Il jazz per tutti di Dave Brubeck

Cent'anni fa nacque uno dei pianisti più amati del Novecento, capace di trasformare composizioni raffinatissime in enormi successi (soprattutto quella lì)

di @stefanovizio

(Glenn A. Baker_Shooting Star/LaPresse)
(Glenn A. Baker_Shooting Star/LaPresse)

La persona che suonò i due accordi più famosi della storia del jazz nacque il 6 dicembre del 1920, cento anni fa, e nella sua lunghissima carriera da pianista raggiunse una popolarità da pop star, un’etichetta che gli fu spesso attribuita e che lui rifiutò sempre con il garbo che lo contraddistingueva. Dave Brubeck, che è morto nel 2012, arrivò sulle scene negli anni Cinquanta in un momento in cui il jazz non se la passava benissimo, e insieme ad altri grandi musicisti di quel periodo lo rese di nuovo la forma d’arte popolare americana per eccellenza, mascherando composizioni sofisticatissime dietro a melodie orecchiabili, diventate nel tempo tra le più familiari della storia della musica del Novecento. Come i due accordi più famosi della storia del jazz, per l’appunto: quelli che introducono “Take Five”.


A onor del vero, “Take Five” la compose Paul Desmond, il sassofonista a cui Brubeck legò gran parte delle sue fortune musicali, e che in quel pezzo ritenne di far seguire a quei due accordi, sufficienti da soli a rendere memorabile un’intera carriera, un tema di sax tra i più leggendari di sempre. Brubeck e Desmond suonavano insieme nel Dave Brubeck Quartet, che in poco più di quindici anni sfornò una cinquantina di dischi pagando un bel po’ di stipendi alla Columbia, l’etichetta che nel 1959 produsse Time Out, uno dei due-tre dischi più venduti nella storia del jazz con oltre due milioni di copie.

In quel disco c’era quasi tutto quello che rese grandi Brubeck e soci. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, il jazz aveva superato da tempo gli anni del be bop – quelli di Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Bud Powell – e non aveva ancora capito cosa fare di se stesso. Dopo i gloriosi anni Venti e Trenta delle big band e dello swing, un decennio di vorticose innovazioni lo aveva reso un genere più di nicchia, più intellettuale e respingente per le masse, spianando la strada ai successi del rock and roll.

Dave Brubeck suona una tastiera durante la cerimonia con cui fu inserito nella Hall of Fame della California, a Sacramento nel 2008. (The California Museum via Getty Images)

Non era soltanto una questione musicale. Il jazz lo facevano gli afroamericani, che dopo anni da intrattenitori per bianchi avevano rivendicato il proprio posto da artisti e celebrità: un posto che la stragrande maggioranza dei bianchi, in anni in cui la segregazione era ancora legale, non erano assolutamente disposti a concedere. Così mentre i musicisti neri tra i più geniali della storia della musica stentavano a pagarsi l’affitto e vivevano in un disagio che portò tanti a rovinarsi con l’alcol e la droga, Brubeck arrivò e fu il volto bianco e sorridente che riportò il jazz nelle case degli americani.


Non che Brubeck accettasse di buon grado questa contraddizione. Sapeva bene che erano stati gli afroamericani a inventare il jazz, e che i gruppi di bianchi che lo suonavano negli anni Cinquanta prendendosi tutta la fama e gli agi conseguenti erano malvisti tra i musicisti neri. Quando nel 1954 finì sulla copertina di Time, secondo jazzista nella storia dopo Louis Armstrong, e prima di tanti altri che l’avrebbero meritato più di lui, non la visse bene. Quando uscì il numero era in tour insieme al grande compositore Duke Ellington, e dovette praticamente scusarsi. Quando nel 1958 inserì nel suo quartetto il contrabbassista nero Eugene Wright, dovette rinunciare a tanti concerti e contratti perché sale da concerto e televisioni volevano una band tutta bianca da mostrare.

Brubeck non ebbe una carriera maledetta come tanti jazzisti suoi contemporanei, in buona parte perché nacque in una ricca famiglia di allevatori di bestiame della California del Nord. Sua madre era una donna colta e una pianista classica, che spingeva i figli a parlare francese a tavola ed era contraria ai giradischi: se uno voleva ascoltare della musica doveva suonarla. Brubeck imparò a sua volta a suonare il piano, passò l’adolescenza ad esibirsi nelle sale da ballo ma aveva altri progetti, e si iscrisse all’università di veterinaria per seguire la carriera del padre. Un suo professore però gli disse onestamente che avrebbe fatto risparmiare tempo a tutti se si fosse iscritto al conservatorio, visto che pensava solo alla musica, e Brubeck ascoltò il consiglio.

Quando un suo insegnante si accorse che non sapeva leggere gli spartiti si infuriò e voleva cacciarlo, ma fu convinto a non farlo da qualche saggio che sottolineò il suo smisurato talento musicale. Brubeck dovette promettere che non avrebbe mai insegnato pianoforte. Era il 1942 e uscito dal conservatorio si arruolò nell’esercito, che lo spedì in Francia. Lì un ufficiale lo sentì suonare il piano e disse che non lo voleva al fronte ma sul palco degli spettacoli della Croce Rossa che intrattenevano le truppe.


Fu in guerra che conobbe Desmond, un sassofonista talentuosissimo con un timbro inimitabile, ovattato ed elegante, che funzionava benissimo sopra all’accompagnamento raffinato e originale di Brubeck. Tornati negli Stati Uniti si persero di vista per qualche anno, ma quando Brubeck cominciò ad ottenere una certa popolarità con il suo primo trio si riunirono formando il primo nucleo del loro quartetto. Era l’inizio degli anni Cinquanta, e Brubeck aveva appena avuto un brutto incidente sulla tavola da surf che ne limitò un po’ i virtuosismi, e gli rese particolarmente conveniente avere un altro grande solista con sé.

