(AP Photo/Jean-Jacques Levy)

Shelley Duvall, quella di “Shining”

Non recita più da vent'anni, e in una rarissima intervista di alcuni anni fa era sembrata star poco bene: l'ha cercata un giornalista dell'Hollywood Reporter

(AP Photo/Jean-Jacques Levy)

A poco più di vent’anni Shelley Duvall iniziò una carriera da attrice che nel 1980 la portò a essere la protagonista femminile di Shining, il film horror di Stanley Kubrick. Dopo quel film recitò ancora, ma via via sempre meno, fino a quando circa vent’anni fa  si ritirò a vita privata, senza più fare film e nemmeno interviste. Quando ne concesse una alla televisione, nel 2016, fu evidente che l’ex attrice aveva alcuni problemi mentali. Poi sparì di nuovo. Di recente Duvall è tornata a parlare, intervistata e raccontata da Seth Abramovitch per l’Hollywood Reporter.

Nel pezzo, intitolato “Cercando Shelley Duvall“, l’autore ha spiegato di essere andato a parlare con Duvall a inizio 2020, per evitare che l’intervista del 2016 «avesse l’ultima parola» su di lei. Sin dalle prime righe ha precisato di aver trovato una donna non sempre lucida, ma allo stesso tempo dotata di un’ottima memoria e ancora in grado di elaborare e raccontare. In particolare, Duvall è tornata su una questione che aveva già spiegato: quanto fosse stato difficile e stressante recitare in Shining.

Nata nel 1949 a Fort Worth, in Texas, Shelley Duvall non studiò recitazione, ma finì per fare l’attrice dopo aver conosciuto a una festa alcuni membri della troupe di un film di Robert Altman. Per lui recitò in sette film in dieci anni, gli stessi in cui ebbe anche una parte in Io e Annie di Woody Allen e quello che con gran distacco fu il suo ruolo più famoso: Wendy Torrance in Shining. Dopo, Duvall si occupò di programmi tv per bambini e recitò ancora per Altman e poi per Terry Gilliam, Tim Burton e Steven Soderbergh. Smise nel 2002 e di lei si persero le tracce fino a quell’intervista del 2016.

A intervistarla fu Phil McGraw, il conduttore del programma Dr. Phil che – a detta di molti – ne sfruttò i problemi mentali e certe debolezze a scopi scandalistici. In quell’intervista, tra diversi vaneggiamenti, Duvall disse per esempio di ritenere che Robin Williams, morto nel 2014, fosse in realtà ancora vivo e impegnato a spostarsi di corpo in corpo in quanto creatura mutaforma.

Nelle prime righe dell’articolo dell’Hollywood Reporter Duvall è presentata alla guida di un SUV stracolmo di oggetti di ogni tipo. Da più di trent’anni vive con Dan Gilroy, un ex cantante che negli anni Settanta era stato frontman di un gruppo di cui, per qualche tempo, fece parte anche Madonna. Gilroy e Duvall si conobbero sul set del musical di Disney Channel Mother Goose Rock ‘n’ Rhyme, in cui tra l’altro recitò anche il cantante Paul Simon, con il quale Duvall aveva avuto una relazione negli anni Settanta. L’articolo spiega anche che la comunità della piccola cittadina del Texas in cui vive Duvall dà la sensazione di essere molto protettiva nei suoi confronti, e desiderosa di evitare che succeda qualcosa di simile all’intervista del 2016 per Dr. Phil.

A proposito dell’aspetto di Duvall, Abramovitch ha scritto che «i suoi capelli si sono fatti più radi e più grigi» e che sebbene siano cambiate sia la sua corporatura che la sua voce (molto più roca, anche a causa delle molte sigarette che fuma), ci sono «ancora dei segni» che fanno ripensare all’immagine che molti hanno di Duvall quando recitava: come «gli occhi ancora scintillanti, anche se li si guarda da lontano» e il suo «sorriso caldo e accogliente».

Nel ripercorrere gli anni prima di arrivare a Hollywood, Duvall (che non è imparentata con l’attore Robert Duvall) ha detto che il suo sogno era di diventare una scienziata, ma che abbandonò l’idea dopo aver visto la vivisezione di una scimmia. Lavorò quindi come cassiera e, talvolta, come modella. Poco più che ventenne, diventò attrice recitando in Anche gli uccelli uccidono, di Altman. In quegli anni, i primi Settanta, il cinema stava cambiando in modo radicale: Altman era uno dei registi più rappresentativi di quel cambiamento (chiamato “New Hollywood”) e Duvall era quella che Abramovitch ha definito «la sua musa idiosincratica».

