Harare, Zimbabwe (Tafadzwa Ufumeli/Getty Images)

I paesi poveri rischiano di rimanere senza vaccino contro il coronavirus

O di riceverlo in ritardo: la collaborazione internazionale che dovrebbe evitarlo fatica a mantenere gli obiettivi, mentre i paesi ricchi prenotano molte più dosi del necessario

Harare, Zimbabwe (Tafadzwa Ufumeli/Getty Images)

A inizio settimana, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom, ha detto che il mondo è sull’orlo di “un fallimento morale catastrofico” legato alla mancata distribuzione dei vaccini contro il coronavirus nei paesi più poveri. Molti di questi non hanno accesso alle dosi e faticheranno a riceverne, se i paesi più ricchi e i produttori non provvederanno a distribuirle più equamente, mantenendo gli impegni che avevano assunto nel 2020 proprio per evitare che miliardi di individui restassero senza vaccinazione.

Dalla fine dello scorso anno sono stati somministrati circa 55 milioni di dosi in 51 paesi, ma la maggior parte della distribuzione si è verificata in Occidente e in Cina, mentre sono rimasti esclusi quasi tutti i paesi più poveri e quasi integralmente il continente africano. Lo sbilanciamento è piuttosto evidente, e dipende da ragioni economiche e organizzative.

Miliardi per milioni
Grazie agli accordi stretti con i produttori, per esempio, l’Unione Europea dovrebbe disporre di 2,3 miliardi di dosi dei vari vaccini che saranno via via autorizzati, sufficienti per vaccinare tre volte i cittadini europei. Buona parte degli stati membri ha inoltre preparato piani vaccinali molto ambiziosi, con l’obiettivo di completare la vaccinazione di massa entro la fine della prossima estate e i primi mesi dell’autunno. Ciò implicherebbe la somministrazione di centinaia di milioni di dosi in poco tempo, con una domanda per i vaccini molto alta e per ora non soddisfatta dai produttori, per limiti nella catena di produzione.

A oggi solamente i vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna sono autorizzati negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, con le aziende coinvolte che si stanno organizzando per potenziare la produzione, con non pochi problemi di gestione degli ordini. Le cose dovrebbero migliorare nei prossimi mesi, man mano che saranno autorizzati altri vaccini, ma è prevedibile che anche in presenza di più alternative i paesi più ricchi pensino ai propri interessi, trascurando quelli delle economie più povere.

Le cose da sapere sul coronavirus

Collaborazione
Proprio per evitare una disparità così marcata, nel corso del 2020 è stata avviata una collaborazione internazionale chiamata ACT (Access to COVID-19 Tools Accelerator) che coinvolge l’OMS insieme con associazioni e fondazioni che si occupano di facilitare l’accesso alle risorse sanitarie per i paesi più poveri. ACT contiene al proprio interno uno strumento chiamato COVAX, studiato proprio per facilitare una distribuzione equa dei vaccini, con l’obiettivo di metterne a disposizione circa 2 miliardi entro la fine dell’anno per i paesi a medio e basso reddito.

Nonostante gli obiettivi fissati dalla collaborazione, a oggi COVAX non ha ancora portato alla distribuzione di un solo vaccino e mancano circa 2,8 miliardi di dollari per completare il suo finanziamento. Le sue attività dovrebbero interessare oltre 90 paesi, compresi Zimbabwe, Uganda ed Etiopia, che non si possono permettere di acquistare le dosi per motivi economici. Altri paesi con maggiori disponibilità vorrebbero comunque fare affidamento su COVAX per assicurarsi una quantità sufficiente di dosi, a prezzi più equi derivanti da contratti su larga scala con le aziende produttrici e non realizzati caso per caso.

Accordi
Da inizio anno sono stati stretti più di dieci accordi bilaterali tra alcuni paesi e le aziende produttrici di vaccini, con prenotazioni per milioni di dosi che potranno essere distribuite non appena ci saranno le nuove autorizzazioni. Questi accordi influiscono sull’andamento della domanda e portano in diversi casi a un aumento dei prezzi, che penalizza ulteriormente i paesi più poveri e lo stesso consorzio per l’equa distribuzione delle dosi.

Nel corso della conferenza stampa di lunedì scorso, Tedros ha detto che il costo di un eventuale fallimento dell’iniziativa: “Sarà pagato con la vita nei paesi più poveri”. In precedenza aveva invitato i governi più ricchi a non stringere contratti diretti con le aziende produttrici dei vaccini, prenotando enormi quantità di dosi, perché acquisti fuori misura complicano il lavoro di COVAX. Alcuni governi hanno però invitato GAVI, la cooperazione tra pubblico e privato per migliorare l’accesso ai vaccini che ha in carico la gestione di COVAX, a coordinarsi meglio e a giustificare i ritardi accumulati negli ultimi mesi.

