(Francois Lenoir, Pool via AP)

L’Europa vuole mettere in riga Ungheria e Polonia

I governi dell'UE hanno trovato un accordo su un meccanismo per legare i fondi europei al rispetto dello stato di diritto, i paesi dell'est si oppongono: in ballo c'è il Recovery Fund

(Francois Lenoir, Pool via AP)

Stamattina il governo tedesco, che detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea – l’organo in cui sono rappresentati i governi dei 27 stati membri – ha detto di aver ricevuto un mandato per introdurre un meccanismo che colleghi l’accesso ai fondi europei al rispetto dello stato di diritto, che al momento non è garantito in diversi paesi europei a guida semi-autoritaria come Ungheria e Polonia.

È il primo passo concreto per permettere alle istituzioni europee di ottenere un efficace strumento di pressione nei confronti dei governi dei paesi dell’Est, il cui margine di manovra economico dipende molto dai miliardi di euro che ogni anno ricevono dall’Unione Europea. Finora gli altri strumenti legislativi, compresa la cosiddetta “opzione nucleare” attivata dal Parlamento Europeo nel 2018 contro il governo ungherese, non hanno portato a significativi miglioramenti nella vita democratica dei paesi coinvolti.

La possibilità di legare l’accesso ai fondi europei – compreso il Recovery Fund – al rispetto dello stato di diritto era stata citata nel testo finale della riunione del Consiglio Europeo – l’organo di cui fanno parte tutti i capi di stato e di governo, che detta l’agenda politica dell’Unione – di fine luglio, che però ne parlava in termini assai generici. Anche il compromesso trovato dalla presidenza tedesca è stato accusato di essere troppo poco ambizioso: va capito, però, se ci sono possibilità che entri davvero in vigore.

Gli esperti di stato di diritto, le principali organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani e persino le autorità indipendenti dell’Unione Europea concordano che diversi paesi membri dell’Est – soprattutto Ungheria e Polonia, ma anche Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania – abbiano problemi enormi nel rispettare l’indipendenza della magistratura e dei tribunali, nel garantire la trasparenza riguardo le misure prese dal governo, e nel proteggere i diritti di minoranze e oppositori politici. La Commissione ha avviato da tempo delle procedure di infrazione contro Polonia e Ungheria su singoli provvedimenti o prese di posizione – per esempio il trattamento disumano nei confronti dei migranti in Ungheria, o le nomine politiche dei giudici in Polonia – senza riuscire a influenzare più di tanto le decisioni dei rispettivi governi.

Finora, però, gli strumenti legislativi adottati si sono rivelati inefficaci: la cosiddetta “opzione nucleare” – cioè l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, la risorsa più potente a disposizione dell’Unione per sanzionare gli stati che non rispettano gli standard comunitari – prevede sanzioni pecuniarie soltanto in caso di unanimità in sede di Consiglio da parte degli stati non sottoposti alla procedura: un’eventualità praticamente impossibile, dato che Polonia e Ungheria da tempo hanno annunciato che in caso di votazioni del genere nei confronti dell’altro stato porrebbero il diritto di veto. Anche la “Relazione sullo stato di diritto” che si è inventata la Commissione di Ursula von der Leyen, che per coincidenza è stata presentata oggi, non prevede alcuna sanzione concreta per i paesi che non rispettano lo stato di diritto.

L’introduzione di un meccanismo che leghi esplicitamente il rispetto dello stato di diritto all’accesso ai fondi è un tentativo di creare uno strumento nuovo, considerata sia l’inefficacia di quelli esistenti sia la cronica dipendenza dei paesi dell’Est dai fondi europei, a cui tengono moltissimo (fondi che peraltro la classe dirigente locale utilizza anche per consolidare il proprio potere). Fra il 2013 e il 2020 l’Ungheria ha ricevuto dall’Unione Europea fondi per 46,5 miliardi di euro, un terzo del suo PIL annuale. La Polonia, il paese che più di tutti beneficia di fondi europei per via della povertà diffusa e dell’arretratezza dell’industria locale, nello stesso periodo ha ottenuto 207 miliardi di euro.

