(AP Photo/Andy Wong, File, LaPresse)
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  • martedì 29 Dicembre 2020

Stati Uniti e Cina litigano anche sul Tibet

A causa di una legge approvata dal Congresso americano che riconosce diversi diritti al Tibet e stanzia fondi a sostegno delle comunità tibetane

(AP Photo/Andy Wong, File, LaPresse)

Il 21 dicembre il Congresso degli Stati Uniti ha approvato a larga maggioranza il Consolidated Appropriations Act, una sorta di manovra economica da 2.300 miliardi di dollari per il 2021, divisa in due parti. La prima è il piano di sostegno da 900 miliardi di dollari (circa 730 miliardi di euro) a favore di famiglie e imprese americane colpite dalla crisi causata dalla pandemia da coronavirus, molto discusso perché firmato dal presidente uscente Donald Trump ben sette giorni dopo l’approvazione.

La seconda è un pacchetto da 1.400 miliardi di dollari (circa 1.140 miliardi di euro) per finanziare tutte le altre spese federali previste fino a ottobre del 2021. All’interno di quest’ultimo è stato approvato un emendamento chiamato Tibet Policy and Support Act of 2020 (TPSA), una legge federale che delinea la politica degli Stati Uniti nei confronti della regione del Tibet, riconoscendole diversi aiuti economici e alcuni importanti diritti, tra cui la minaccia di sanzioni ai funzionari cinesi che interferiranno con la scelta del successore del Dalai Lama, cioè la guida spirituale buddista del Tibet. La carica è ricoperta dal 1940 da Tenzin Gyatso, che è in esilio in India dal 1959, a causa dell’invasione cinese del Tibet.

Il Tibet però è una regione autonoma della Cina e – com’era prevedibile – il governo cinese si è parecchio infastidito del fatto che gli Stati Uniti si preoccupino di un territorio sotto il suo controllo. Il ministero degli Esteri cinese ha avvertito gli Stati Uniti che immischiarsi negli affari interni della Cina peggiorerà ulteriormente i rapporti tra i due stati e ha invitato il presidente statunitense Donald Trump a non firmare la nuova legge sul Tibet. Un portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian, ha detto che gli Stati Uniti «non dovrebbero mai attuare alcuna legge o disposizione che abbia come obiettivo la Cina».

Oltre all’autonomia sulla scelta del successore del Dalai Lama, il TPSA stanzia diversi milioni a sostegno del governo del Tibet in esilio e delle comunità tibetane sparse tra regione autonoma del Tibet, Cina, India e Nepal. Sono previsti anche fondi per alcuni media tibetani e si chiede infine l’istituzione di un consolato americano a Lhasa, la capitale del Tibet.

Il governo del Tibet in esilio, di cui fa parte il Dalai Lama, è riconosciuto e sostenuto dagli Stati Uniti e il suo nome ufficiale è Amministrazione Centrale Tibetana. Fu esiliato nel 1959, nove anni dopo che la Cina aveva invaso il Tibet. Da anni il governo è rifugiato in India, nella città di Dharamsala, e la Cina vede il Dalai Lama come un pericoloso separatista al posto del quale vorrebbe invece imporre una guida spirituale che sia gradita al suo governo.

La notizia dell’approvazione del TPSA è stata ovviamente accolta come una grande vittoria dal governo esiliato tibetano. Il suo presidente Lobsang Sangay, che era stato a novembre negli Stati Uniti per discuterne, ha detto: «Questa legge manda un messaggio di speranza e di giustizia ai tibetani».

Lobsang Sangay ha detto al giornalista Josh Rogin del Washington Post che «se si parla di violazioni dei diritti umani in Cina, il Tibet è stato il paziente zero».

Il presidente del governo tibetano in esilio ha spiegato come quest’anno la Cina abbia reintrodotto i campi di lavoro in Tibet. Secondo Lobsang Sangay, mezzo milione di tibetani sarebbero stati forzati negli ultimi 6 mesi a entrare in questi campi, per essere indottrinati alla cultura cinese, oltre che sfruttati come forza-lavoro.

Secondo il report di settembre della Jamestown Foundation, altre migliaia di tibetani sono stati mandati in diverse parti della Cina a svolgere lavori umili, con la scusa di alleviare la povertà e con l’ammonimento al Tibet di smetterla «di allevare persone pigre». Altri documenti ottenuti da Reuters mostrano che la Cina ha introdotto in Tibet un programma di lavoro coercitivo simile a quello attuato nella regione dello Xinjiang.

Il presidente del governo tibetano esiliato, Lobsang Sangay, insieme al Dalai Lama (AP Photo/Ashwini Bhatia, LaPresse)

Insieme al TPSA il Congresso statunitense ha approvato anche un’altra legge a cui la Cina si è opposta fermamente, il Taiwan Assurance Act of 2020, che è simile negli intenti a quella sul Tibet ma è diversa nella sostanza, perché l’isola di Taiwan è uno stato indipendente, nonostante le rivendicazioni della Cina sul suo territorio. Ultimamente Taiwan sta cercando di ottenere maggiore legittimazione internazionale e il Taiwan Assurance Act va in questa direzione, stabilendo ufficialmente il sostegno degli Stati Uniti su diversi aspetti, per esempio la riammissione dell’isola nelle Nazioni Unite e la regolare vendita di armi nei suoi confronti.

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L’approvazione di queste due leggi si inserisce nel più ampio quadro di tensioni fra Stati Uniti e Cina ormai arrivate ai loro massimi storici alla fine del mandato presidenziale di Donald Trump.

Sempre lunedì 21 dicembre il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha annunciato che gli Stati Uniti negheranno i visti ai funzionari del partito comunista cinese responsabili o complici di repressione nei confronti di gruppi religiosi, minoranze etniche o difensori dei diritti umani. Restrizioni simili erano già previste e sono state sostanzialmente inasprite, forse anche in maniera simbolica vista la concomitanza della legge sul Tibet.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha risposto in un lungo thread su Twitter rinfacciando agli Stati Uniti di doversi occupare dei loro problemi con il razzismo. La Cina in ogni caso ha risposto il giorno dopo con altre limitazioni sui visti per i funzionari americani e i loro familiari responsabili delle recenti interferenze con gli affari interni della Cina.

I rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cina si sono inaspriti soprattutto in questi ultimi 4 anni, a partire dalla guerra dei dazi, arrivata a un primo accordo all’inizio di quest’anno, poi con il blocco degli accordi per il 5G alla società cinese di tecnologia Huawei – a cui si aggiunge la diffidenza di Trump anche nei confronti del social network TikTok. Ovviamente tutto questo è culminato durante la pandemia da coronavirus, con le accuse di Trump alla Cina per non essere intervenuta in tempo sul contagio (e a lungo Trump ha chiamato il nuovo coronavirus «il virus cinese»).

A luglio il governo Trump ha ordinato alla Cina di chiudere il proprio consolato a Houston, in Texas, dopo che il personale diplomatico era stato accusato di svolgere attività di spionaggio e raccolta illegale di informazioni. La Cina ha risposto chiudendo il consolato americano nella città cinese di Chengdu, nella provincia del Sichuan.

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