IPhone in esposizione nel quartier generale di Apple a Cupertino, nel 2018 (Justin Sullivan/Getty Images)

Che ne sarà della Silicon Valley

Aziende note e grandi imprenditori (tra cui Elon Musk) stanno lasciando la regione della California famosa per la tecnologia, spostandosi in Texas, ma probabilmente è presto per parlare di crisi

IPhone in esposizione nel quartier generale di Apple a Cupertino, nel 2018 (Justin Sullivan/Getty Images)

La pandemia da coronavirus ha riaperto la discussione su una questione molto nota e molto antica tra chi si occupa di industria tecnologica negli Stati Uniti: il futuro della Silicon Valley e, per i più pessimisti, la sua fine. La Silicon Valley, sede di alcune delle più grandi aziende tecnologiche e di migliaia di startup, è da tempo la regione più innovativa del mondo, capace di generare un’enorme ricchezza e di attrarre le persone più talentuose. Negli ultimi mesi, però, esperti e opinionisti hanno scritto che il suo modello di innovazione è in pericolo, minacciato in parte dalla pandemia, che ha svuotato gli uffici e spinto molti lavoratori a trasferirsi altrove, e in parte da alcuni fenomeni di più lungo periodo. Altri analisti sono meno scettici, e ritengono che la Silicon Valley non soltanto uscirà dalla pandemia indenne, ma anche rafforzata.

Silicon Valley è il nome attribuito a una grande area corrispondente grossomodo alla parte sud della regione della baia di San Francisco, in California. L’espressione inizialmente era usata per le due contee di Santa Clara e San Mateo ma, con l’espandersi dell’industria in tutta la regione, ormai comprende un’area ben più grande, inclusa la città di San Francisco. Silicon Valley, inoltre, è un’espressione spesso usata come sineddoche della grande industria tecnologica americana, anche se non tutte le aziende principali si trovano in California: Amazon e Microsoft, per esempio, hanno sede a Seattle, nello stato di Washington.

In questi mesi due eventi strettamente legati fra loro hanno spinto molti osservatori a parlare del futuro della Silicon Valley. A seguito della pandemia, i dipendenti delle aziende tecnologiche hanno cominciato a lavorare da casa, e molte di queste hanno rivisto l’organizzazione del lavoro. Twitter intende diventare una «azienda diffusa», secondo il CEO Jack Dorsey, e non chiederà ai dipendenti di tornare in ufficio nemmeno a fine pandemia. Google consentirà ai dipendenti di rimanere a casa almeno fino all’estate del 2021, e per il dopo la dirigenza sta considerando di introdurre una «settimana di lavoro flessibile»: tre giorni di lavoro in ufficio e due da casa.

Molti ingegneri e informatici, secondo i media americani ma anche secondo le rilevazioni statistiche, hanno approfittato di questa opportunità per trasferirsi fuori dalla California: la Silicon Valley è sì una delle regioni più ricche del mondo, ma anche una delle più costose (come ha scritto Bloomberg, l’affitto mediano per un appartamento con una sola camera a San Francisco prima della pandemia era di 3.700 dollari al mese). Gli incendi sempre più gravi, come quelli che hanno colpito lo stato negli scorsi mesi, hanno contribuito a peggiorare la qualità della vita. Ad approfittarne è stato soprattutto il Texas, che dista un migliaio di chilometri dalla California ma dove il costo della vita è più contenuto e le tasse generalmente più basse, e dove da tempo si sta sviluppando una sorta di Silicon Valley alternativa.

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Il secondo fenomeno recente, per l’appunto, è che alcune aziende di un certo rilievo hanno cominciato a spostare il loro quartier generale fuori dalla Silicon Valley. Di recente l’hanno fatto Palantir, un’azienda che si occupa di intelligenza artificiale, Oracle, che si occupa di cloud computing, e Hewlett Packard Enterprise (HPE), un’azienda nata da Hewlett-Packard, la prima startup della Silicon Valley. Anche in questo caso a beneficiare del trasferimento è stato il Texas: tutte e tre le aziende si sono trasferite ad Austin, la capitale dello stato. Anche Elon Musk, il CEO di Tesla e una delle figure più importanti del settore tecnologico americano, si è trasferito in Texas da poche settimane (per ora è un trasferimento personale, ma Musk ha detto che vorrebbe spostare anche le sue aziende, prima o poi).

Questi fenomeni sono visti con preoccupazione perché, secondo gli esperti, la forza della Silicon Valley sta nell’essere il più importante «cluster creativo» del mondo, cioè nell’essere il luogo dove si radunano tutte le persone con un determinato tipo di conoscenza e di esperienza, dagli investitori agli imprenditori ai programmatori. Secondo gli esperti questa prossimità fisica, anche se ha alcuni inconvenienti, è in grado di dare molto valore aggiunto in termini di innovazione e produttività.

Come ha scritto la storica Margaret O’Mara in una serie di articoli di opinione sul New York Times, i personaggi più importanti della Silicon Valley hanno sempre avuto tra i loro valori quello della prossimità fisica. I venture capitalist, cioè gli investitori, usano di norma la «20 minute rule», in base alla quale non si danno finanziamenti a startup che abbiano la sede più lontana di 20 minuti in macchina dai loro uffici. Steve Jobs, quando era CEO della Pixar negli anni Duemila, propose di costruire un nuovo campus con i bagni tutti nella stessa area dell’enorme edificio, così da facilitare gli incontri casuali (l’idea fu accantonata). I vari campus di Google, Facebook e Apple sono stati disegnati con lo stesso scopo in mente: tenere i dipendenti il più possibile in ufficio grazie a benefit e attrattive (ristoranti, campi sportivi e così via) e favorire gli scambi casuali. Questa filosofia è antica nella Silicon Valley, e risale al celebre Xerox PARC, un campus attivo negli anni Settanta, dove sono state fatte alcune delle più importanti invenzioni tecnologiche del Ventesimo secolo.

