Val Seriana (ANSA)
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  • venerdì 11 Dicembre 2020

I primi giorni dell’epidemia a Bergamo

Un capitolo del nuovo libro di Davide De Luca, che racconta come il coronavirus ha travolto la città e le sue valli

Val Seriana (ANSA)

Bergamo e la marea è un libro scritto da Davide Maria De Luca, ex giornalista del Post e attuale giornalista di Domani, appena pubblicato da minimum fax. Racconta cos’è stata l’epidemia di coronavirus a Bergamo e provincia, una delle zone inizialmente più colpite in Italia. Ricostruisce il diffondersi della malattia, dal primo focolaio di Alzano Lombardo alle morti nelle RSA, le residenze per gli anziani, spiega perché Bergamo e le sue valli erano diventate il posto perfetto per il diffondersi del virus, e ricostruisce il crollo di un sistema sanitario che, fino a quel momento, era considerato efficiente e all’avanguardia.

Il libro è costruito mettendo insieme testimonianze e interviste a medici, sindaci, imprenditori, giornalisti e persone comuni di Bergamo e dintorni. Quello che segue è il primo capitolo, De Luca incontra un infettivologo in pensione della zona, Benigno Carrara, e ricostruisce la storia recente di Bergamo e del suo successo economico, che ha trasformato le valli da prati per il pascolo a foreste dove proliferano le zecche, che possono favorire il passaggio di alcune malattie dagli animali agli esseri umani e viceversa (zoonosi). Nel caso dell’attuale coronavirus, si ritiene che una zoonosi (non dovuta alle zecche) abbia innescato un salto di specie (“spillover”) che ha consentito al virus di adattarsi al suo nuovo ospite: noi.

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Le cose da sapere sul coronavirus

«È stato un mese difficile», dice il dottor Benigno Carrara, medico infettivologo in pensione, a proposito della sua esperienza durante le quattro settimane in cui la pandemia ha imperversato a Bergamo. A Ponteranica, il suo paese, una cittadina di seimila abitanti nascosta dietro i sette colli su cui poggia la Città Alta di Bergamo, la malattia ha ucciso 26 persone. Sono più morti di quelli che il paese ha avuto durante la prima e la seconda guerra mondiale. Circa cinque volte i cinque o sei morti che si verificano in un anno normale. «Per il nostro piccolo comune si tratta di numeri piuttosto impressionanti», dice senza enfasi.

Della lunga quarantena in città, Carrara ricorda soprattutto il silenzio di piombo che era caduto sul suo paese. Gli unici suoni che si sentivano erano le sirene delle ambulanze che portavano i malati all’ospedale Giovanni XXIII e il telefono che suonava per comunicare la malattia o il decesso di qualche parente o amico. Nella pandemia Carrara ha perso il suocero e diversi conoscenti. Lui stesso a metà marzo si è ammalato. In una forma lieve, per sua fortuna. Ma il virus si è insediato profondamente nel suo apparato respiratorio e Carrara ha impiegato settimane per tornare negativo al tampone.

È una calda giornata di giugno e Carrara è seduto nei giardini dell’azienda sanitaria di Bergamo, un complesso di una dozzina di bassi edifici dall’aria decadente e immersi nel verde: una volta ospitavano il manicomio cittadino. Nel tempo libero lavora al Padiglione 16, come volontario per il servizio di assistenza domiciliare ai malati terminali. Quando arriva all’appuntamento si ferma a parlare con due inservienti del suo reparto che scaricano pacchi di guanti e mascherine. In questi giorni la pandemia sta arretrando rapidamente. Il magazzino è quasi pieno. «Ovviamente quando è iniziata non avevamo niente di tutto questo», spiega paziente: «Se c’erano mascherine e guanti per tutti era già un successo. Cambiarle ogni giorno era impossibile».

L’epidemia a Bergamo è iniziata e si è diffusa nelle sue valli, luoghi che Carrara conosce bene. Iscritto al Club Alpino Italiano fin da ragazzo, oggi è il presidente della Commissione medica della sezione bergamasca, che con diecimila membri è la seconda in Italia dopo quella del Trentino. Come moltissimi bergamaschi, Carrara è un appassionato di montagna e di passeggiate. Ha scalato tutti i principali monti delle Alpi, ha scalato in Sudamerica e in Himalaya. Ma le montagne che ama di più sono le Alpi Orobie, le catene che come una mano protettiva circondano Bergamo.

Le valli più importanti a Bergamo sono due. La più grande è la Val Seriana, situata a nordest della città di Bergamo. È ampia, dritta, popolosa e industrializzata. Qui si trovano i comuni di Alzano Lombardo, con il suo ospedale, Nembro e poi Albino, Cene, Gazzaniga. Fino a Colzate la valle è un unico tessuto urbano fatto di case e capannoni, un cordone che arriva fino a Bergamo senza mai interrompersi. La Val Brembana, a nord-ovest di Bergamo, è più contorta e stretta, a volte poco più larga dello spazio occupato dalla strada e dal torrente Brembo. I centri abitati si trovano negli slarghi della valle, circondati da pendici ripide e boscose in cui gli alberi arrivano a sfiorare le finestre delle case.

