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  • martedì 25 novembre 2014

“Argo”, la storia vera

Come andarono davvero le cose raccontate nel film di Ben Affleck sulla finta produzione cinematografica organizzata per salvare alcuni diplomatici in Iran

Argo, film del 2012 diretto e interpretato dall’attore e regista statunitense Ben Affleck, racconta una delle più famose operazioni di spionaggio degli Stati Uniti: la “Canadian Caper”, organizzata da Stati Uniti e Canada nel 1979 per risolvere la cosiddetta “crisi degli ostaggi” che ebbe inizio il 4 novembre a Teheran, dopo la rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini. La storia raccontata nel film è tratta dal libro autobiografico “The Master of Disguise”, scritto dall’ex membro della CIA Tony Mendez, che fu il principale organizzatore e autore dell’operazione. Rispetto a come andarono le cose realmente, Affleck ha fatto alcune semplificazioni e in parte ridimensionato l’importanza di alcuni personaggi che invece ebbero un ruolo fondamentale nell’operazione: Argo, ad ogni modo, rispetta in buona sostanza la vera storia dell’operazione Canadian Caper.

Il film è stato prodotto da tre attori e registi piuttosto popolari: Ben Affleck, George Clooney e Grant Heslov (che è, tra le altre cose, il regista del film L’uomo che fissa le capre, del 2009, e lo sceneggiatore in Le idi di marzoMonuments Men). Argo è stato presentato nel settembre 2012 al Toronto International Film Festival e in Italia è uscito due mesi dopo, distribuito l’8 novembre da Warner Bros. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti: tre Oscar (miglior film, migliore sceneggiatura non originale, migliore montaggio), tre British Academy Film Awards (per film, regia e montaggio) e due Golden Globe (miglior film drammatico e miglior regia).

L’inizio della storia
Il 4 novembre del 1979 ebbe inizio la cosiddetta “crisi degli ostaggi”, uno degli eventi storici che più ha condizionato i rapporti tra Stati Uniti e Iran. Pochi mesi dopo la Rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini e iniziata con la fuga dal paese dello scià Mohammad Reza Pahlavi, lo scià – il re nella tradizione turco-ottomana – venne accolto negli Stati Uniti per essere curato da un grave linfoma: la decisione fu presa dall’allora presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter. Questo portò in Iran alla diffusione di un pesante antiamericanismo.

Il mattino del 4 novembre del 1979 alcune centinaia di studenti islamici e attivisti attaccarono l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran e presero in ostaggio 52 dei suoi dipendenti. La liberazione degli ostaggi avvenne solo 444 giorni dopo, al termine di lunghi e complicati negoziati, e la crisi contribuì ad affondare la presidenza di Carter e le sue speranze di rielezione alle presidenziali del 1981. Gli ostaggi furono liberati il 20 gennaio 1981, proprio mentre Ronald Reagan stava giurando come nuovo presidente.

La storia raccontata nel film Argo inizia il 4 novembre del 1979 con l’attacco all’ambasciata, con i soldati addetti al servizio di sorveglianza che cercarono di contenere i dimostranti e con gli studenti iraniani che presero possesso dell’edificio in cui si trovavano i cittadini statunitensi che ci lavoravano. La sequenza è stata girata in parte a Istanbul e in parte in California. Argo non racconta cosa accadde alla gran parte degli ostaggi ma segue la storia di sei dipendenti che al momento dell’attacco si trovavano nei loro uffici e che riuscirono a non essere fatti prigionieri. E racconta il modo in cui la CIA – con l’aiuto del governo canadese – riuscì a farli fuggire dal paese.

Il titolo, per cominciare
Il titolo scelto per il film non ha niente a che fare con i fatti storici. “Argo” era la mitica nave che portò Giasone e gli Argonauti, con l’aiuto di Medea, alla conquista del vello d’oro dopo aver superato diverse prove tra cui quella di sconfiggere un drago insonne posto a guardia del vello. Il mito sembrava descrivere perfettamente la missione dell’agente della CIA in Iran.

La fuga dall’ambasciata
I sei diplomatici statunitensi la cui storia viene raccontata nel film sono Robert Anders, Cora Amburn-Lijek, Mark Lijek, Joseph Stafford, Kathleen Stafford e Lee Schatz, interpretati rispettivamente da Tate Donovan, Clea Duvall, Christopher Denham, Scoot McNairy, Kerry Bishé e Rory Cochrane. A differenza di quanto raccontato nel film, i sei non si trovavano nell’edificio principale dell’ambasciata e non fuggirono a piedi tutti insieme per raggiungere direttamente la casa dell’ambasciatore canadese.

I sei stavano lavorando in un edificio separato rispetto a quello principale dell’ambasciata, ma sempre all’interno delle mura che proteggevano l’intero complesso. Quando gli iraniani fecero irruzione, furono due i gruppi di diplomatici che riuscirono a fuggire per le strade di Teheran: il primo gruppo, guidato da Robert Anders, e un altro gruppo che venne però intercettato e riportato all’ambasciata. Il gruppo di Anders – che in quel momento era composto da cinque persone, perché Lee Schatz entrò a farvi parte solo più tardi dopo avere trovato iniziale protezione dai diplomatici svedesi – si diresse verso l’ambasciata britannica, ma dopo aver incontrato una folla di manifestanti lungo la strada cambiò percorso trovando infine rifugio nella casa di Robert Anders, che era nelle vicinanze.

I primi giorni dopo la fuga
Da lì in poi il gruppo cambiò posizione cinque volte e per sei giorni fino a quando Anders decise di contattare il suo vecchio amico John Sheardown, un diplomatico canadese che si occupava di immigrazione. Il 10 novembre, sei giorni dopo la fuga dall’ambasciata, il gruppo di Anders arrivò alla casa di John Sheardown e lì incontrò l’ambasciatore canadese Ken Taylor, interpretato nel film da Victor Garber (il progettista del Titanic, peraltro, nel film diretto da James Cameron).

