Proteste a Hong Kong nel giugno 2020 (AP Photo/Vincent Yu)

Internet è ancora libera a Hong Kong?

Le cose vanno sempre peggio dopo l'approvazione della legge sulla sicurezza nazionale qualche mese fa

Proteste a Hong Kong nel giugno 2020 (AP Photo/Vincent Yu)

Dall’approvazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale lo scorso giugno, i movimenti per la democrazia a Hong Kong sono stati repressi duramente. Decine di attivisti sono stati arrestati, le elezioni per il rinnovo del Parlamento locale rinviate (ufficialmente a causa dell’epidemia da coronavirus) ed è stato violato il principio «un paese, due sistemi» che regolava i rapporti tra la città semiautonoma, più libera, e il resto della Cina.

Diverse “eccezioni” di Hong Kong (come il fatto che la polizia e le forze di sicurezza cinesi non potevano operare in città) sono venute meno dopo l’approvazione della legge e altre sono state indebolite, come per esempio la libertà di stampa dopo l’arresto di Jimmy Lai, il celebre editore del giornale di opposizione e pro democrazia Apple Daily. Un’altra delle caratteristiche che distingue Hong Kong dal resto della Cina è che internet in città è completamente libero: Hong Kong non è compresa nel Grande Firewall, il sistema che impedisce ai cittadini cinesi di accedere ai siti non approvati dal governo. Per fare alcuni esempi, Facebook, Google e New York Times, che in Cina non sono accessibili, a Hong Kong lo sono.

Dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza, però, in diverse circostanze le forze di polizia cinesi hanno usato internet come strumento di repressione a Hong Kong, e molti esperti sostengono che la città stia andando verso una riduzione delle libertà anche online. La legge dà alla polizia potere di rimuovere qualsiasi contenuto online considerato pericoloso e di accedere a qualsiasi dato ritenga utile se dovesse servire a indagini che riguardano la sicurezza nazionale. In generale, alla polizia sono consentiti poteri ampissimi, come la possibilità di intercettare le chiamate telefoniche senza mandato. Dopo l’approvazione della legge, le principali compagnie digitali hanno interrotto ogni collaborazione con la polizia di Hong Kong.

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Qualche giorno fa il Washington Post ha raccontato che gli arresti di massa di attivisti fatti dalla polizia all’inizio di gennaio hanno avuto conseguenze anche sul piano della libertà d’espressione online. Dopo aver arrestato 53 persone, alcune delle quali erano ex membri del Parlamento locale, sindacalisti e altre figure di rilievo nella società civile, la polizia ha requisito più di 200 apparecchi tra telefoni e computer portatili, appartenenti non soltanto agli arrestati ma anche a parenti e congiunti non attivi in politica.

La polizia di Hong Kong confisca gli apparecchi elettronici degli attivisti già da prima dell’approvazione della legge sulla sicurezza, ma il Washington Post racconta che ha usato i telefoni di alcuni dei 53 arrestati in modi poco rispettosi dello stato di diritto. Tam Tak-chi, un presentatore radiofonico, dopo l’arresto si sarebbe iscritto a Telegram, una app di messaggistica molto usata nel movimento democratico, e avrebbe cominciato a cercare di contattare altri attivisti. Ma Tam si trovava in prigione in quel momento, e tramite una persona di fiducia ha fatto sapere di non avere attivato nessun account Telegram. Quasi tutti i 53 attivisti arrestati sono stati rilasciati su cauzione, ma molti hanno raccontato che i loro account di posta elettronica o i social network hanno mostrato attività sospette nei giorni successivi alla confisca degli apparecchi. Alcuni, appena dopo la confisca, sono stati avvisati da Google che i loro account erano sotto attacco da parte di hacker di stato.

Dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, la polizia di Hong Kong ha cominciato anche a inviare i telefoni confiscati in Cina, dove ci sarebbero laboratori più attrezzati per l’estrazione di informazioni.

