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  • sabato 7 Novembre 2020

I problemi con le mappe elettorali americane

In questi giorni le vediamo ovunque ma sono piene di imprecisioni e storture, non facili da risolvere

Nelle prime ore dello scrutinio delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, al momento ancora in corso, è circolata una mappa elettorale molto diversa da quelle che siamo abituati a vedere. Da circa trent’anni la stragrande maggioranza delle mappe usate da giornali, libri e televisioni mostra un’enorme distesa rossa nella zona centrale, che indica gli stati dove i Repubblicani hanno ottenuto la maggior parte dei voti, mentre il blu dei Democratici punteggia alcune zone periferiche e colora una parte delle coste. L’impressione, insomma, è che la stragrande maggioranza del paese voti Repubblicano mentre i Democratici siano confinati nelle coste, e siano comunque più marginali.

La mappa elettorale dei risultati finali delle elezioni presidenziali del 2016: in rosso gli stati che hanno votato per Donald Trump, in blu quelli vinti da Hillary Clinton

Benché una visualizzazione del genere sia giustificata soprattutto dalla legge elettorale americana – per cui il candidato che vince anche un solo voto in più in uno stato ottiene tutti i suoi “grandi elettori”, che poi eleggono il presidente – le storture di una mappa del genere sono evidenti. Per prima cosa tendono a sovrastimare il consenso dei Repubblicani, dato che a meno di risultati elettorali eclatanti la mappa elettorale sarà sempre un po’ più rossa che blu: gli stati più ampi infatti sono anche quelli dove sono concentrate le zone rurali, tradizionalmente molto conservatrici (sappiamo inoltre che il nostro cervello percepisce come più larghi gli oggetti colorati di toni intensi come il rosso).

Ma la capacità di uno stato di incidere sulle elezioni presidenziali non dipende dalla sua superficie, ma dalla popolazione: è per questo che il Massachusetts, dove vivono quasi sette milioni di persone, esprime 11 grandi elettori mentre il Montana, in cui abita circa un milione di persone, appena 3. Eppure nella mappa elettorale che siamo abituati a vedere, il Montana – che ha una superficie enorme, superiore a quella della Germania – è molto più visibile del Massachusetts, così piccolo che in alcune mappe è praticamente invisibile.

La mappa elettorale delle elezioni presidenziali del 2012, stravinte da Obama, scomposta da Vox: il Montana è il primo stato in alto a sinistra fra quelli vinti da Romney, il Massachusetts è lo stato più piccolo visibile sul lato sinistro degli stati vinti da Obama (Vox)

Un’altra stortura evidente è che mappe del genere non sono in grado di rendere le sfumature del consenso ottenuto da un candidato. Nelle mappe elettorali del 2016, per esempio, il Michigan viene colorato di rosso perché fu vinto da Trump: ma quello che la mappa non dice è che il margine fra lui e Clinton è stato di circa 9mila voti su 5 milioni, e che da qualche anno il Michigan è uno stato tendenzialmente Democratico, tanto che nel 2020 è stato vinto di nuovo da Biden.

Il problema principale, insomma, è che usando questa mappa «si è scelto di dare la priorità all’accuratezza geografica piuttosto che all’importanza elettorale», ha sintetizzato Vox: «le mappe accurate dal punto di vista geografico vanno benissimo per un viaggio in auto, ma non sono all’altezza di raccontarci come ha votato il paese».

Nessuna mappa può essere perfetta, e anche quelle che ci sembrano più innocue contengono dei bias, cioè delle deviazioni da una rappresentazione totalmente neutrale (è il motivo per cui, per esempio, le mappe che usiamo in Occidente mostrano l’Europa al centro del mondo). Da qualche anno qualcuno ha provato a introdurre delle soluzioni per rimediare alle note storture delle mappe elettorali più diffuse, con risultati interessanti ma ancora non pienamente soddisfacenti.

Per bilanciare il secondo problema di cui parlavamo, cioè la superficiale rappresentazione del consenso, sono state introdotte mappe che mostrano i voti ottenuti dai candidati a livello locale, di contea o circoscrizione: come in questo grafico del Washington Post, che usa anche sfumature diverse a seconda della percentuale di voti ottenuta dai due candidati. Nemmeno soluzioni di questo tipo, però sembrano risolvere il problema, anzi: dato che le zone rurali comprendono contee e circoscrizioni molto più ampie rispetto a quelle urbane e periferiche, le zone colorate di rosso sembrano ancora più prevalenti rispetto alla mappa stato per stato (in un’elezione in cui la candidata Democratica Hillary Clinton, peraltro, ha ottenuto quasi tre milioni di voti in più rispetto a Trump).

(Mappa del Washington Post che mostra chi ha preso più voti fra Democratici e Repubblicani nel 2016 a livello nazionale, statale, di contea e circoscrizione elettorale)

La mappa diventata virale nei giorni scorsi è un buon compromesso, perché rispettando i confini geografici rappresenta con dei pallini di varia grandezza le zone più popolate: ma le differenze fra i vari pallini non sono facili da distinguere, senza contare che una mappa quasi totalmente vuota non risulta gradevolissima.

Non ci sono soluzioni semplici: usare colori diversi potrebbe confondere i lettori o gli spettatori – rosso e blu sono associati a Repubblicani e Democratici ormai da diversi anni – mentre colorare in bianco le zone disabitate non eliminerebbe l’impressione che il rosso sia comunque prevalente. Nemmeno giocare con le sfumature servirebbe a molto: nei giorni scorsi è circolata una mappa colorata che ha abbandonato i tradizionali blu e rosso in favore del viola: rossastro se lo stato ha votato perlopiù per i Repubblicani, bluastro nel caso dei Democratici. Ma una mappa del genere ha bisogno di diversi secondi, se non addirittura qualche minuto, per essere interpretata, venendo meno alla necessità di immediatezza richiesta alle mappe elettorali.

Per rappresentare in maniera accurata la popolazione di ciascuno stato – cioè il criterio in base al quale ciascuno stato ha a disposizione i suoi grandi elettori – una possibile soluzione sarebbe abbandonare ogni velleità di accuratezza geografica, o quasi.

Questa ad esempio è la mappa elettorale che mostra le previsioni finali di FiveThirtyEight per le elezioni di metà mandato del 2018: ognuno dei 435 distretti elettorali viene rappresentato con un esagono colorato con varie sfumature di rosso e blu: ma ogni aderenza con la forma geografica degli Stati Uniti è persa. Anche al Jazeera ne ha usata una simile in questi giorni nella sua homepage.

(FiveThirtyEight)

Il compromesso migliore – almeno secondo il New York Times – prevede di usare dei quadratini per ciascuno stato, di grandezza variabile a seconda della popolazione o dei grandi elettori, e fare in modo che il loro profilo assomigli vagamente alla forma degli Stati Uniti. Ma anche in questo caso il risultato lascia un po’ a desiderare.

(New York Times)

Una soluzione, suggerita per esempio dalla giornalista di Vox Soo Oh, potrebbe essere continuare a utilizzare mappe geograficamente accurate – magari con qualche accorgimento per aggiustare le storture più evidenti – e contestualizzarle meglio: cioè renderle interattive, oppure presentare in maniera visibile dati e informazioni che possono aiutare il lettore a comprenderle meglio. Molte di queste cose si ritrovano nella mappa che da giorni occupa buona parte dell’homepage del New York Times, oppure quella curata dal Financial Times.

(New York Times)