La mezza sconfitta di Ungheria e Polonia

Hanno ritirato il veto sul bilancio pluriennale dell'UE e ottenuto una specie di rinvio del meccanismo sul rispetto dello stato di diritto

Durante la riunione di ieri del Consiglio Europeo, l’organo che comprende i capi di stato e di governo dell’Unione Europea, l’Ungheria e la Polonia hanno ritirato il veto che avevano posto sull’approvazione del budget pluriennale 2021-2027 dell’Unione a causa dell’introduzione di un nuovo meccanismo che lega l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto: era un problema enorme, per due stati guidati da governi semi-autoritari la cui economia dipende in buona parte dai fondi europei.

I due paesi sono stati convinti ad approvare il bilancio dopo che gli altri 25 si sono impegnati a firmare una dichiarazione d’intenti in cui spiegano che il meccanismo verrà applicato senza pregiudizi, che sarà legato esclusivamente ai fondi europei, e che entrerà in vigore dopo una sentenza della Corte di Giustizia dell’UE, il tribunale che si occupa di dirimere le questioni che riguardano le norme europee, e che molto probabilmente sarà interpellata da uno dei due paesi interessati o dalla stessa Commission europea. Il bilancio pluriennale – che contiene anche il cosiddetto Recovery Fund e vale in tutto 1.842 miliardi – è stato così approvato formalmente, e a meno di sorprese entrerà in vigore l’1 gennaio 2021.

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Gli esperti di stato di diritto, le principali organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani e le autorità indipendenti dell’Unione Europea concordano che diversi paesi membri dell’Est – soprattutto Ungheria e Polonia, ma anche Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania – abbiano problemi enormi nel rispettare l’indipendenza della magistratura e dei tribunali, nel garantire la trasparenza riguardo alle misure prese dal governo, e nel proteggere i diritti di minoranze e oppositori politici. Finora, però, le misure prese dall’Unione si sono dimostrate inefficaci: i trattati europei non avevano previsto che uno o più paesi potessero assumere una guida semi-autoritaria una volta entrati nell’Unione Europea.

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Il punto su cui più si è discusso nella stesura della dichiarazione d’intenti riguarda il coinvolgimento della Corte di Giustizia. Per alcuni esperti ci vorranno almeno due anni prima che sia sollevato un ricorso e che la Corte lo esamini: si arriverebbe così almeno al 2022, e le prime sanzioni potrebbero arrivare uno o due anni dopo. Il Financial Times ha fatto notare che nel 2022 sono previste le elezioni politiche in Ungheria, in cui Viktor Orbán cercherà probabilmente di essere rieletto. Secondo la Commissione Europea, invece, l’entrata in vigore del nuovo meccanismo sarà questione di «mesi».

Dopo l’approvazione dell’accordo sul bilancio, Ungheria e Polonia hanno spiegato che considerano la dichiarazione di intenti una vittoria. Non è proprio così: il testo di accordo trovato un mese fa da Parlamento Europeo e Consiglio dell’Unione Europea non è stato modificato, e il meccanismo entrerà effettivamente in vigore assieme al nuovo bilancio, cioè l’1 gennaio 2021. I Paesi Bassi hanno inoltre ottenuto che il meccanismo sarà retroattivo: riguarderà infatti anche le violazioni dello stato di diritto compiute prima della sentenza della Corte di Giustizia.

Ci sono pochi dubbi, comunque, che la Corte possa respingere il nuovo meccanismo, che una volta entrato in vigore renderà molto più semplice la sospensione dei fondi europei ai paesi dell’Est che non rispettano l’indipendenza dei tribunali, la libertà di stampa e i diritti delle minoranze, come appunto Polonia e Ungheria. Le sanzioni dovranno essere proposte dalla Commissione e approvate da una maggioranza qualificata in sede di Consiglio dell’UE, dove i paesi dell’Europa occidentale hanno una salda maggioranza.