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  • Domenica 13 dicembre 2020

Com’è fotografare per il New York Times

Lo racconta il fotogiornalista Fabio Bucciarelli, che ha documentato l'epidemia in Italia per il più importante giornale del mondo

La prima pagina del New York Times di lunedì 30 novembre (New York Times)
La prima pagina del New York Times di lunedì 30 novembre (New York Times)

Lunedì 30 novembre il New York Times ha pubblicato un’inchiesta che ricostruisce con precisione tutti i ritardi e le decisioni sbagliate prese a marzo dal governo italiano e da regione Lombardia nella gestione delle prime fasi dell’epidemia da coronavirus. L’inchiesta, del corrispondente Jason Horowitz, parla soprattutto di Bergamo, «tra le zone in cui il virus ha ucciso di più in Occidente»: la provincia italiana che ha avuto l’aumento di morti più significativo rispetto alla media degli ultimi cinque anni.

Domenica 6 dicembre è stata pubblicata la seconda parte dell’inchiesta, con le interviste ad alcuni abitanti che vivono nei paesi della Valseriana, l’area dove il coronavirus ha causato più morti.

Uno dei motivi per cui questi articoli sono speciali è il lavoro del fotogiornalista Fabio Bucciarelli, che da marzo racconta le conseguenze dell’epidemia in provincia di Bergamo attraverso le sue fotografie. Lo ha fatto quasi solo per il New York Times, che negli ultimi mesi ha pubblicato molti servizi per spiegare cosa stava succedendo in Italia.

Le fotografie di Bucciarelli, soprattutto il lungo lavoro che c’è dietro a quelle fotografie, è uno dei motivi per cui il New York Times è il New York Times, uno dei pochi giornali al mondo ancora in grado di investire tantissimo per la produzione di contenuti di grande qualità. Negli ultimi dieci anni, Bucciarelli ha collaborato con quasi tutti i giornali più importanti del mondo: gli abbiamo chiesto di spiegare concretamente perché il New York Times è diverso da tutti gli altri.

Chi è
Fabio Bucciarelli è un fotografo freelance. È nato a Torino nel 1980. Negli ultimi anni ha seguito alcuni degli eventi più importanti a livello mondiale: ha raccontato la guerra civile in Libia fino alla morte di Gheddafi, è stato in Siria durante la battaglia di Aleppo, è stato in Iraq, a Gaza, in Sud Sudan e in Mali. Tra le altre cose, è stato il primo fotogiornalista a scattare una foto al cadavere di Muammar Gheddafi, il 20 ottobre 2011, a Misurata, in Libia.


Bucciarelli ha vinto alcuni dei premi internazionali più importanti come la Robert Capa Gold Medal, il World Press Photo, il Prix Bayeux-Calvados, il Picture of the Year International (POYi), il Sony Award. I suoi lavori sono stati pubblicati, tra i tanti, anche da TIME Magazine, BBC, Al Jazeera America, il Guardian, il Wall Street Journal, il Los Angeles Times, Foreign Policy, Paris Match, Stern, Die Zeit, dagli italiani L’Espresso, Internazionale, La Repubblica, Il Corriere della Sera, La Stampa. E ovviamente dal New York Times, per cui ha realizzato il reportage sulla provincia di Bergamo.


Il metodo
Bucciarelli ha un metodo di lavoro molto scrupoloso, che ha affinato nel corso degli ultimi dieci anni e che utilizza sempre. Come per molti fotografi, la prima fase consiste nello studio iconografico di un evento. Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, per esempio, Bucciarelli ha trascorso dieci giorni esaminando con attenzione tutte le foto pubblicate dai giornali internazionali per raccontare l’epidemia.

Nella prima metà di marzo, quando alcune province lombarde erano già in emergenza, sui giornali venivano pubblicate soprattutto foto di piazze e strade vuote. Bucciarelli dice che «mancavano le immagini delle persone che stavano vivendo questa tragica esperienza. Mancavano i nomi. Si parlava solo di numeri».