Brubeck aveva avuto una formazione strana, per certi versi istintiva e da autodidatta e per altri fortemente tradizionale e di stampo classico. Assomigliava a un musicista classico anche nel modo di vestirsi e di presentarsi, ma aveva una curiosità che lo portò ad assorbire elementi di generi diversi, e a sperimentare soluzioni musicali che fino a quel momento nessuno aveva applicato al jazz. Nel 1958 lui e il suo quartetto, che aveva raggiunto la sua formazione più stabile con Desmond, Wright e il batterista Joe Morello, furono mandati dal presidente Dwight Eisenhower nell’Europa dell’Est, in Medio Oriente e in Asia per un programma di scambio culturale. Suonarono in Turchia, in India, in Iraq e in Polonia e tornarono pieni di idee che inserirono nella loro musica profondamente americana senza farsi quasi notare.

Brubeck infatti aveva una grande passione per i tempi dispari e composti, strutture ritmiche poco diffuse nella musica occidentale (dove si usano principalmente tempi semplici, come il 4/4) ma tipiche dei posti che avevano visitato in Asia e in Medio Oriente. Queste strutture usano accenti ritmici in posti dove uno non se li aspetta, e suonano spesso “storti” a un ascoltatore non abituato: qualcuno aveva provato in precedenza a metterle nel jazz, ma con scarsi risultati. Brubeck invece ci costruì alcuni dei pezzi più amati e di successo di quegli anni, suonandoci sopra progressioni di accordi complesse e da far impazzire gli impallinati. Ma invece di usare queste strutture ritmiche e armoniche per avanguardismo fine a se stesso o per disorientare l’ascoltatore, le mise al servizio delle melodie e delle improvvisazioni sue e di Desmond, armoniose e dal timbro pulito e raffinato. Se fu possibile fu grazie alla formidabile sezione ritmica composta da Wright e Morello, due che sapevano addomesticare e impreziosire quei tempi storti come pochissimi altri.


Le usava, insomma, con la stessa naturalezza con cui erano state inventate: quando in Turchia sentì un suonatore per strada eseguire una canzone in 9/8, Brubeck si fermò a chiedergli che cosa fosse. «Questo per noi è come il vostro blues» gli rispose il musicista. Il risultato era che la stragrande maggioranza degli ascoltatori manco si accorgeva di tutte le complicazioni dietro alle bellissime melodie del quartetto di Brubeck: e per decenni, da quel momento in poi, sui giradischi di milioni e milioni di americani avrebbero suonato pezzi in 5/4 (come “Take Five”), in 9/8 o in 6/4.


“Unsquare Dance” è un brano in 7/4: è molto difficile contare il tempo, ma lo si sente bene dal battito delle mani, che scandisce sette movimenti per battuta con quattro colpi e tre pause. Più che di Brubeck, questo pezzo rende l’idea del talento del batterista Jo Morello.

Questo tenere insieme strutture ritmiche e armoniche sofisticate e una sensibilità melodica fortemente popolare gli riusciva naturale. Quando gli fecero notare che nel suo pezzo “The Duke” ci sono 12 tonalità diverse nelle prime otto battute, lui disse che non se ne era nemmeno accorto. Nonostante i mille arzigogoli la sua musica fu sempre accessibile a tutti, e questa fu la sua fortuna.

Fin da subito il Dave Brubeck Quartet andò fortissimo nelle radio e in televisione, anche e soprattutto tra i non appassionati di jazz. Questa trasversalità, che faceva comparire dei $ nelle pupille dei discografici, suscitò a tratti un certo snobismo tra la critica e i duri e puri del jazz, che comunque non amarono mai il “cool jazz”, il genere che Brubeck contribuì a creare, e che fu frequentato per un po’ anche da Miles Davis (che ne rivendicò sempre la paternità) e fu reso famoso tra gli altri dal trombettista Chet Baker e dal sassofonista Gerry Mulligan.


Proprio Mulligan avrebbe formato con Brubeck un altro quartetto, dopo che quello originale si sciolse nel 1967. Negli anni successivi, Brubeck si dedicò a un sacco di progetti diversi: suonò in una band con i suoi quattro figli, tutti musicisti, compose un musical con sua moglie – che sposò nel 1942 e con cui rimase settant’anni, fino alla morte – e diversi concerti per orchestra e balletti. Suonò a un incontro tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv e davanti a papa Giovanni Paolo II durante la sua visita negli Stati Uniti nel 1987. Dagli anni Ottanta in poi ricevette un sacco di premi e riconoscimenti, e consolidò la sua fama di brava persona con molti progetti di beneficenza e per aiutare i ragazzi più poveri a studiare jazz.

Dave Brubeck saluta il presidente statunitense Barack Obama durante una cerimonia con i vincitori del Premio Kennedy del 2009, insieme a Mel Brooks, Grace Bumbry, Robert De Niro e Bruce Springsteen. (Martin H. Simon-Pool/Getty Images)

Brubeck fece tour e concerti fino agli anni Duemila inoltrati, anche dopo che gli avevano messo un pacemaker. Nel 2009 l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama disse di lui, ricordando un suo concerto a Honolulu nel 1971: «non puoi capire l’America senza capire il jazz, e non puoi capire il jazz senza capire Dave Brubeck». Morì per un arresto cardiaco il 5 dicembre del 2012, il giorno prima del suo 92esimo compleanno, mentre stava andando col figlio Darius a una visita cardiologica.