Una copia di “Apple Daily” con la notizia dell'arresto di Jimmy Lai. (Billy H.C. Kwok/Getty Images)
  • Mondo
  • martedì 11 Agosto 2020

Cosa significa l’arresto di Jimmy Lai a Hong Kong

Quello che è successo al proprietario di un popolare tabloid pro-democrazia è la conseguenza più grave della nuova legge cinese sulla sicurezza, e anche un avvertimento

Una copia di “Apple Daily” con la notizia dell'arresto di Jimmy Lai. (Billy H.C. Kwok/Getty Images)

Lunedì mattina circa 200 poliziotti sono entrati nella sede di Apple Daily, il tabloid più letto di Hong Kong, portando con sé in manette Jimmy Lai, il proprietario del giornale. Lai è stato arrestato sulla base della nuova e contestata legge sulla sicurezza nazionale approvata dalla Cina a giugno per rafforzare il suo controllo su Hong Kong, dopo un anno di proteste pro-democrazia.

Lai era stato uno dei punti di riferimento di quelle proteste, e il suo arresto è stato interpretato dagli osservatori come un chiaro segnale che il governo di Pechino intende usare la nuova legge per limitare la libertà di stampa. Insieme a lui è stata arrestata anche Agnes Chow, 23enne tra le leader delle proteste del 2019. «L’arresto di Jimmy Lai e di Agnes Chow è il più grande affronto alla libertà di stampa e di espressione a Hong Kong: avrà un enorme effetto di inibizione sulla comunità, che è esattamente quello che Pechino vuole ottenere», ha dettoVox Lynette H. Ong, docente di scienze politiche all’Università di Toronto.

Lai ha 71 anni, e quando ne aveva 12 emigrò a Hong Kong dalla Cina trovando lavoro in una fabbrica di abbigliamento. Dopo aver fatto carriera fino a diventare direttore dello stabilimento, usò i soldi della buonuscita per avviare una sua impresa che si espanse presto in diversi paesi del mondo. Fin dalle proteste di piazza Tienanmen diventò un critico del governo di Pechino, fondando alcuni tabloid che si ispiravano a quelli britannici e americani, usando toni sensazionalistici per raccontare scandali politici ed economici di Hong Kong. Apple Daily fu fondato nel 1995, e arrivò in fretta a vendere centinaia di migliaia di copie.

– Leggi anche: A Hong Kong sta succedendo quello che si temeva sarebbe successo

La Cina ha sempre malsopportato Lai, che anche prima della nuova legge aveva avuto molti problemi legali, aumentati dopo la sua partecipazione alle proteste dell’anno scorso. Ma con la legge sulla sicurezza nazionale, la Cina ha introdotto pene che arrivano fino all’ergastolo per una lunga serie di reati che vanno dalla sovversione al terrorismo, includendo in queste categorie anche azioni come il danneggiamento di mezzi pubblici. Tra le altre cose, la legge prevede pene severe per chi è ritenuto colpevole di aver fatto attività di lobbying per convincere altri paesi ad applicare sanzioni economiche ai danni della Cina.

La legge sulla sicurezza era stata accolta come «la fine di Hong Kong» da molti attivisti pro-democrazia, tra cui proprio Lai, che in un editoriale sul New York Times aveva scritto: «Ho sempre pensato che un giorno sarei potuto finire in prigione per quello che pubblico o per i miei appelli per la democrazia». Fin da inizio giugno le autorità cinesi l’hanno applicata allestendo un ufficio apposito in un hotel della città, rimuovendo libri sgraditi dalle biblioteche, vietando agli studenti di cantare slogan politici e licenziando professori che avevano simpatizzato per i movimenti a favore della democrazia.

A settembre erano previste le elezioni legislative: la commissione elettorale prima ha estromesso 12 candidati, poi le ha rinviate di un anno a causa della pandemia da coronavirus. Ma l’arresto di Lai è stata la conseguenza più rilevante e visibile della nuova legge. Lo stesso Lai l’aveva previsto: «Qualunque cosa scriviamo, possono considerarla sovversiva o indipendentista o in qualunque altro modo vogliano. (…) Vogliono intimidirmi, spingermi ad andarmene, in modo che disonori Apple Daily e comprometta la solidarietà nel movimento pro-democrazia» aveva detto in un’intervista al Wall Street Journal lo scorso giugno.

– Leggi anche: La nuova legge cinese sulla sicurezza nazionale è la fine di Hong Kong?

Secondo Allen Carlson, docente di studi sulla Cina e il Pacifico alla Cornell University, il governo di Pechino ha voluto compiere un’azione simbolica in modo da avvertire tutto il movimento pro-democrazia, dissuadendo gli attivisti dal continuare a protestare pubblicamente. Il fatto che l’operazione nella redazione di Apple Daily – trasmessa in diretta streaming dai giornalisti – sia avvenuta in presenza di 200 poliziotti, molti di più di quelli realmente necessari, avvalorerebbe questa tesi. Assieme a Lai sono stati arrestati due suoi figli e altri quattro dirigenti della società: un chiaro avvertimento agli altri media indipendenti della regione.

Formalmente, Lai, Chow e le altre otto persone arrestate lunedì sono sospettate di collusione con potenze straniere e frode: le autorità ritengono che alcuni di loro siano stati coinvolti in un tentativo di introdurre sanzioni contro la Cina. L’anno scorso Lai e Chow erano stati a Washington per chiedere al vice presidente statunitense Mike Pence e ai parlamentari statunitensi di approvare una legge per autorizzare delle sanzioni se la Cina avesse tentato di rafforzare il controllo su Hong Kong. La settimana scorsa il governo statunitense aveva deciso proprio le prime sanzioni economiche di questo tipo, contro la leader di Hong Kong Carrie Lam e altre 10 autorità locali, accusate di aver represso l’opposizione. La Cina aveva risposto emettendo a sua volta delle sanzioni economiche contro 11 cittadini americani, tra cui i senatori Marco Rubio e Ted Cruz.

Ufficialmente la risposta statunitense era dovuta alla decisione di Hong Kong di rinviare le elezioni, giudicata un pretesto per limitare un’altra volta l’espressione democratica nella regione autonoma. Ma c’è molto di più: i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono infatti in un momento di grande tensione, come dimostrano la guerra commerciale, le polemiche sulla gestione dell’epidemia, il caso Huawei e quello nato intorno a TikTok, popolarissimo social network di proprietà cinese che il presidente Donald Trump vuole vietare negli Stati Uniti, a meno che non sia venduto a una società americana.

Le tensioni economiche e commerciali hanno quindi avuto un ruolo centrale nell’insistenza statunitense riguardo all’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale cinese e alla sua applicazione a Hong Kong, che è diventato una specie di terreno di battaglia tra le due potenze. Se fino a qualche anno fa la Cina aveva evitato di intromettersi troppo negli affari della regione, che era un collegamento fondamentale tra l’economia cinese e quella occidentale, lo sviluppo del resto del paese ha diminuito l’importanza di Hong Kong. Il risultato è stato che il presidente cinese Xi Jinping ha deciso di trasformarlo in uno dei fronti della guerra diplomatica e commerciale con gli Stati Uniti e l’Occidente, come aveva fatto prima con il mar Cinese meridionale, sul quale rivendica il controllo nonostante le proteste e le sanzioni della comunità internazionale, o come Trump ha fatto con la pandemia da coronavirus, per cui da mesi incolpa la Cina.