Già alla fine dell’Ottocento, gli industriali svizzeri avevano intravisto il potenziale di queste valli scoscese percorse da fiumi che scendono verso la pianura. Su quelle acque impetuose si potevano costruire mulini e dighe e alimentare filatoi e telai. Le valli dove il dottor Carrara va a passeggiare ogni ne settimana, un tempo famose per i briganti dai nomi evocativi – Pacì Paciana, il tiranno della Valtorta, i bravi di Brembilla – si riempirono di industrie e opifici.

Dopo la prima industrializzazione portata dagli svizzeri nel corso dell’Ottocento, l’industria tessile lasciò il posto a quella del cemento. Le rocce estratte dalle valli bergamasche, necessarie a produrre gli impasti con cui costruire case e ponti, divennero il petrolio della provincia. Le pendici delle colline iniziarono a essere punteggiate di cave, cementiere e ciminiere, mentre le valli si riempirono di case e condomini. Negli anni del tumultuoso boom del dopoguerra, quando il paese era nel pieno della ricostruzione, qui nacque il mito del muratore bergamasco, lo scorbutico ma infaticabile lavoratore dell’edilizia.

L’industria del cemento divenne una delle più importanti del paese e i cementieri bergamaschi si elevarono nell’Olimpo del capitalismo italiano. I Pesenti, la dinastia più importante, arrivarono a sedere accanto a Gianni Agnelli ed Enrico Cuccia nel consiglio di amministrazione di Mediobanca, il salotto buono dove si decidevano i destini finanziari del paese. Per quasi un secolo, i Pesenti sono stati per Bergamo l’equivalente dei principi rinascimentali. Ancora oggi in giro per la provincia non si può fare a meno di imbattersi di continuo nei segni della loro presenza. Scuole, parchi e giardini pubblici portano il loro nome. Anche gli ospedali. Ad Alzano Lombardo, per più di un secolo il quartier generale della famiglia, l’ospedale locale si chiama Pesenti Fenaroli, in onore del capostipite della dinastia, Cesare Pesenti, il primo a scoprire nei terreni vicino ad Alzano le rocce necessarie a produrre il cemento.

L’industrializzazione ha modificato profondamente l’aspetto di queste valli, anche se non nel modo che ci si potrebbe aspettare. Siamo abituati a pensare che lo sviluppo della civiltà porti inevitabilmente alla distruzione della natura, allo sradicamento dei boschi, alla sparizione degli animali. Ma non è così in Europa. Ogni anno le foreste nel vecchio Continente crescono di quasi diecimila chilometri quadrati, l’equivalente di un milione e duecentomila campi di calcio. E l’Italia, che all’inizio del secolo scorso era quasi denudata di foreste, è uno dei paesi dove il rimboschimento ha il ritmo più rapido: un milione di ettari in trent’anni, ottocento metri quadrati al minuto. Oggi, i boschi coprono ogni spazio che nelle valli bergamasche non è occupato da case e strade. La Val Brembana, in particolare, ha un aspetto selvaggio e quasi ostile. All’ingresso della valle, subito dopo il piccolo comune di Almè, i visitatori sono accolti da un edificio di cemento in rovina, sommerso di alberi e rampicanti, che sembra quasi indicare che la natura, qui, è passata al contrattacco.

Come molti bergamaschi di una certa età, Carrara si ricorda bene l’aspetto di quelle valli quando era giovane. Al posto degli alberi c’erano sterminati prati verdi dove i pastori portavano al pascolo centinaia di migliaia di mucche, pecore e capre. Ogni spazio raggiungibile da un quadrupede era stato sgombrato nel corso dei secoli e messo a pascolo. L’erba era un bene così prezioso che ci si arrampicava fin sugli speroni rocciosi per tagliare quella che cresceva in punti irraggiungibili.

Quando negli anni del boom economico gli ultimi pastori sono scesi a valle per diventare operai e gli animali sono stati trasferiti negli allevamenti intensivi in pianura e nutriti con mangimi sintetici, il bosco si è rapidamente ripreso quello che era suo. «I prati sono stati abbandonati e gli alberi sono tornati», dice Carrara. Ed è un processo ancora in corso: «Zone enormi nel giro di cinque o sei anni vengono completamente sommerse: è impressionante osservare la velocità con cui il bosco avanza». Sono sufficienti una decina di anni di abbandono perché un imponente edificio in cemento ai bordi di una valle venga sommerso dalla natura come un tempio in una foresta della Cambogia.

Quando chiedo a Carrara del problema delle zecche a Bergamo, il suo sguardo si illumina. È una di quelle persone che pensano un po’ prima di parlare, e questo può farlo sembrare a volte esitante. Ma quando l’argomento lo interessa si scalda in fretta. Le zecche sono piccoli animali imparentati con gli acari. Sono parassiti che si cibano di sangue, soprattutto dei mammiferi, ma anche degli uccelli. Come presidente della commissione medica del Club alpino italiano, Carrara è un esperto dei pericoli che si possono incontrare in montagna e del modo di evitarli. Insieme ai suoi colleghi della commissione medica del Cai, Carrara insegna primo soccorso, le manovre da compiere in caso di traumi da caduta, quali funghi mangiare e quali è meglio lasciare a terra.

