Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato di Mediaset. (Piero Cruciatti / LaPresse)
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  • mercoledì 18 Novembre 2020

Cos’è la questione “Vivendi-Mediaset”

E perché se ne sta parlando molto in queste settimane: c'entrano grandi scenari industriali e noti interessi politici

Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato di Mediaset. (Piero Cruciatti / LaPresse)

La settimana scorsa, su proposta del governo, il Senato ha inserito nel “decreto Covid” un emendamento che con la pandemia da coronavirus ha poco a che fare. Riguarda le aggregazioni tra imprese nel settore delle telecomunicazioni, e impone che, nel caso che una società arrivi a operare contemporaneamente sul mercato delle telecomunicazioni e su quello dei mass media (televisioni, radio o giornali), l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) apra un’istruttoria entro sei mesi per valutare se la situazione venutasi a creare possa distorcere la concorrenza o ledere il pluralismo sui mezzi di comunicazione di massa. Se accertasse questi rischi, l’Agcom potrà adottare dei provvedimenti per eliminarli.

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

La misura, approvata dal Senato e ora all’esame della Camera, è stata soprannominata dai giornali “salva Mediaset” perché potrebbe mettere al riparo la società della famiglia Berlusconi (che la controlla con una partecipazione del 44 per cento attraverso Fininvest) dalla scalata ostile del gruppo francese Vivendi, il quale da quattro anni sta tentando di acquisire il controllo dell’azienda nonostante gli attuali proprietari non abbiano nessuna intenzione di cederlo.

Vivendi è una società quotata alla borsa di Parigi e guidata dall’imprenditore francese Vincent Bolloré, uno degli uomini più ricchi di Francia e fra i più ricchi al mondo. Il gruppo opera sia nelle telecomunicazioni che nei mass media e possiede, tra le altre cose, la società discografica Universal Music e la pay TV francese Canal+, ma soprattutto controlla di fatto Telecom Italia (TIM) con il 24 per cento circa del capitale ed è il secondo azionista di Mediaset, con una quota del 28,8 per cento. Queste due partecipazioni la pongono esattamente nella situazione definita dall’emendamento approvato dal Senato la settimana scorsa.

Il tentativo di Vivendi di scalare Mediaset è iniziato a fine 2016, quando il mercato televisivo sud-europeo aveva cominciato a subire la competizione di Netflix, che offre un’ampia selezione di film e serie TV on demand in abbonamento via Internet a un prezzo molto inferiore di quelli all’epoca praticati dalle piattaforme di pay TV della regione.

Per far fronte a questa minaccia preannunciata (in Nord Europa Netflix era già arrivata nel 2012), Vivendi ha deciso di creare una piattaforma di contenuti televisivi su Internet attiva a livello europeo e integrata verticalmente, cioè che comprenda sia il business della produzione e distribuzione di contenuti, sia quello delle telecomunicazioni (su cui i contenuti viaggiano).

La convergenza tra telecomunicazioni e mass media è sempre più diffusa (se ne trovano esempi negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Spagna, ma anche in Italia, dove a giugno Sky ha lanciato un’offerta di connessione a Internet e telefonate; e Telecom ha da tempo una sua offerta di contenuti) perché permette alle società di proporre contenuti televisivi agli utenti a prezzi competitivi, vendendoli insieme all’abbonamento a Internet, a quello telefonico, a servizi wireless o a tutti questi servizi insieme, secondo uno schema chiamato quadruple play.

Con l’obiettivo dell’integrazione verticale, a cavallo tra il 2015 e il 2016 Vivendi ha comprato in poco tempo il 24,9 per cento di Telecom Italia, ottenendone il controllo di fatto. A fine 2016 aveva poi fatto un accordo con Mediaset per comprare Mediaset Premium (la piattaforma Mediaset di contenuti televisivi a pagamento), ritirandosi però all’ultimo perché diffidava delle stime di crescita dell’azienda (Mediaset Premium ha poi chiuso), e spostando i suoi interessi da Premium a Mediaset stessa, di cui ha comprato in borsa il 28,8 per cento (pari al 29,94 per cento dei diritti di voto) in poco tempo.

Per fermare la scalata indesiderata, i vertici di Mediaset hanno denunciato Vivendi all’Agcom accusandola di aver violato la legge Gasparri, che vieta a una società con una quota di mercato più alta del 40 per cento nel settore delle telecomunicazioni (in questo caso, TIM) di detenerne al contempo una più alta del 10 per cento in quello dei mass media (Mediaset). Nel 2017 l’Agcom ha accolto la richiesta, imponendo a Vivendi di ridimensionare la propria posizione dominante. La società ha obbedito, trasferendo il 19,19 per cento delle azioni Mediaset in suo possesso a un trust (una società terza che le detiene in sua vece), ma appellandosi al contempo al Tribunale amministrativo del Lazio, che ha interpellato in merito la Corte di giustizia europea. Lo scorso settembre la Corte ha stabilito che la delibera dell’Agcom è contraria al diritto dell’UE, dando ragione a Vivendi.
Invalidando di fatto le limitazioni alla convergenza tra telecomunicazioni e mass media imposte dalla legge Gasparri, la sentenza aprirebbe nuovi scenari per l’intero settore. Mediaset stessa, subito dopo, si è detta interessata a considerare investimenti nel ramo delle telecomunicazioni.

Il governo ritiene però di dover tutelare i grandi gruppi italiani dell’editoria e delle telecomunicazioni dalla possibilità di scalate come quella di Vivendi, e per questo ha introdotto il cosiddetto “salva Mediaset”. Se approvato dalla Camera, questo ridarebbe l’ultima parola sulle fusioni tra società di mass media e di telecomunicazioni all’Agcom, almeno nell’attesa di una riforma più completa della regolamentazione del settore. Nel caso specifico della scalata a Mediaset, se il TAR del Lazio, data la sentenza della Corte di giustizia europea, ridesse a Vivendi la possibilità di detenere l’intero 28,8 per cento di Mediaset (l’udienza è attesa per il 16 dicembre), l’Agcom avrebbe facoltà di avviare un nuovo esame sulla questione.

Naturalmente nelle scelte della politica italiana su questo tema pesa molto il mescolarsi degli interessi imprenditoriali della famiglia Berlusconi con il ruolo politico di Silvio Berlusconi a capo di un partito ancora rilevante negli equilibri politici e nei rapporti di potere. I parlamentari di Forza Italia sono stati nelle settimane scorse molto battaglieri sull’approvazione dell’emendamento.

Vivendi ha reagito all’emendamento inviando una lettera di rimostranze al governo, in cui minaccia di fare ricorso in sede UE, e una alla Commissione Europea.

Il governo non sembra intenzionato a tornare sui suoi passi, mentre la Commissione Europea ha commentato l’introduzione dell’emendamento affermando che, se diventerà legge, lo analizzerà per verificare che rispetti la legislazione europea in materia. La posizione delle istituzioni europee, già evidente nella sentenza della Corte di giustizia, è che le norme che regolano il settore dei media debbano tutelare il pluralismo ma senza ostacolare la libertà di stabilimento sancita dai trattati europei, cioè la possibilità garantita ai cittadini degli Stati membri di costruire o gestire un’impresa in un qualsiasi paese dell’Unione Europea.