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  • domenica 15 Novembre 2020

Gli altri presidenti non rieletti

Oltre a Trump ce ne sono stati altri tre, nell'ultimo mezzo secolo: e il nome di ciascuno di loro rimane legato a una grave crisi

(AP Photo/File)

Riuscire a battere un presidente degli Stati Uniti che decide di ricandidarsi è un evento raro nella politica americana: non succedeva da quasi trent’anni, dal Secondo dopoguerra è successo soltanto tre volte, a fronte delle dieci elezioni in cui il presidente uscente aveva diritto di ricandidarsi. A questa lista si aggiungerà anche Donald Trump, e in effetti il suo mandato – almeno in superficie – mostra alcuni tratti comuni con gli altri presidenti rimasti in carica soltanto per quattro anni: cioè alcune rilevanti crisi che segnarono le loro amministrazioni.

– Leggi anche: Tutte le mappe elettorali americane dal 1788 al 2020

Se guardiamo un po’ più in là, fra l’Ottocento e l’inizio del Novecento era successo diverse volte che un presidente in carica non riuscisse a essere rieletto. Il primo in ordine di tempo fu John Adams, che nel 1801 perse contro Thomas Jefferson; poi toccò a suo figlio John Quincy Adams, a Martin Van Buren – il primo a perdere soprattutto per colpa di una crisi economica, il cosiddetto Panico del 1837 – e a Grover Cleveland, che perse la rielezione ma si ricandidò e vinse nella sua terza campagna elettorale, diventando il primo e unico presidente ad ottenere due mandati non consecutivi. È il motivo per cui Trump è considerato il 45esimo presidente ma i presidenti sono stati in tutto 44. Infine accadde a William Taft e a Herbert Hoover, che ebbe la sfortuna di governare durante la crisi del 1929.

Hoover, sulla sinistra, col suo successore Franklin Delano Roosevelt durante il giorno del suo insediamento, 16 marzo 1933 (Topical Press Agency/Getty Images)

Il primo presidente del Dopoguerra a non essere rieletto fu Gerald Ford, Repubblicano, presidente dal 1974 – quando sostituì Richard Nixon dopo le dimissioni per il caso Watergate – al 1976, prima di essere sconfitto dal Democratico Jimmy Carter. Ford era un presidente non eletto che si candidò dietro la pressione del partito e la cui amministrazione fu associata al Watergate e alla Guerra in Vietnam, arrivata ormai al ventesimo anno. Nei suoi primi mesi di mandato Ford era talmente impopolare che a un certo punto il sondaggio di Gallup lo dava indietro di 33 punti rispetto a Carter. Alla fine gli arrivò a meno di due punti, grazie a una discreta campagna elettorale: tanto che negli anni successivi Ford ricordò di avere «quasi vinto» le elezioni.

Gerald Ford (a sinistra) con Richard Nixon in una foto del 1973 (Ian Showell/Keystone/Getty Images)

Anche il suo successore, Carter, rimase in carica per un solo mandato. Carter fu un presidente abbastanza anomalo, che arrivò all’apice della sua carriera politica da semi-sconosciuto, e anche la sua presidenza fu abbastanza peculiare.

Per tanti versi fu un precursore del progressismo politico – ambientalista e a favore di un governo federale ampio – ma la sua amministrazione fu irrimediabilmente segnata da due gravissime crisi, entrambe provocate dalla rivoluzione iraniana del 1979: la crisi energetica causata dal brusco rincaro dei prezzi del petrolio, e la crisi legata agli ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran – quella del film Argo, per capirci – che segnarono irrimediabilmente le sue possibilità di essere rieletto. Non aiutò il fatto che i Repubblicani candidarono Ronald Reagan, una figura talmente popolare e carismatica che stravinse entrambe le elezioni a cui si presentò, nel 1980 e nel 1984, con un distacco superiore ai 400 grandi elettori (nessuno ha più ottenuto un tale divario).

Ronald Reagan insieme a Jimmy Carter alla Casa Bianca, nell’ottobre del 1981 (Gene Forte/Consolidated News/Getty Images)

Il suo successore ed ex vicepresidente, George H. W. Bush, ebbe un problema simile: nonostante avesse vinto le elezioni del 1988 con una percentuale rilevantissima – staccò di quasi otto punti il suo sfidante Democratico Michael Dukakis – durante la sua presidenza capitò una lunga crisi economica che di fatto lo rese molto impopolare. Nel giro di quattro anni la sua popolarità si ridusse a meno della metà, passando dal 90 per cento dei primi mesi a meno del 40 per cento nell’anno delle elezioni (durante il quale fra l’altro fu attaccato da destra dal suo sfidante alle primarie Pat Buchanan, e dal candidato indipendente alla Casa Bianca Ross Perot).

Anche a Bush, fra l’altro, capitò uno sfidante in rampa di lancio e super carismatico: Bill Clinton, che vinse le elezioni del 1992 piuttosto agilmente – anche grazie alla candidatura di Perot, che divise il voto conservatore – e quattro anni dopo stravinse la rielezione, ottenendo l’ultima ampia vittoria di un presidente Democratico.

Bill Clinton e George H. W. Bush fotografati nel 2005 (Frank Micelotta/Getty Images)

Arriviamo così a Trump, il cui mandato verrà ricordato sicuramente per moltissime cose – il muro col Messico, i rapporti con i leader più autoritari del pianeta, la nomina di ben tre giudici alla Corte Suprema – ma soprattutto per la prima pandemia da quasi un secolo, gestita in maniera assai controversa.