Profughi della regione del Tigrè in Sudan (AP Photo/Marwan Ali)
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  • martedì 17 Novembre 2020

La guerra in Etiopia potrebbe allargarsi

All'Eritrea, per esempio, che è stata colpita dai razzi delle forze del Tigrè, la regione etiope che combatte contro il governo centrale

Profughi della regione del Tigrè in Sudan (AP Photo/Marwan Ali)

In Etiopia la guerra tra governo federale e Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF), il partito che domina la regione del Tigrè, potrebbe presto allargarsi. Gli scontri armati tra i due schieramenti sono iniziati nella prima settimana di novembre, e si sono via via intensificati. Domenica le forze locali del Tigrè hanno lanciato alcuni razzi contro Asmara, la capitale della vicina Eritrea, probabilmente per cercare di “internazionalizzare” il conflitto: il TPLF, infatti, ha sostenuto che i soldati eritrei stiano combattendo a fianco dell’esercito etiope – affermazione che per ora non trova riscontri – nel tentativo di far sembrare il governo federale debole e in difficoltà, così in difficoltà da chiedere aiuto ai suoi nemici storici, gli eritrei.

Il coinvolgimento dell’Eritrea nella guerra tra governo federale e TPLF è molto preoccupante, perché rischia di allargare il conflitto fuori dai confini nazionali etiopi e di destabilizzare l’intero Corno d’Africa, regione dell’Africa orientale che oltre a Etiopia ed Eritrea comprende Gibuti e Somalia.

Il regime eritreo, guidato dal dittatore Isaia Afwerki, è tradizionalmente ostile al governo regionale del Tigrè. Tra il 1998 e il 2000 Etiopia ed Eritrea combatterono una sanguinosa guerra di confine, conclusa ufficialmente solo nel 2018 con la firma di un trattato di pace. Allora il governo federale etiope era dominato dal TPLF, che pur rappresentando un’etnia molto minoritaria in Etiopia – quella dei tigrini, che abitano la regione del Tigrè – aveva mantenuto per decenni un ruolo incredibilmente influente nella politica nazionale etiope. Nonostante il trattato di pace, anche dopo il 2018 i rapporti tra TPLF e governo eritreo non migliorarono: tra le altre cose, il trattato era stato possibile grazie alle politiche di apertura del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, la cui elezione era coincisa proprio con l’esclusione dal governo federale del TPLF.

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Un coinvolgimento dell’Eritrea nel conflitto potrebbe far precipitare una situazione che già nell’ultima settimana sembra essere rapidamente peggiorata.

Secondo la televisione di stato etiope, almeno 500 persone sarebbero state uccise nel conflitto, anche se il numero potrebbe essere molto più alto: le informazioni che arrivano dal Tigrè sono poche e parziali, perché ai giornalisti non è permesso andare dove si combatte e le comunicazioni tra la regione e il resto del paese sono bloccate. Più di 25mila abitanti del Tigrè, inoltre, sono stati costretti a lasciare le proprie case a causa dei combattimenti, e si sono rifugiati nel vicino Sudan, mentre negli ultimi giorni sono diventati sempre più frequenti i racconti di atrocità commesse dai soldati di entrambe le parti contro i civili. L’ONU ha già parlato del rischio di un disastro umanitario, con milioni di persone che potrebbero presto rimanere senza cibo e carburante.

Profughi etiopi nello stato orientale sudanese di Gadaref, il 15 novembre 2020 (AP Photo/Marwan Ali)

N0n è chiaro nemmeno quale sia la situazione sul terreno, anche se sembra che l’esercito federale sia riuscito a ottenere qualche vittoria. Il governo di Abiy ha detto di avere preso il controllo della città di Humera, vicino al confine con il Sudan, e di Alamata, che si trova a 180 chilometri da Macallè, la città principale della regione del Tigrè.

La guerra potrebbe durare ancora molto. L’esercito etiope è formato da 140mila militari e negli ultimi anni ha sviluppato parecchia esperienza nel combattere i miliziani islamisti in Somalia e i gruppi ribelli delle regioni di confine, senza contare i due decenni di conflitto con l’Eritrea. Il fatto, ha scritto Jason Burke, corrispondente del Guardian in Africa, è che molti ufficiali dell’esercito etiope erano tigrini, e che molte delle armi più potenti in possesso dell’Etiopia si trovano nella regione del Tigrè.

I tigrini hanno un’importante storia di successi militari: nel 1991 guidarono fino ad Addis Abeba, la capitale etiope, una marcia dei ribelli che riuscì a rovesciare l’allora dittatura marxista, e nel biennio del massimo conflitto con l’Eritrea, tra il 1998 e il 2000, sostennero buona parte del peso delle operazioni militari. Ancora oggi il TPLF può contare su militari competenti e con esperienza, e su armi sofisticate. Domenica Debretsion Gebremichael, leader del governo regionale, ha detto che i suoi combattenti hanno a loro disposizione missili a lungo raggio, provocando molte preoccupazioni per un possibile attacco missilistico contro Addis Abeba.

Debretsion Gebremichael, leader del TPLF e del governo regionale del Tigrè (EPA/STR)

Per questo diversi analisti sostengono che il conflitto tra esercito federale e forze locali sia più simile a una “guerra convenzionale”, combattuta quindi tra eserciti tradizionali, piuttosto che a una guerra civile come la si è soliti immaginare, combattuta tra un esercito regolare e una serie di milizie che abbracciano il sistema della guerriglia.

Per il momento non ci sono segnali di possibili negoziati; e sembra che il primo ministro etiope, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 2019 grazie al trattato che metteva fine alla guerra con l’Eritrea, voglia continuare i combattimenti fino a ottenere l’allontanamento dal potere del TPLF. Non ci sono certezze nemmeno sulla posizione degli stati vicini, nel caso in cui la guerra dovesse effettivamente allargarsi: l’Eritrea, particolarmente ostile al TPLF, ha a disposizione un esercito di 200mila soldati, e anche il Sudan, paese che è nel mezzo di una transizione verso la democrazia, sembra essere più propenso ad appoggiare il governo di Abiy.