(ANSA/FILIPPO VENEZIA)
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  • giovedì 19 Marzo 2020

Non sappiamo davvero quanti sono i morti

Nelle province più colpite sempre più persone muoiono a casa o nelle case di riposo, senza che venga fatto loro il tampone e senza rientrare nelle statistiche ufficiali

(ANSA/FILIPPO VENEZIA)

La scorsa settimana, in una casa di riposo in provincia di Cremona con 460 posti letto, 18 persone anziane con gravi sintomi respiratori sono morte, in un giorno soltanto. Un’altra casa di riposo a Mediglia, vicino a Milano, ha registrato 25 decessi in 23 giorni: più di uno al giorno. In un’altra struttura ancora, nella periferia sud di Milano, i morti da inizio marzo sono stati sedici. Quasi tutti prima di morire hanno manifestato sintomi e difficoltà respiratorie compatibili con quelli della COVID-19, ha raccontato il Corriere della Sera, ma quasi nessuno è stato sottoposto al test e le loro morti sono sfuggite al conteggio presentato ogni sera dalle autorità regionali lombarde e poi da quelle nazionali della Protezione Civile.

Non c’è modo di conoscere le ragioni esatte per cui siano morte queste persone, anche se il loro numero appare anomalo; e sono sempre più numerosi gli amministratori locali, gli studiosi e i medici che ritengono soltanto parziali le cifre ufficiali fornite sul contagio da coronavirus.

La questione del numero di infetti è discussa da tempo. In base alle linee guida, le autorità sanitarie regionali ordinano di fare il tampone soltanto a persone con sintomi, e spesso soltanto quando vengono ricoverate in ospedale. Considerato che il numero di persone asintomatiche o con sintomi trascurabili potrebbe costituire fino all’80 per cento del totale degli infetti, la reale estensione del contagio potrebbe essere quattro o cinque volte quella indicata dalle statistiche ufficiali.

Ma anche il numero dei morti causati direttamente o indirettamente dal coronavirus probabilmente sta venendo sottovalutato. «Moltissime persone sono decedute, ma la loro morte non è stata attribuita al coronavirus perché sono morte a casa o in una casa di cura e quindi non gli è stato fatto il tampone», ha detto il sindaco di Bergamo Giorgio Gori all’agenzia di stampa Reuters. Insieme a quella di Lodi e Cremona, la provincia di Bergamo è una delle più colpite del paese, con oltre 4.300 casi confermati.

Gori ha spiegato a Reuters che un anno fa, nelle prime due settimane di marzo, la sua città aveva registrato 56 decessi. Quest’anno nelle prime due settimane di marzo le morti certificate per COVID-19 sono state 31. Normalmente ci si aspetterebbe quindi che le morti quest’anno siano una somma approssimativa di questi due numeri: circa un’ottantina di decessi. In realtà nelle prime due settimane di marzo i morti nel comune di Bergamo sono stati più del doppio: 164. Questi confronti vanno fatti con molta cautela, visto che il numero dei morti oscilla naturalmente di anno in anno (per esempio a causa dell’influenza stagionale), ma una simile disparità nei comuni più colpiti dal coronavirus spinge molti a ritenere che le cifre ufficiali non tengano conto della totalità delle persone morte a causa del contagio.

Una simile disparità si riscontra anche in diversi comuni della provincia, i cui sindaci da giorni hanno iniziato a fornire ai giornali locali dati inquietanti su quella che sembra la reale estensione del contagio. I sindaci dei comuni della provincia di Bergamo da giorni chiedono maggiore trasparenza, dicendo che «i numeri che ci danno non sono molto attendibili» e «purtroppo i morti sono molti di più di quelli dei report».

Avere numeri affidabili su quel che sta succedendo nei luoghi più colpiti non è facile, anche perché la regione Lombardia non diffonde il dato delle morti per provincia. Al Post risulta che nella sola provincia di Bergamo le morti ufficiali causate da COVID-19 siano circa 500. I morti totali dall’inizio dell’epidemia invece non si conoscono (si sapranno soltanto nei prossimi mesi), ma stando alle dichiarazioni dei sindaci della provincia potrebbero essere più del doppio, fino a quattro volte la mortalità che ci si aspetterebbe in un anno normale.

Le case di cura per anziani al momento sono uno degli epicentri di questa mortalità, spesso non ancora registrata come dovuta al coronavirus. Quando il contagio arriva in una casa di cura, luoghi in cui le persone più vulnerabili di tutte sono concentrate in un piccolo spazio, la sua diffusione è rapidissima. Un’infermiera di Cremona ha raccontato a Reuters che in un reparto della casa di cura dove lavora, 38 persone su 40 al momento dell’intervista avevano febbre alta. Un’altra struttura della provincia ha registrato 7 morti su 36 ricoverati in un giorno solo.

Lo scorso 21 febbraio, dopo la scoperta del focolaio di contagio in provincia di Lodi, le visite dei familiari sono state vietate in tutte le strutture, nel tentativo di evitare il diffondersi del contagio. Ma infermieri, personale medico e di assistenza hanno comunque finito per portare la malattia in diverse strutture, complice la scarsità di equipaggiamenti protettivi, che vengono destinati soprattutto al personale che lavora negli ospedali. Le linee guida prevedono di effettuare tamponi nelle strutture ospedaliere e a persone con sintomi gravi: quasi nessuno di questi casi è stato esaminato. Casi simili di diffusione rapida all’interno delle case di cura sono stati registrati anche negli Stati Uniti e in Spagna.

Il sovraccarico degli ospedali e delle infrastrutture necessarie al trasporto dei malati nelle province più colpite fa sì che soltanto i casi più gravi vengano ricoverati. Centinaia di persone in età a rischio e con sintomi sospetti – febbre e difficoltà respiratorie – vengono lasciate dove si trovano, mentre le autorità sanitarie sono costrette a dare la priorità ai casi più gravi.

Un gestore di una casa di riposo ha raccontato a Reuters che su 40 persone malate nella sua struttura, soltanto due sono state accolte in ospedale. Il Corriere della Sera ha riportato due casi di infetti certificati, ma non in gravi condizioni, rimandati indietro nelle case di cura da dove provenivano. Ma in queste circostanze, ha spiegato il responsabile della struttura, «non siamo in grado di isolarli».

In molti casi, la malattia peggiora così in fretta che anche quando i sintomi diventano molto gravi, spesso non c’è tempo di procedere al trasporto. Un numero non quantificato di persone, quindi, muore a casa o nelle case di risposo spesso senza finire nei conteggi ufficiali. Diverse fonti hanno confermato al Post che le attuali linee guida non prevedono di effettuare tamponi post-mortem. A Bergamo il numero di morti è così alto che l’unico forno crematorio della città non riesce a gestire il numero di corpi che arriva ogni giorno. Nella notte tra mercoledì e giovedì è stato necessario approntare un convoglio speciale di mezzi militari per spostare decine di bare nelle città di Modena, Brescia, Parma, Piacenza, Rimini e Varese.