(Photo by Jan Hetfleisch/Getty Images)

Cosa c’è dietro una pista da sci

Esperienza, mesi di lavoro, e tanti soldi: i gestori degli impianti spiegano il loro lavoro e raccontano i problemi di questa stagione

(Photo by Jan Hetfleisch/Getty Images)

Già da qualche giorno, Stefano Papi si sta chiedendo se sarà utile accendere i cannoni sparaneve per innevare le piste da sci che gestisce sul monte Amiata, tra le province di Siena e Grosseto, in Toscana. Fosse solo per il meteo, le condizioni sarebbero perfette: nella seconda settimana di dicembre è prevista quella che i gestori degli impianti di risalita chiamano “finestra di freddo”, cioè un periodo in cui le temperature scendono sotto lo zero. È il momento giusto per far funzionare i cannoni sparaneve, e quindi preparare le piste all’arrivo degli appassionati di sci.

Quest’anno, però, il meteo è un problema secondario perché le piste da sci potranno aprire solo dal 7 gennaio. «Che dobbiamo fare? Non so ancora se sparare la neve oppure no», spiega Papi. «Tre o quattro giorni di innevamento programmato ci costano fino a 20 mila euro. Siamo un piccolo impianto, posso solo immaginare le spese dei grandi comprensori sciistici sulle Alpi. Non sappiamo cosa succederà da qui a gennaio. Rischiamo di buttare soldi dalla finestra: c’è troppa incertezza».

Al momento, infatti, il comitato tecnico scientifico che consiglia il governo sulle politiche per contenere l’epidemia ha suggerito di non consentire l’apertura delle piste da sci almeno fino al 6 gennaio per evitare assembramenti, e quindi la possibile trasmissione del coronavirus. Il divieto interessa un settore in cui lavorano 15 mila persone con posti di lavoro diretti, e 120 mila posti considerando anche i dipendenti stagionali. In Italia, le società che gestiscono gli impianti di risalita sono circa 400 e generano un fatturato di 1,2 miliardi di euro l’anno, con un indotto totale che va da 8,5 miliardi fino a 12 miliardi ogni anno, secondo diverse stime (quindi intorno allo 0,5 per cento del PIL). Gli impianti in Italia sono circa 1500, per un totale di 6700 chilometri di piste.

Preparare una pista da sci all’arrivo degli appassionati non è un lavoro semplice. Ci vogliono mesi di preparazione, competenze, e molti soldi.

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Quando inizia la preparazione 
La preparazione della stagione invernale inizia sempre a fine settembre. La prima cosa da fare è il collaudo di tutti gli impianti di risalita, obbligatorio ogni anno per mantenere alti livelli di sicurezza. Per “impianti” si intendono funivie, seggiovie, cabinovie, skilift, cioè i diversi mezzi di trasporto utilizzati per portare gli sciatori in quota, alla partenza della pista.

Ogni tecnologia ha pregi e difetti. Alcuni mezzi sono più veloci, altri più capienti. Tutti, però, hanno bisogno di costante e costosa manutenzione, anche perché i guasti non sono così rari. Ogni anno vanno controllati e ingrassati tutti gli ingranaggi dei piloni dove scorrono i cavi di acciaio, e gli stessi piloni devono essere ispezionati alla ricerca di eventuali problemi di stabilità.

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Massimo Fossati, presidente di Anef Lombardia, l’associazione degli imprenditori funiviari, e gestore del comprensorio Valtorta-Piani di Bobbio, tra Lecco e Bergamo, spiega che i costi di manutenzione costituiscono il 20% delle spese di gestione, e non possono essere tagliati. «Ogni anno trasportiamo migliaia di persone e quindi la sicurezza viene prima di tutto. Dobbiamo sempre verificare che sia tutto perfetto», dice. «Ci sono molte scadenze e protocolli da rispettare, e bisogna affidarsi a tecnici esperti. Un lavoro che nessuno vede».

Oltre alle funivie, è importante prevedere la manutenzione anche a tutta la rete dell’innevamento programmato, cioè tubi e canali che portano l’acqua ai cannoni sparaneve. L’innevamento, infatti, è la parte più delicata della gestione di un impianto sciistico.

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L’innevamento programmato
Arrivati in Italia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ormai i cannoni sparaneve sono una tecnologia utilizzata in quasi tutti i comprensori sciistici. Quarant’anni fa i cannoni erano considerati un ripiego alla mancanza di neve, negli ultimi anni invece sono diventati uno strumento molto importante per garantire condizioni ottimali delle piste.

Chi lavora nel settore considera l’innevamento programmato quasi un’arte: servono competenze, esperienza e anche un po’ di istinto. Come per il comandante di una nave in mezzo al mare, anche i tecnici che producono la neve devono saper riconoscere i minimi cambiamenti climatici e le condizioni in cui si trovano a lavorare. La tecnologia aiuta: esistono strumenti sempre più precisi, come termometri, barometri e anemometri, per monitorare temperatura, pressione atmosferica e velocità del vento lungo tutta la pista.

