Un pastore a Gyantse, nella regione autonoma del Tibet. (Purbu Zhaxi/ Xinhua via ZUMA Wire / ANSA)
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  • mercoledì 17 Febbraio 2021

I pastori tibetani stanno diventando vegetariani

Dopo avere allevato e mangiato per secoli gli yak: c'entrano i monaci buddisti e il governo cinese

Un pastore a Gyantse, nella regione autonoma del Tibet. (Purbu Zhaxi/ Xinhua via ZUMA Wire / ANSA)

Negli ultimi decenni molti pastori nomadi che vivevano sull’altopiano del Tibet, regione autonoma della Cina, si sono progressivamente stabiliti in città, cambiando in maniera radicale alcune abitudini di vita. Tra le altre cose, sono stati spinti dai monaci buddisti delle città a praticare il vegetarianismo e ad abbandonare l’attività di allevamento degli yak, che era stata la loro principale fonte di sostentamento nella vita da nomadi. Allo stesso tempo, visto che in Cina si consuma sempre più carne, le autorità locali hanno iniziato a esortarli a vendere i loro yak ai macelli: per molti pastori questo è stato l’unico modo per mantenersi, che però allo stesso tempo ha creato loro diversi problemi.

Sull’altopiano tibetano vivono circa 14 milioni di yak, che sono più o meno il 94 per cento della popolazione mondiale. Per i pastori nomadi che abitano queste zone da secoli, l’allevamento degli yak è sempre stato di estrema importanza: non solo per ricavarne carne, latte, burro e formaggio, ma anche per ottenere pelo e pelli, essenziali per ripararsi dalle bassissime temperature dell’altopiano, che in inverno è gelido e ventoso. Da quando i pastori hanno iniziato a diventare sedentari, però, alcune abitudini culturali caratteristiche del nomadismo non hanno più coinciso con l’identità spirituale predicata dai monaci buddisti, per esempio ciò che si mangia.

L’esperto di Tibet della Oregon State University, Geoffrey Barstow, ha detto che la tradizione buddista secondo cui non bisognerebbe mangiare carne risale ai maestri del Dodicesimo secolo, più precisamente agli insegnamenti di Metön Sherab Özer. Barstow ha spiegato che il vegetarianismo è ampiamente praticato nei monasteri buddisti, ma non tra i nomadi tibetani, che non avrebbero a disposizione con facilità altri alimenti.

(Kevin Frayer/ Getty Images)

Le cose cominciarono a cambiare attorno all’anno 2000, quando si diffuse il “movimento contro il macello”, nato quando il governo cinese cominciò a incentivare la costruzione degli allevamenti intensivi in Tibet. L’iniziativa, che prevedeva la costruzione di nuovi macelli per far fronte al crescente consumo di carne nel paese, continuò poi a essere portata avanti nell’ambito del programma per il cosiddetto “alleviamento della povertà” nella regione tibetana.

Il movimento nacque dalla Larung Gar Buddhist Academy, un centro buddista nella regione di Garze, nel Tibet orientale, in cui si stima abbiano vissuto circa 40mila persone, tra monaci e ricercatori spirituali. Il monaco più influente del movimento è stato Khenpo Jigme Phuntsok, che si opponeva alle pratiche dei macelli, definendoli posti «simili a ciò che immaginiamo possa essere la città della morte, pieni di suoni e rumori terrificanti».

Secondo il movimento, i macelli erano completamente estranei alle tradizioni secolari del Tibet: per questa ragione, i pastori avrebbero dovuto smettere di mangiare carne e anzi liberare i propri animali per “compensare” tutti quelli che avevano ucciso in passato e contribuire a salvarne altri dal macello.

(Kevin Frayer/ Getty Images)

Secondo Barstow, negli ultimi anni questo problema “spirituale” ha portato molti a riflettere su quale sia la vera identità culturale dei pastori tibetani: se quella legata al tradizionale nomadismo o quella più vicina alla dottrina buddista. La tensione tra le due posizioni ha indicato però anche un problema economico, perché soltanto i pastori più ricchi hanno potuto permettersi di liberare gli animali per motivi spirituali.

Molti di loro infatti hanno dovuto vendere i loro yak ai macelli per potersi mantenere e pertanto considerano ancora oggi il movimento per la liberazione degli animali come una minaccia al loro sostentamento. Ciononostante, molti sono stati invogliati a protestare al fianco del movimento contro i macelli anche perché in più di un caso è capitato che le autorità locali avessero ordinato ai pastori di vendere i loro yak a prezzi molto bassi oppure che chiedessero di donarne ai macelli almeno uno per famiglia.

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Per il governo cinese il movimento contro i macelli è un ostacolo all’intensificazione degli allevamenti industriali, ma anche una sfida al potere centrale, che si somma alle storiche tensioni con il Tibet. La Cina invase questa regione nel 1950 e nove anni dopo ne esiliò il governo, di cui faceva parte anche il Dalai Lama, cioè la guida spirituale buddista del Tibet. Da tempo la Cina sta portando avanti un complesso percorso di assimilazione culturale, anche attraverso la sorveglianza e la repressione.

In questi anni il movimento ha organizzato diverse proteste contro la costruzione di nuovi stabilimenti per l’allevamento intensivo e il macello degli animali: le contestazioni sono state per lo più pacifiche, ma in qualche caso ci sono stati scontri e arresti.

Dal 2001, inoltre, il centro Larung Gar iniziò a subire periodicamente sfratti, sgomberi e demolizioni, e tra il 2016 e il 2018 diversi monaci e monache buddisti vennero inviati in campi di rieducazione. Lo scorso giugno, infine, dieci tibetani – tra cui due monaci – furono condannati da 8 a 13 anni di carcere e al pagamento di 8mila euro circa per aver cercato di bloccare la costruzione di un macello commerciale a Sangchu, nella provincia di Gansu, a est dell’altopiano.

La ong Human Rights Watch ha segnalato che dal 2018 i gruppi di cittadini che protestano contro l’esproprio delle terre per la realizzazione dei macelli o sostengono la liberazione degli animali come pratica spirituale sono classificati come “forze criminali” sovversive. È anche per questo che ultimamente il movimento contro i macelli sembra essere in declino. Secondo Tenzin Norgay, ricercatore dell’International Campaign for Tibet, dopo le condanne dello scorso giugno non si è più sentito parlare di nuove proteste da parte del movimento: sia perché è «troppo rischioso» portarle avanti, sia perché persino comunicare con persone esterne al Tibet potrebbe essere considerato un crimine.

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