Il timore è che se la prossimità fisica cominciasse a venire meno, potrebbero venire meno anche la creatività, l’innovazione e la concentrazione di talento che hanno fatto la fortuna della Silicon Valley.

Gli argomenti della crisi
I pessimisti notano che alcuni fenomeni preoccupanti precedono la pandemia, e quindi potrebbero continuare anche dopo. Per esempio, il primo anno in oltre un decennio in cui più persone hanno lasciato la California di quante ne siano arrivate è stato il 2019, non il 2020. Sempre al 2019 risale un sondaggio del San Jose Mercury News, un giornale locale, secondo cui il 46 per cento degli abitanti della baia di San Francisco sarebbe disposto a trasferirsi nel giro di qualche anno. L’ultimo studio trimestrale di PitchBook e NVCA Venture Monitor, due società di consulenze, ha rilevato che in California il tasso di investimento del venture capital sta calando leggermente, anche se rimane il più alto del mondo. E durante la pandemia alcune aziende tecnologiche famose, anzitutto Uber e Airbnb, sono state costrette a licenziare migliaia di dipendenti.

Da un paio d’anni, inoltre, una serie di scandali gravi, come per esempio il fallimento della quotazione in borsa di WeWork, avrebbero danneggiato la fiducia degli investitori, che sono molto più cauti nell’erogazione di finanziamenti.

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Il modello di sviluppo della Silicon Valley sarebbe minacciato anche dalla politica, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, che è sempre più decisa a ridurre la grande libertà imprenditoriale che ha consentito alle aziende della Silicon Valley di diventare ricchissime e in alcuni casi di trasformarsi in monopoli, dovendo affrontare poche responsabilità e scarsa regolamentazione. Le autorità americane ed europee hanno aperto diverse indagini, e meditano riforme strutturali e molto pesanti, come per esempio l’eliminazione o la riscrittura della Sezione 230 del Communications Decency Act, la legge americana che protegge le piattaforme di internet dalla responsabilità editoriale. In generale, l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti dell’industria tecnologica è molto cambiato negli ultimi anni: un sondaggio citato dalla Harvard Business Review mostra per esempio come, per l’80 per cento degli americani, le grandi compagnie tech americane abbiano «troppo potere».

Gli argomenti contro la crisi
Secondo altri osservatori le preoccupazioni sulla crisi della Silicon Valley potrebbero essere esagerate. Anzitutto, come ha notato su Bloomberg Laura Bliss, si parla di ingegneri e aziende che fuggono dalla Silicon Valley da circa tre decenni, e finora i talenti che se ne sono andati sono sempre stati rimpiazzati da talenti nuovi. Anche il trasferimento delle aziende deve essere ridimensionato, sia perché HPE, Oracle e Palantir sono aziende tutto sommato piccole rispetto ad Apple e Google (che non intendono trasferirsi e anzi hanno costruito enormi campus), sia perché almeno per le ultime due potrebbero esserci ragioni non soltanto economiche per il trasferimento in Texas: come ha scritto Axios, sia il ceo di Oracle (Larry Ellison) sia quello di Palantir (Peter Thiel) sono forti sostenitori di Donald Trump, e si sono lamentati della cultura eccessivamente di sinistra della California.

La storica Margaret O’Mara sul New York Times ha elencato altri due motivi per cui la Silicon Valley «è per sempre». Il primo è il denaro: anche se il settore tecnologico californiano ha subìto numerose crisi, le aziende coinvolte sono sempre riuscite a superarle grazie alle loro finanze molto floride. La ricchezza creata durante ciascun periodo di prosperità ha sempre superato quella distrutta nelle crisi. Come ha notato l’Economist, in questo anno di presunta crisi anche aziende che apparivano in difficoltà hanno fatto investimenti e acquisizioni: Uber, tra le altre, a maggio ha comprato la compagnia di consegne Postmates per 2,65 miliardi di dollari e ha fatto investimenti in altre compagnie, tra cui Lime. La decisione non sarà piaciuta ai 6.000 dipendenti licenziati da Uber quest’anno, ma dal mero punto di vista economico è un segnale di vitalità. Airbnb, che all’inizio dell’anno sembrava in profonda crisi, a dicembre ha fatto una quotazione in borsa di grande successo.

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O’Mara cita anche una ragione più profonda per essere ottimisti: finora negli Stati Uniti nessun’altra regione è riuscita a ricreare le stesse condizioni che hanno consentito alla Silicon Valley di nascere nella seconda metà del Ventesimo secolo, come per esempio i massicci investimenti pubblici in ricerca e sviluppo che sono stati alla base delle prime startup, tra cui Hewlett Packard. Il Texas ci sta provando, cercando di trasformare la University of Texas nell’equivalente di Stanford e Berkeley, le due università californiane che hanno formato i migliori ingegneri americani, ma finora con risultati non comparabili. Condizioni simili, semmai, potrebbero essere riprodotte in Cina, sostiene O’Mara, e con lei molti imprenditori americani che ammirano il modello cinese di innovazione.

Susan Wachter, una professoressa di Finanza sentita da Bloomberg ad agosto, ritiene inoltre che gli ultimi cambiamenti all’interno della Silicon Valley possano trasformarsi in un segnale di vitalità. Il trasferimento di ingegneri e imprenditori ha provocato un certo abbassamento del costo della vita (ad agosto a San Francisco gli affitti erano del 7 per cento più economici che prima della pandemia), che potrebbe consentire a una nuova generazione di talenti di trasferirsi nell’area.