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Per produrre la neve servono due cose: acqua e aria compressa. L’aria compressa viene trasportata ai cannoni attraverso un sistema centralizzato, oppure è generata direttamente dai singoli cannoni. L’acqua invece viene canalizzata attraverso una rete idraulica sotterranea. I cannoni hanno ugelli che consentono di nebulizzare l’acqua, e nuclearizzatori, cioè dispositivi che mischiano acqua e aria per creare la prima particella di ghiaccio, e infine i fiocchi di neve. Se la temperatura esterna è troppo alta, dai cannoni arriverà solo un getto d’acqua. Le condizioni meteo ideali per avere un’ottima neve sono tra i -2° e i -12°, e un tasso di umidità del 20%.

Giampiero Orleoni ha 66 anni e da quasi cinquant’anni lavora all’oasi Zegna, nella località Bielmonte, in provincia di Biella. Orleoni è presidente di Arpiet, l’associazione regionale piemontese delle imprese esercenti trasporto a fune. «Qui nel 1976 abbiamo montato il primo cannone da neve del Piemonte, era una novità assoluta», ricorda.

«Prima dovevamo raccogliere la neve con le pale, e portarla con i sacchi o la carriola nei punti dove non c’era. Con l’arrivo dei cannoni è cambiato tutto. Ai tempi, la pista era battuta a piedi ed era piena di gobbe. Adesso la neve deve essere perfetta». All’epoca Orleoni rimase impressionato dal consumo di acqua. «Quel piccolo cannone consumava fino a 15 metri cubi di acqua ogni ora, noi avevamo 16 metri cubi di riserva: dopo un paio d’ore non riuscivamo a capire come mai non funzionasse più nulla. Avevamo finito tutta l’acqua di riserva».

Uno degli aspetti più sottovalutati dell’innevamento programmato, infatti, è il consumo di acqua ed energia elettrica. Con un metro cubo di acqua è possibile produrre mediamente 2,5 metri cubi di neve. Per innevare un ettaro di pista con uno strato di fondo alto 30 centimetri servono circa mille metri cubi di acqua, quasi metà dell’acqua contenuta in una piscina olimpionica. Per lo stesso ettaro di pista, inoltre, servono tra i 2.000 e i 7.000 kilowattora.

Questi numeri si traducono in spese. «Utilizziamo energia elettrica in abbondanza», spiega Massimo Fossati. «Ogni anno spendiamo circa 350 mila euro per produrre la neve. Soldi che stiamo spendendo anche adesso, senza sapere se riapriremo». L’associazione nazionale dei gestori di impianti sciistici ha stimato un investimento di 100 milioni di euro per innevare tutte le piste italiane.

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Gli investimenti
Ogni stazione sciistica deve valutare con attenzione quanti cannoni serviranno, di che tipo, e dove devono essere installati lungo la pista, con una o più reti idrauliche per portare l’acqua. Quindi i costi sono molto diversi da pista a pista. Un classico cannone sparaneve costa intorno ai 35mila euro.

Anche gli investimenti per nuove seggiovie o skilift devono essere considerati con attenzione. «Una semplice sciovia costa intorno ai 350mila euro, mentre per gli impianti più avanzati si parla di investimenti per milioni di euro, a seconda del modello scelto e del luogo dove gli impianti devono essere installati», spiega Stefano Papi. «Fino a trent’anni fa i costi erano molto ridotti, sia per le funivie che per i “gatti delle nevi”».

Il gatto delle nevi è un mezzo cingolato che serve per battere le piste, cioè per schiacciare la neve e fresarla, creando una superficie omogenea su tutto il tracciato. «Il costo di un gatto delle nevi va da 150mila ai 300mila euro per i modelli più utilizzati», dice Giampiero Orleoni. «Ma ci sono anche modelli da oltre 400mila euro. Una volta, invece, costavano come una berlina, perché in sostanza erano auto con i cingoli».

Tutti i gestori sentiti dicono che negli ultimi trent’anni il cambiamento climatico è stato evidente, ma non è stato il motivo principale che ha causato il fallimento di molte stazioni sciistiche. Secondo i gestori, le crisi economiche sono state causate dai mancati investimenti. Molti impianti di risalita, infatti, sono riusciti a sopravvivere nonostante l’aumento delle temperature abbia compromesso parte della stagione invernale. Gli investimenti consentono di sopperire alla mancanza di neve attraverso l’innevamento programmato. Nei casi più gravi, molti gestori hanno puntato sulla stagione estiva. Da maggio a ottobre, molti impianti rimangono aperti per portare in quota gli escursionisti.