I responsabili di COVAX sostengono di essere al lavoro per fare il più in fretta possibile, ma invitano a considerare quanto sia inedita un’iniziativa di questo tipo su una scala così grande e con tempi così stretti per essere realizzata. Dicono che le prime dosi potrebbero essere distribuite a febbraio, ma ci sono forti dubbi sul mantenimento della scadenza e sulla quantità di vaccini messi a disposizione.

Politico segnala che diversi accordi stipulati finora da COVAX con i produttori non sono contratti veri e propri, ma dichiarazioni di intenti. Uno di questi riguarda l’acquisto di 500 milioni di dosi del vaccino di Johnson & Johnson, ancora in attesa di autorizzazione, e qualcosa di analogo ha riguardato gli accordi per 200 milioni di dosi del vaccino di Sanofi/GSK, in ritardo nella sua fase di sviluppo. Fanno eccezione un contratto per 170 milioni di dosi stretto con AstraZeneca e un accordo per 200 milioni di dosi dello stesso vaccino, prodotto però dal Serum Institute dell’India (che produce su licenza le dosi).

La mancanza di certezze su dosi e tempi di autorizzazione influisce sensibilmente sulle decisioni assunte dai paesi più poveri. Investimenti di svariati milioni di dollari faticano a essere autorizzati dai governi e dai parlamenti, proprio perché non ci sono elementi concreti.

Autorizzazioni
Anche la burocrazia sta influendo su COVAX. Gli accordi della collaborazione prevedono che un vaccino debba essere presente nella lista di emergenza dell’OMS per essere impiegato. Il vaccino di Pfizer-BioNTech è stato il primo, e per ora unico, a essere inserito in lista, ma non fa parte dei vaccini che saranno utilizzati da COVAX, a causa del suo prezzo e delle complicazioni logistiche per la sua gestione.

La collaborazione può in via eccezionale avviare l’impiego di vaccini non compresi nella lista dell’OMS, a patto che un’autorità di controllo nazionale abbia già autorizzato il loro impiego. Il vaccino di AstraZeneca, autorizzato nel Regno Unito, ricade in questa categoria, ma per essere impiegato dovrà comunque ricevere l’autorizzazione nei singoli paesi che partecipano alla ricezione dei vaccini tramite COVAX.

Alternative
I prossimi mesi per COVAX appaiono per lo meno incerti, ma potrebbe esserci un’importante alternativa per attenuare il problema: la donazione delle dosi in eccesso.

Martedì 19 gennaio, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato che sarà organizzato un “meccanismo” per consentire agli stati membri di condividere i 2,3 miliardi di dosi che l’Unione Europea ha prenotato o già acquistato nei mesi scorsi. Al momento non ci sono molti altri dettagli, ma l’annuncio sembra ricalcare quello di altri paesi, che hanno risposto all’appello del direttore generale dell’OMS.

È però difficile immaginare quando potrà avvenire la donazione delle dosi, considerato che in questo momento nell’Unione Europea ci sono solo due vaccini autorizzati, e che entrambi continueranno a scarseggiare fino a quando Pfizer-BioNTech e Moderna non avranno potenziato le loro capacità produttive. I vaccini servono già da adesso anche nei paesi poveri e non sarebbe quindi utile se le donazioni avvenissero tra mesi, se non addirittura a fine anno, quando i paesi donatori avranno completato la parte più consistente delle loro campagne vaccinali.

C’è poi il rischio che ogni paese faccia per conto proprio e senza coordinarsi con gli altri. Per questo motivo GAVI ha di recente prodotto alcune linee guida con indicazioni su come gestire la condivisione delle dosi. Il documento invita i paesi interessati a prevedere quote da donare man mano che ricevono le nuove consegne. È un tema delicato, a causa dell’attuale scarsità di dosi disponibili, ma alcuni governi come quello danese si sono impegnati a farlo già nelle prime fasi della campagna vaccinale.

L’accesso ai vaccini ha anche risvolti di diplomazia e politica internazionale, perché le forniture verso determinati paesi possono consentire ad altri di estendere le proprie aree di influenza. In tal senso si stanno muovendo soprattutto Cina e Russia, che mantengono un maggior controllo sulle modalità di produzione e distribuzione dei vaccini sviluppati dalle loro aziende. Il vaccino russo Sputnik V e quello cinese di Sinovac iniziano a diffondersi in alcuni paesi, soprattutto grazie al loro basso costo.

Queste soluzioni non soddisfano ancora tutti gli standard delle autorità di controllo occidentali e ci sono dubbi sulla loro sicurezza ed efficacia, ma per molti governi alla ricerca di soluzioni e ancora in attesa di COVAX non ci sono molte alternative. Nel caso di ulteriori ritardi o nella mancanza di una maggiore cooperazione internazionale sulla distribuzione dei vaccini, molti paesi potrebbero ricorrere a soluzioni meno adeguate per rallentare la pandemia, con effetti su scala globale.