Duvall nel 1973 (AP Images)

Trasferitasi a Hollywood, Duvall divenne amica dell’attrice Carol Kane e con lei conobbe, tra gli altri, Roman Polanski e Jack Nicholson, raccontando di averlo trovato «simpatico, carismatico, intelligente». Prima di ritrovarsi con Nicholson sul set di Shining, Duvall andò a New York per Io e Annie (sul cui set conobbe Paul Simon) e nel 1978 recitò in Tre donne di Altmanvincendo il premio per la miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes. Sissy Spacek, che recitò con lei su quel set, ha ricordato Duvall come una persona «divertente, gentile, adorata da tutti: sempre preparata, sempre di buon umore e sempre attenta a prendere il suo lavoro molto sul serio».

Pare che fu proprio una scena piuttosto ruvida di Tre donne a convincere Kubrick a scegliere Duvall per il ruolo di Wendy Torrance in Shining. «Mi disse che ero bravissima a piangere», ha ricordato lei a proposito della prima chiamata ricevuta dal regista. Visto che ancora non c’era una sceneggiatura, lui le fece avere una copia del romanzo di Stephen King da cui sarebbe stato tratto il film. Nel 1979 partì per il set londinese di Shining: Paul Simon, accompagnandola all’aeroporto, le disse che tra di loro era finita. Duvall pianse per tutto il volo.

Arrivata a Londra cenò con Kubrick e sua figlia Vivian e poi iniziarono le riprese. Durarono più di un anno: in parte perché a febbraio un incendio distrusse parte del set, in gran parte perché Kubrick era un perfezionista, noto per far rigirare decine di volte anche scene in apparenza semplicissime. «A Kubrick non andava mai bene nessuna scena prima di averla girata almeno 35 volte» ha detto Duvall: «per me voleva dire 35 scene in cui correre e piangere con un bambino in braccio». Duvall ha spiegato che diventò durissimo anche solo pensare di dover passare buona parte delle sue giornate a farsi venire in mente qualcosa di triste, per poi piangere per ore: «Svegliarsi un lunedì mattina molto presto e pensare che dovrai piangere tutto il giorno perché così è previsto – già di per sé mi faceva piangere».

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Abramovitch ha scritto che sul set di Shining si lavorava per 16 ore al giorno, sei giorni su sette e che Duvall doveva spesso «arrivare a uno stato di assoluta isteria» per interpretare la moglie di un uomo che impazzisce e cerca di uccidere lei e il figlio, tra l’altro già di suo turbato da una serie di visioni terrificanti. Quando non si recitava, Nicholson viveva con la compagna Anjelica Huston in una casa presa in affitto a Londra; Duvall invece stava sola in un appartamento vicino al set, nell’Hertfordshire.

Un’immagine da Shining

Di Kubrick, Duvall ha detto che era «caloroso e amichevole» e che passava molto tempo sia con lei che con Nicholson», se necessario perfino sospendendo l’intero lavoro sul set per mettersi a parlare con loro per ore. Huston (l’attrice che era a Londra con Nicholson e che quindi frequentava un po’ il set) ha detto però ad Abramovitch di aver avuto la sensazione che Duvall soffrisse per il carico emotivo di quel che c’era da fare sul set. Tuttavia, ha aggiunto Huston, «riuscì a caricarsi il film sulle spalle, con Jack [Nicholson] che spaziava tra il comico e il terrificante e con Kubrick che faceva Kubrick in tutto il suo mistero, tutto il suo ingegno e tutta la sua forza».

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Abramovitch racconta che mentre parlavano di Shining, Duvall ha detto che non guardava il film da molto tempo, e che le sarebbe piaciuto rivederlo. Il giornalista ha quindi tirato fuori il suo iPhone, mostrandole una celebre scena.

«Non dimenticherò mai di aver visto la 71enne Duvall riguardarsi, trentenne, stringere una mazza da baseball mentre Nicholson minaccia di ucciderla», ha scritto Abramovitch. La scena ha fatto piangere Duvall, che ha ricordato che per girarla ci vollero tre settimane.

Nel suo articolo Abramovitch quasi nemmeno parla di quello che portò Duvall ad abbandonare il lavoro da attrice, e spiega tra l’altro che l’intervista è stata fatta tutta (a debita distanza) mentre Duvall era seduta sul posto di guida del suo SUV stracolmo. Questo perché – sebbene Abramovitch lo dica solo alla fine – Gilroy ha rifiutato di farsi intervistare e sia Gilroy che Duvall avevano chiesto che lui non andasse a casa loro. Abramovitch aggiunge tra le altre cose che oggi Duvall diventa «visibilmente angosciata» quando si parla di Phil McGraw e quell’intervista del 2016.

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