L’ultimo censimento degli impianti dismessi in Italia è stato fatto da Legambiente: è contenuto nel dossier “Nevediversa”, pubblicato a febbraio 2020. Legambiente dice che in Italia gli impianti dismessi sono 348. Sono «impianti in sofferenza per mancanza di neve, per problemi economici, per fine vita tecnica o infine, più spesso, per tutti questi fattori messi assieme», si legge nel report. «In alcuni casi abbiamo assistito addirittura al rifinanziamento con soldi pubblici di impianti precedentemente abbandonati dai privati perché in perdita, collaudati di recente e mai utilizzati. Le chiusure sono in continua crescita: i fondi necessari per l’adeguamento tecnico sono sempre più scarsi e difficili da ottenere, e l’innevamento programmato è diventato obbligatorio».

In questa mappa ci sono tutti gli impianti dismessi che si trovano in Italia


Massimo Fossati spiega che «il cambiamento climatico impone nuovi investimenti. Le piste vanno preparate meglio, e quindi bisogna essere più bravi a sfruttare le finestre di freddo. Se le piste non sono perfette, gli appassionati vanno da altre parti. Molti gestori iniziano a puntare sempre di più sulla stagione estiva. Lo stiamo facendo anche noi, curando sentieri per escursionisti e ciclisti».

Nei mesi estivi Stefano Papi, sul monte Amiata, in Toscana, accoglie molti ciclisti amatori che praticano downhill, uno sport ciclistico che consiste nel percorrere un sentiero in discesa, a grande velocità. «Facciamo funzionare la seggiovia per portare in quota gli appassionati di questo sport. Questo mercato è in espansione: da noi arrivano circa 250 ciclisti ogni giorno. In estate, le spese sono inferiori rispetto alla stagione invernale, ma anche i ricavi sono inferiori».

I dipendenti fissi e stagionali
Un’altra voce che incide sui bilanci è quella legata ai costi dei dipendenti. Le stazioni sciistiche hanno dipendenti a tempo indeterminato, che lavorano tutto l’anno, come i tecnici manutentori. Se una stazione sfrutta al massimo anche la stagione estiva dovrà avere più dipendenti fissi. Se invece si punta quasi solo sulla stagione invernale, aumenteranno i dipendenti stagionali. Massimo Fossati spiega che in Lombardia il 70% dei dipendenti che lavorano sulle piste è stagionale: quest’anno il loro contratto è a rischio.

Orleoni, a Bielmonte, ha trenta dipendenti fissi e dodici stagionali. Ma sulle piste lavorano anche i professionisti che spesso non sono dipendenti né diretti, né stagionali. Per esempio, i maestri di sci.

Gianni Nobile gestisce una scuola di sci e un albergo in val di Zoldo, in provincia di Belluno, nel comprensorio sciistico del Civetta, che fa parte di Dolomiti Superski. «Noi abbiamo 47 maestri di sci. Sono tanti, e per ora non sappiamo che fare», spiega. «Una parte li riconvertiremo per altre attività di intrattenimento per gli eventuali ospiti. C’è incertezza anche per lo staff dell’albergo. Non sappiamo se assumere cuochi e camerieri, anche perché non sappiamo se apriremo oppure resteremo chiusi».

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L’indotto
Prendendo in esame l’indotto, diventa più chiaro l’impatto della chiusura: attorno agli impianti ci sono alberghi e seconde case, ristoranti, negozi di alimentari e artigianato. In Italia, ci sono anche molte industrie che producono sci, snowboard, scarponi, materiale tecnico, vestiti e accessori.

Roberto Failoni è assessore al Turismo della provincia autonoma di Trento. Da settimane è impegnato in trattative per far partire la stagione sciistica. A settembre ha iniziato a incontrare i gestori degli impianti della provincia di Trento per studiare un protocollo di riapertura delle piste in sicurezza, poi da metà novembre la trattativa si è spostata nella conferenza stato-regioni. «Non è facile far capire al governo il complesso sistema del turismo invernale», spiega Failoni. «Solo in Trentino, il turismo invernale vale circa 2 miliardi di euro. Non mi riferisco solo alle stazioni sciistiche, ma a tutto l’indotto di questo settore. Ogni giorno ricevo tra i 200 e i 300 messaggi che mi inviano operatori di ogni settore: gestori di stazioni sciistiche e di alberghi. Purtroppo non so che risposta dare».

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Le decisioni del governo
L’ultima proposta, a cui ha lavorato anche l’assessore Failoni, è stata presentata al governo insieme agli assessori al Turismo di Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, provincia di Bolzano, Veneto e Friuli Venezia Giulia, e prevedeva l’apertura delle piste da sci solo per chi soggiorna in quota, ma non è stata accettata dal governo.

Le piste da sci potranno riaprire solo dal 7 gennaio. «Sono chiusi gli impianti nei comprensori sciistici», si legge nel DPCM firmato il 3 dicembre. «A partire dal 7 gennaio 2021, gli impianti sono aperti agli sciatori amatoriali solo subordinatamente all’adozione di apposite linee guida da parte della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e validate dal Comitato tecnico scientifico, rivolte a evitare aggregazioni di persone e, in genere, assembramenti».