(AP Photo/Mosa'ab Elshamy)
  • Cultura
  • martedì 17 Novembre 2020

Acidificazione degli oceani

Capiamo tardi le parole che diventeranno importanti, spiega lo scrittore islandese Magnason nel suo quinto testo per il Post

(AP Photo/Mosa'ab Elshamy)

Nel quinto e ultimo testo che lo scrittore islandese Andri Snær Magnason ha scritto per il Post, racconta di come la democrazia e la libertà in Islanda fossero arrivate troppo presto, quando ancora la maggior parte delle persone non le desiderava e non sapeva cosa fossero: ci volle un secolo per comprenderle e per arrivare all’indipendenza. Lo stesso sta accadendo ora, con espressioni che descrivono la gravità della situazione ambientale come per esempio “acidificazione degli oceani”. Anche se è un fenomeno preoccupante, che potrebbe stravolgere il mondo per come lo conosciamo, non ne leggiamo quasi mai sui giornali e non ne comprendiamo il significato a pieno.

Magnason è probabilmente l’intellettuale islandese più noto a livello internazionale. È autore di romanzi, saggi, poesie e libri per bambini, e da anni fa attivismo per l’ambiente, attraverso iniziative e attraverso i suoi libri. Il tempo e l’acqua, che è dedicato al cambiamento climatico, è stato il libro più venduto del 2019 in Islanda; in Italia è appena uscito per la casa editrice Iperborea. Magnason ha scritto per il Post cinque testi sul cambiamento climatico in cui riflette in modo particolare sulle parole per raccontarlo e sulla difficoltà che incontrano nel far comprendere davvero quali siano i rischi e le conseguenze del nostro comportamento attuale. Di seguito trovate l’ultimo, mentre qui potete leggere il primo, qui il secondo, qui il terzo e qui il quarto. Tutti sono tradotti dall’inglese da Silvia Piraccini.

– Leggi anche: Lo snobismo di Parigi non è un cliché

Parole/5
Abbiamo l’abitudine di usare le parole senza pensarci, dimenticando quanto tempo può esserci voluto perché le capissimo. Per sei secoli l’Islanda fu una colonia prima della Norvegia e poi della Danimarca e a scuola mi insegnavano che avevamo desiderato la libertà e l’indipendenza per tutti quegli anni, fino al felice coronamento della nostra lotta nel 1918.

Risale però al 1809 un fatto strano. Tra alcuni mercanti di sapone britannici e le autorità danesi in Islanda scoppiò una disputa, che sfociò nella cattura e nella presa in ostaggio delle autorità danesi da parte dei commercianti. Jørgen Jørgensen, avventuriero e interprete danese a bordo del mercantile britannico, assunse provvisoriamente il governo dell’isola e fece una dichiarazione radicale: «L’Islanda è un Paese libero, indipendente dal dominio danese.» È una frase che alle nostre orecchie sembra riflettere la scontata ambizione di un popolo colonizzato. All’epoca tuttavia c’era un problema: nessun islandese aveva mai chiesto la libertà o l’indipendenza. Jørgensen era profondamente influenzato dagli ideali della Rivoluzione francese, ma la letteratura della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità non era ancora arrivata sull’isola. Risultato: il significato di quelle parole era scarso o nullo. Jørgensen dichiarò che avrebbe governato l’Islanda temporaneamente, al più tardi fino al 1° luglio 1810, quando l’Islanda avrebbe avuto una costituzione e un parlamento «all’interno del quale ciascuno, povero o agiato che sia, partecipi in egual misura».

Jørgensen anticipava i tempi non solo in Islanda, ma quasi in tutto il mondo. I contadini erano per l’88 per cento poveri affittuari della terra che lavoravano; l’idea che potessero avere gli stessi diritti dei ricchi era assurda e irrealistica. Lui voleva smantellare la monarchia, ma per una figura come la sua non avevamo una parola. Che cos’è un «non re»? Così Jørgensen fu chiamato «Jörundur Re della canicola». Ecco un raro esempio di introduzione e immediata messa in pratica di un concetto nuovo e rivoluzionario.

Jørgensen fu deluso dall’apatia dei suoi contemporanei islandesi. Ci veniva data la libertà senza che avessimo alcun desiderio di prenderla. Intorno al 1809 nacquero gli eroi dell’indipendenza islandese. Divulgarono le stesse parole che avevano ispirato Jørgensen, e quando furono uomini di mezz’età le loro idee erano ancora considerate radicali. Ci vollero cent’anni di poesie, canzoni e saggi perché i concetti legati a quello di indipendenza si caricassero completamente di significato.

Oggi sono molte le parole che a noi risultano nuove com’era nuova per gli islandesi la parola «democrazia» nel 1809. Un esempio è «acidificazione degli oceani». L’espressione è stata coniata nel 2003 da Ken Caldeira, scienziato dell’atmosfera, e ci spiega che il livello di acidità degli oceani sta salendo perché il mare assorbe all’incirca il 30 per cento della CO2 che immettiamo nell’aria. Si stima che, a questo ritmo, alla fine del secolo il pH sarà sceso da 8,1 a 7,7. È un cambiamento che può sconvolgere l’ecosistema globale. È la trasformazione più rapida e significativa avvenuta nella chimica del pianeta negli ultimi cinquanta milioni di anni. «Acidificazione degli oceani» sono dunque tra le parole di maggior portata del mondo. Sulla stampa islandese sono comparse per la prima volta nel 2006. Dopodiché ne troviamo un’occorrenza nel 2007 e nessuna nel 2008. Nel 2011 le occorrenze sono state cinque, mentre quelle di «Kardashian» centottanta. Kardashianificazione degli oceani.

«Acidificazione degli oceani». Sono parole che ho la sensazione di capire, ma probabilmente no, non le capisco. Sono grandi quanto tutti gli scorpioni di mare e le aringhe messi insieme, tutte le ostriche, tutto il fitoplancton e tutti i capodogli. Siamo come gli islandesi ai tempi del Re della canicola. Abbiamo visto che ci sono innumerevoli soluzioni praticabili capaci di portare un beneficio a tutti gli abitanti della Terra, oggi e nel futuro, e le abbiamo accolte come quei contadini che nel 1809 si ritrovarono in mano la libertà senza sapere che farsene. Date come il 2050 o il 2100 non ci dicono nulla.

Ci abbiamo messo cent’anni, in Islanda, a capire cos’è la democrazia e arrivare all’indipendenza. Presupposto della democrazia è che si possa contare sulla capacità di ogni cittadino di capire questioni complesse e votare di conseguenza. E gli scienziati ci fanno notare che, fino a oggi, abbiamo votato contro gli oceani, contro i ghiacciai e contro il nostro clima, in conclusione contro le generazioni future. Non abbiamo più molto tempo. Riusciremo a eleggere al potere persone capaci di guidare il mondo nella giusta direzione?

– Leggi anche: L’inquinamento rende più rischiosa la COVID-19?