso uniformi mimetiche, portate solitamente dai guerriglieri. Si scoprì allora che i militari ingannavano i civili con promesse di lavoro e poi li uccidevano, presentandoli poi come guerriglieri morti in uno scontro armato. Il numero di falsi positivi ricostruito dalla JEP è tre volte superiore a quello risultato da un’indagine del pubblico ministero colombiano, che parlava di 2.249 persone.

La JEP ha vagliato un’enorme quantità di informazioni, testimonianze, fonti ufficiali e non governative e ha anche riesumato delle fosse comuni, come quella scoperta nel febbraio del 2020 nel cimitero di Dabebiba, nel nordest della Colombia, dov’erano sepolti i corpi di circa cinquanta civili uccisi dai militari. Il tribunale ha stabilito che le uccisioni erano iniziate già negli anni Ottanta ma che si erano concentrate, per il 78 per cento dei casi, tra il 2002 e il 2008. Da quell’anno erano diventate più rare e le ultime testimonianze risalgono al 2014. La JEP stima che siano coinvolti circa 1.500 militari.

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La maggior parte delle uccisioni avvenne durante il mandato dell’ex presidente colombiano Álvaro Uribe, durato dal 2002 al 2010. Uribe è ancora una figura di spicco della politica colombiana ed è considerato il mentore dall’attuale capo di stato, Iván Duque; ha commentato la nuova stima accusando la JEP di «essere di parte» e di volerlo «screditare».

Uribe e il suo partito, il Centro democrático, sostengono infatti che lo scopo della Giurisdizione sia punire i militari e garantire l’impunità delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), il gruppo marxista paramilitare che per 50 anni fu il principale nemico del governo nella guerra civile. Nella sua prima sentenza, però, arrivata il mese scorso, la JEP ha accusato otto ex esponenti delle Farc di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, per le attività di rapimento e richiesta di riscatto per finanziare la guerriglia.

Uribe, intanto, è sotto processo e si è dimesso dall’incarico di senatore dopo che, nell’agosto del 2020, la Corte Suprema colombiana gli aveva imposto gli arresti domiciliari, accusandolo di presunta truffa e di aver influenzato i testimoni dei crimini della guerra civile colombiana. La vicenda era iniziata nel 2012, quando il senatore di sinistra Iván Cepeda aveva accusato Uribe di essere coinvolto in affari poco trasparenti con i gruppi paramilitari di destra; nel 2018 la Corte Suprema aveva ritenuto legittime le accuse di Cepeda e aveva concluso che persone vicine al presidente Uribe avevano effettivamente influenzato alcuni testimoni.

La JEP è stata creata nel 2016 dopo l’accordo di pace tra lo stato colombiano e le FARC, che mise fine alla guerra civile iniziata nel 1964 e che portò alla trasformazione del movimento armato in un partito, chiamato Comunes. È il primo tribunale per crimini di guerra istituito dai partiti di un paese attraverso un accordo di pace. Si ispira al principio della giustizia riparativa e alla convinzione che l’obiettivo più importante sia perseguire la piena verità per consentire al paese di voltare pagina. Per favorire confessioni e testimonianze si serve spesso di pene alternative al carcere, come il compito di rimuovere mine antiuomo, la costruzione di monumenti e infrastrutture e opere riparatorie nei confronti delle vittime.