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La seconda fase è sul campo. Il 15 marzo Bucciarelli è arrivato in provincia di Bergamo, da freelance. Dopo aver preso contatto con la Croce Rossa di Alzano Lombardo, uno dei comuni più colpiti della bergamasca, è riuscito a scattare alcune fotografie che mostravano gli operatori sanitari nelle case di persone ammalate in uno dei momenti più drammatici dell’epidemia. A marzo, in provincia di Bergamo, era difficile trovare posto negli ospedali perché i reparti erano già pieni, e molte persone sono morte nelle loro case. Bucciarelli ha inviato le foto al New York Times, per cui aveva già realizzato alcuni servizi in passato.

La prima pagina del New York Times del 15 aprile (New York Times)

Da questo punto in poi, l’approccio al lavoro è stato diverso rispetto a quello che ci sarebbe stato lavorando per qualsiasi altro giornale. «Chiunque altro avrebbe pubblicato immediatamente quelle fotografie, perché per la prima volta venivano documentate così da vicino le conseguenze dell’epidemia», racconta Bucciarelli. «Il mio lavoro sarebbe finito lì. Al massimo mi avrebbero chiesto di tornare tempo dopo. Invece, quando gli editor del New York Times hanno visto le foto mi hanno detto: “Bene, adesso puoi iniziare a lavorare su questa storia”. La vera grande differenza, rispetto a tutti gli altri giornali, è il tempo dedicato al progetto giornalistico».

Bucciarelli ha lavorato due settimane per realizzare le foto utilizzate in un primo progetto speciale intitolato “We Take the Dead From Morning Till Night”, un webdoc sull’emergenza coronavirus in provincia di Bergamo, pubblicato il 27 marzo. Per scattare le fotografie pubblicate nell’articolo di lunedì 30 novembre, invece, Bucciarelli ha lavorato da luglio e fino a metà novembre. «Per fare del buon fotogiornalismo serve molto tempo», dice. «Nel caso di questo servizio, in particolare, scattare la fotografia è l’ultima cosa. Il vero lavoro è arrivare in quel punto preciso e in quel momento, creare empatia e trasmettere fiducia alle persone che stai fotografando. Sono riuscito a entrare nelle case grazie all’aiuto della Croce Rossa. Mi sono preso il tempo necessario per spiegare l’importanza di questo servizio alle famiglie, costruire una relazione con loro. È stato molto importante avere il tempo per poterlo fare».

La prima pagina del New York Times di sabato 28 marzo (New York Times)

La squadra
Un’altra delle cose che rende unico il lavoro del New York Times è la squadra. Per realizzare i servizi fotografici sulla pandemia, è stato creato un gruppo di giornalisti, photo editor, editor, ma anche designer e sviluppatori per realizzare il webdoc. Ogni giorno, Bucciarelli era in contatto con un photo editor per confrontarsi sullo sviluppo della storia, sullo stato di avanzamento.

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Le scadenze prevedevano l’invio di un gruppo di immagini su cui avrebbe lavorato l’intera squadra in una lunga opera di selezione ed editing. Da centinaia di fotografie, si è arrivati alle 17 pubblicate nell’articolo del 30 novembre. «È una grande macchina che si mette in movimento e che ti dà assistenza continua», spiega Bucciarelli. «Succede soprattutto per questi progetti speciali. È un’idea molto lontana dallo stereotipo del fotografo che lavora da solo».

I dettagli
Infine, il New York Times ha cura anche delle piccole cose, che sono piccole solo all’apparenza. Per esempio, la tutela del fotogiornalista. Prima di iniziare il lavoro in provincia di Bergamo, infatti, il giornale ha studiato un protocollo di regole per consentire a Bucciarelli di muoversi in sicurezza in una situazione inedita e pericolosa. Gli hanno mandato, più volte, dispositivi di protezione individuale: mascherine, tute e guanti.

Bucciarelli, prima di partire verso la provincia di Bergamo, ha lavorato con un avvocato sulla liberatoria studiata appositamente per questo progetto, cioè un documento che le famiglie hanno firmato per consentire al fotografo di utilizzare e pubblicare i loro volti. Anche in questo ambito, Bucciarelli ha avuto il pieno aiuto da parte del giornale.

La liberatoria, in realtà, è stato un atto formale, perché le famiglie fotografate hanno dimostrato grande disponibilità, dopo aver ascoltato le parole di Bucciarelli e compreso l’importanza di questo lavoro. Non era scontato, in momenti così difficili. «Mi hanno aperto le porte della loro casa: vale più di una liberatoria», conclude Bucciarelli.