Già lo scorso agosto il New York Times aveva spiegato che con l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale le tecniche di repressione e indagine online della polizia si erano fatte molto più dure e non rispettose dello stato di diritto. L’articolo raccontava di Tony Chung, un attivista accusato di un reato che prima dell’approvazione della nuova legge non esisteva: aver scritto su Facebook un post a favore dell’indipendenza di Hong Kong (Chung nega di averlo scritto). La polizia lo arrestò mentre si trovava in un centro commerciale, lo immobilizzò, gli prese il telefono, un iPhone, e glielo piazzò davanti alla faccia per poterlo sbloccare con il riconoscimento facciale. Poi lo portò a casa sua e lo costrinse a mettere il dito sul sensore di impronte digitali di un altro telefono, e cominciò a interrogarlo per sapere le password di tutti i suoi account. Chung disse di essere riuscito a evitare che i poliziotti accedessero ai suoi telefoni: chiuse gli occhi e contrasse l’espressione del viso per evitare il riconoscimento facciale, e in precedenza aveva già disattivato lo sblocco con impronta digitale. Ma gli agenti gli dissero: «Sai che con con la legge sulla sicurezza nazionale abbiamo il pieno diritto di sbloccare i tuoi telefoni e ottenere le tue password?».

L’articolo descriveva inoltre come la polizia avesse installato una videocamera di sicurezza davanti a casa di alcuni attivisti, una tecnica ben nota della polizia segreta cinese, e avesse tentato in più occasioni di hackerare o di accedere surrettiziamente ai loro account social.

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Questo mese, inoltre, un sito legato ai movimenti per la democrazia è stato reso inaccessibile agli abitanti di Hong Kong. Si chiama HKChronicles, è stato fondato dalla diciottenne Naomi Chan e nel tempo ha raccolto moltissimo materiale sulle proteste per la democrazia, compresi foto, video, articoli. Oggi la funzione più nota del sito è quella di rendere pubbliche informazioni — compresi nomi, fotografie e altri dati — dei poliziotti di Hong Kong che parteciparono alla repressione delle proteste e di altri sostenitori del regime cinese, tra cui politici e funzionari pubblici, ma anche, in certi casi, di comuni cittadini e negozianti.

Questa è una pratica eticamente opinabile, e HKChronicles è stato accusato di complicità in alcuni episodi di molestie e persecuzione. La necessità di individuare i poliziotti, però, è nata quando, a partire dal 2019, gli agenti hanno cominciato a togliersi le targhette con il nome durante le operazioni più violente alle manifestazioni per la democrazia, che in alcuni casi si trasformavano in pestaggi brutali.

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Il sito, che ovviamente era già inaccessibile ai cittadini cinesi tramite il Grande Firewall, è stato reso inaccessibile anche a quelli di Hong Kong. Il New York Times e il South China Morning Post, il principale giornale della città, hanno confermato che la polizia ha chiesto ai provider della rete internet di oscurarlo. È un metodo piuttosto rudimentale e facilmente aggirabile, che ha poco in comune con il Grande Firewall usato dal governo cinese, che invece è sofisticato e tecnologicamente avanzato. Tuttavia alcuni attivisti sostengono che il governo di Hong Kong abbia «creato un precedente», come ha detto al Washington Post Glacier Kwong, il fondatore dell’associazione Keyboard Frontline, che si occupa di monitorare la libertà di internet nella città semiautonoma. «Nel momento in cui non piace al regime, un sito internet può essere bloccato senza nessuna ragione sotto la legge per la sicurezza nazionale, e questo è un chiaro danno alla libertà di internet, alla libertà d’informazione e alla libertà di parola».

Lokman Tsui, un professore della Chinese University di Hong Kong che si occupa di privacy e di diritto di internet, sostiene che il governo locale stia «testando le acque» per favorire l’imposizione di una qualche forma di censura generalizzata di internet. Questo sarebbe in contraddizione con quanto promesso dalla governatrice della città, Carrie Lam, che poco prima dell’approvazione della legge sulla sicurezza disse che le nuove norme avrebbero riguardato «una piccolissima minoranza della popolazione».