Negli ultimi anni a questa lunga lista si sono aggiunte le zecche. Con il suo continuo passare da un animale all’altro, la zecca è un vettore naturale per virus e batteri. Li inghiotte durante i suoi pasti di sangue e li tiene all’interno del suo apparato digerente. Poi, quando è l’ora del pasto successivo, la zecca li trasferisce in un nuovo ospite, quando con un morso inietta una sostanza anticoagulante per agevolare il suo pasto. Dentro il nuovo ospite, il patogeno può mutare, ricombinarsi e poi, quando arriva un’altra zecca, venire trasportato in un altro ospite ancora.

In altre parole, le zecche sono naturali vettori di zoonosi, le malattie che fanno un «salto» da una specie all’altra. Sono malattie particolarmente pericolose, poiché quando un agente patogeno entra in un organismo nel quale non è mai stato è come se si trovasse di fronte a una fortezza priva di difese. In questi casi, gli scienziati parlano di spillover, «fuoriuscita». Nel fortunato libro del giornalista scientifico David Quammen che porta proprio questo titolo (e che ha «previsto» l’epidemia di coronavirus), un intero capitolo è dedicato alle zecche e alle loro malattie.

Le zoonosi hanno anche un’altra caratteristica: sono quasi impossibili da estirpare. Contro una malattia che esiste soltanto negli esseri umani è possibile ricorrere a un vaccino per portarla all’estinzione. Ma come fare la stessa cosa con una malattia che usa i roditori come serbatoio e di tanto in tanto colpisce anche gli uomini? A meno di non sterminare l’intera specie, la zoonosi è destinata a rimanere con noi. Le zecche possono trasportare moltissimi agenti che causano queste malattie: le più famose sono la malattia di Lyme e la rickettsiosi, mentre la più pericolosa per l’uomo è una forma di encefalite che può essere mortale e causare danni a lungo termine al sistema nervoso.

Nel libro Quammen racconta di uno studio compiuto da alcuni scienziati negli Stati Uniti, secondo cui le zecche sono particolarmente numerose e pericolose in quelle foreste in cui la naturale catena alimentare è stata alterata dagli interventi umani. Un ecosistema sbilanciato può portare alla loro proliferazione e quindi alla di fusione di zoonosi.

Le nuove foreste delle valli bergamasche hanno proprio queste caratteristiche. Non sono più le stesse che gli antenati dei bergamaschi iniziarono a disboscare nel medioevo per fare largo ai pascoli. Non ci sono più i grandi animali, i cervi, i lupi, gli orsi, a dominare la catena alimentare. Le nuove foreste sono giovani e selvagge: senza grandi animali a tenerlo pulito, il sottobosco cresce rigoglioso in una massa compatta impossibile da attraversare. Un paradiso per i piccoli roditori, che vi trovano cibo e rifugio e si moltiplicano a dismisura. E lo stesso accade ai loro parassiti, le zecche.
«La trasformazione del paesaggio è parte del problema», dice Carrara. Le zecche sono un pericolo emergente delle montagne bergamasche. Fino a qualche decina di anni fa, nessuno se ne preoccupava, ma oggi quando il dottor Carrara e sua moglie vanno a passeggiare si assicurano sempre di indossare pantaloni lunghi e spesse calze. E una volta tornati a valle controllano con attenzione il loro cane. Più di una volta gli è capitato di trovargli addosso il piccolo puntino nero e duro di una zecca, sepolto in mezzo al pelo.

Carrara spiega che siamo noi ad aver causato questo problema. Le giovani foreste bergamasche, con il loro sottobosco impassabile e la loro catena alimentare semplificata, sono l’habitat ideale per quei roditori che costituiscono i principali serbatoi delle malattie trasmesse dalle zecche. E il riscaldamento climatico ha reso le gelate sempre più rare a quote anche elevate, permettendo alla zecca di colonizzare boschi sempre più in alto. L’aumento delle interazioni tra uomini e natura, la diffusione dell’abitudine a fare lunghe passeggiate in montagna, la prossimità sempre maggiore dei boschi con gli insediamenti umani hanno fatto il resto.

Alla fine del 2019, Carrara ha organizzato un congresso a Bergamo per parlare di questo nuovo problema. Il timore principale degli esperti e degli altri partecipanti era che la più pericolosa delle malattie zoonotiche causate dalle zecche, l’encefalite, stesse per arrivare nelle montagne bergamasche, dopo che negli ultimi anni era divenuta endemica in quelle del vicino Veneto. Nessuno allora poteva immaginare che proprio in quei giorni, dall’altra parte del mondo, un’altra malattia zoonotica, una delle più pericolose che il genere umano avesse mai incontrato, stava compiendo il salto dalla sua specie ospite agli esseri umani.

(© Davide Maria De Luca,
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