Essendo una legge ordinaria che prevede il coinvolgimento del Parlamento, il Consiglio ha potuto approvarla a maggioranza qualificata, senza cioè ottenere il sostegno di tutti i paesi membri: in questo modo Ungheria e Polonia non hanno potuto mettere il veto (annunciando l’approvazione, la presidenza tedesca ha parlato comunque di un «ampio consenso» fra i governi nazionali). Una fonte del Consiglio ha fatto notare al Post che Parlamento e Consiglio possono legiferare sulle modalità con cui vengono assegnati i fondi europei grazie all’articolo 322 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

Il compromesso non ha soddisfatto tutti. Il Parlamento Europeo, per esempio, aveva proposto che il meccanismo funzionasse in questo modo: in caso di accertate violazioni dello stato di diritto la Commissione decide se tagliare i fondi a un certo paese, e il Consiglio può decidere di bloccare la misura con un voto a maggioranza qualificata (cioè almeno il 55 per cento degli stati che rappresentino il 65 per cento della popolazione europea). Il compromesso della presidenza tedesca ha ribaltato il senso della proposta del Parlamento: nel testo, le sanzioni dovrebbero essere proposte dalla Commissione e approvate da una maggioranza qualificata in Consiglio.

È un passo avanti rispetto alla situazione iniziale, ma un passo indietro rispetto alla proposta del Parlamento, approvata a luglio: Rasmus Andresen, un europarlamentare tedesco dei Verdi che siede in commissione Bilancio, ha detto a Politico che la presidenza tedesca «ha deciso di schierarsi con Viktor Orbán». Un altro europarlamentare tedesco dei Verdi, Daniel Freund, ha detto al Guardian che la proposta del Parlamento è stata annacquata anche in altri punti: la bozza della presidenza tedesca, per esempio, non parla più di mancanze generali dello stato di diritto in un certo paese ma soltanto del «funzionamento» delle autorità nazionali che si occupano dei fondi europei: una formula che potrebbe escludere tribunali e magistrature.

I governi di diversi paesi del Nord – Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Finlandia, Austria, Belgio e Lussemburgo, scrive Mehreen Kahn del Financial Times – hanno votato contro il compromesso in sede di Consiglio perché ritengono che indebolisca eccessivamente i poteri a disposizione della Commissione Europea, e che di conseguenza sia troppo simile ai meccanismi poco efficaci già in vigore.

La proposta tedesca, comunque, è stata anche respinta dai governi dei paesi dell’Est. «In Polonia non siamo d’accordo con l’applicazione arbitraria di alcune clausole e con quelli che ci dicono di “no” soltanto perché non gli piace il nostro governo», ha detto a Reuters il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki. La ministra della Giustizia ungherese Judit Varga ha già fatto sapere che ritiene il compromesso tedesco «inaccettabile».

Nonostante la proposta sia stata approvata dal Consiglio e verrà negoziata col Parlamento nelle prossime settimane, i governi dei paesi dell’Est hanno già lasciato intendere di volerla bloccare ponendo il veto su un’altra questione, assai più rilevante: l’approvazione del nuovo bilancio pluriennale 2021-2028, a cui è collegato il Recovery Fund.

I trattati europei prevedono che sulle questioni di bilancio il Consiglio debba decidere all’unanimità: di conseguenza Ungheria e Polonia potrebbero decidere di bloccare i negoziati sul bilancio pluriennale – già piuttosto faticosi – finché non sia trovata una soluzione a loro gradita sul meccanismo dello stato di diritto. È una decisione potenzialmente pericolosa anche per gli stessi paesi dell’Est – la stragrande maggioranza dei fondi arriva proprio dal budget pluriennale – ma a cui potrebbero ricorrere nel caso la situazione non si sblocchi nei prossimi giorni.

Oltre alla contrarietà alla proposta tedesca, i paesi del Nord potrebbero condividere coi paesi dell’Est anche l’opposizione a un accordo sul budget pluriennale e il Recovery Fund, anche se per motivi diversi: un diplomatico delle istituzioni ha raccontato a Politico che potrebbe formarsi una «alleanza insospettabile» fra i paesi che vogliono bloccare i negoziati sul bilancio pluriennale per sbloccare un’altra partita – come quelli dell’Est – e i paesi che vogliono semplicemente rimandare il più possibile l’entrata in vigore del Recovery Fund, come i paesi del Nord.

I tempi sono molto stretti: c’è tempo fino alla fine dell’anno per approvare il bilancio pluriennale in modo che entri in vigore nel 2021. Di conseguenza la situazione dovrebbe sbloccarsi nelle prossime settimane, in un modo o nell’altro.