Il gruppo non rimase unito come mostra invece il film: Joe e Kathy Stafford si trasferirono dall’ambasciatore canadese mentre gli altri quattro rimasero a casa di John Sheardown e di sua moglie Zena (che non compaiono nel film). I sei rimasero poi in clandestinità per 79 giorni. Dopo la loro liberazione John Sheardown fu premiato con l’Ordine del Canada, la massima onorificenza dello stato riservata ai civili: è morto a Ottawa nel dicembre del 2012, aveva 88 anni. La scelta del film di tenere tutti insieme gli ostaggi è stata fatta per esigenze di semplificazione e per non creare interruzioni nella tensione drammatica.

L’operazione “Canadian Caper” (la storia vera)
Mentre i sei protagonisti della storia erano ancora rifugiati segretamente nelle case di Taylor e Sheardown, Taylor si mise direttamente in contatto con il primo ministro del Canada, Joe Clark, e con il segretario di Stato per gli affari esteri canadese, Flora MacDonald. Il governo canadese pensò di portare via dall’Iran i sei diplomatici statunitensi, attraverso un volo aereo internazionale, usando passaporti canadesi. I passaporti contenevano una serie di visti iraniani preparati dall’intelligence statunitense in modo da apparire autentici. La CIA chiese a un suo esperto, Tony Mendez, di escogitare una storia verosimile che potesse funzionare come copertura per motivare il viaggio in aereo dei sei diplomatici e fornire loro gli opportuni travestimenti eventualmente necessari.

Mendez arrivò a Tehran accompagnato da un assistente noto con il nome “Julio”, che sarebbe rimasto con lui durante la missione e che aveva già lavorato con Mendez in altre operazioni. Erano state valutate diverse possibili storie ma alla fine Mendez decise di far credere che i sei diplomatici fossero una troupe di Hollywood in cerca di possibili ambientazioni per un film di prossima uscita: Argo, appunto. Ogni dettaglio fu escogitato e curato come se la produzione di quel film fosse assolutamente reale. Come fonte di ispirazione alla base della storia del finto film fu usato il libro “Il Signore della Luce”, un romanzo di fantascienza del 1967 – dello scrittore Roger Zelazny – che faceva ampio uso di personaggi e storie tratti dalla mitologia indiana.

La colossale montatura
Fu allestito un vero studio cinematografico a Los Angeles, lo “Studio Six”, grazie all’aiuto di un responsabile del trucco di Hollywood, John Chambers. Ai sei diplomatici fu detto che qualsiasi telefonata diretta verso gli studi cinematografici di Hollywood, tra quelli che avessero chiesto di parlare con lo “Studio Six”, avrebbe ricevuto risposta. Per rendere tutto ancora più verosimile fu allestito anche un ufficio presso i Sunset Gower Studios a Sunset Boulevard, utilizzando un ufficio precedentemente usato dall’attore Michael Douglas in occasione delle riprese del film Sindrome cinese, nel 1979.

Pubblicità dello Studio Six e del film Argo cominciarono a circolare sui media americani e su magazine molto popolari come The Hollywood Reporter. Su Variety, in particolare, fu pubblicata una locandina del film. In un nightclub a Los Angeles fu organizzata anche una festa di presentazione del film e della nuova casa di produzione. Nelle pubblicità del film come produttore del film fu citato Robert Sidell, che era un amico di Chambers e truccatore pure lui, e che avrebbe in seguito lavorato per le riprese di E.T. L’extraterrestre, nel 1982. Per l’impegno di fondamentale importanza e per l’aiuto fornito a Mendez, Chambers fu poi premiato dalla CIA con una medaglia al merito.

La fuga
La mattina del 27 gennaio 1980 Mendez, “Julio” e i sei diplomatici americani – tutti parte della finta troupe hollywoodiana – passarono facilmente i controlli di sicurezza all’Aeroporto internazionale di Teheran-Mehrabad, mostrando i loro falsi documenti (soltanto nel film la polizia iraniana scopre invece l’inganno, all’ultimo momento, ma i protagonisti riescono a scappare lo stesso). Dopo alcuni ritardi dovuti a problemi meccanici al jet di linea che avrebbe dovuto riportarli a casa, tutti e otto si imbarcarono sul volo 363 della compagnia aerea Swissair, diretto a Zurigo. Per una coincidenza il nome dell’aereo era Argovia, dal nome dell’omonimo cantone settentrionale della Svizzera.

Una volta arrivati in Svizzera i sei diplomatici statunitensi furono portati in un luogo segreto e più sicuro da alcuni agenti della CIA: arrivarono negli Stati Uniti soltanto tre giorni dopo. Mendez e “Julio” presero un altro volo per Francoforte, in Germania. Il 28 gennaio, il giorno dopo la fuga, l’ambasciata canadese venne chiusa dopo che Taylor e gli altri membri del suo staff tornarono in Canada. Gli Stati Uniti decisero di non parlare del proprio ruolo nell’operazione, considerati tutti gli altri americani ancora ostaggi – lasciando onori, visibilità e responsabilità al Canada.

Nel 2012, occupandosi di come andarono veramente le cose, e mettendolo a confronto con il film, Mark Lijek scrisse su Slate: “Sebbene il film presenti una miriade di complicazioni drammatiche e imprevisti dell’ultimo momento, in verità andò tutto perfettamente liscio. Che non vuol dire che la situazione reale, per come andarono le cose, non fu ‘drammatica’ – ma solo che la gran parte del dramma si verificò solo prima che Mendez arrivasse in Iran”.

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