Protesta a Varsavia, Polonia, 30 ottobre 2020 (AP Photo/Czarek Sokolowski)
  • Mondo
  • giovedì 5 Novembre 2020

Il governo polacco non sa più cosa fare sull’aborto

Il divieto anche in caso di malformazione del feto, sancito dalla Corte costituzionale, ha suscitato proteste di massa: la nuova norma non è ancora entrata in vigore e l’esecutivo è in difficoltà

Protesta a Varsavia, Polonia, 30 ottobre 2020 (AP Photo/Czarek Sokolowski)

In Polonia la norma che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto, che era stata sancita da una sentenza della Corte costituzionale, non è ancora entrata in vigore. Il governo della Polonia guidato dal partito di destra Diritto e Giustizia (PiS) ne ha infatti ritardato la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale, prevista entro il 2 novembre. Il governo è in difficoltà a causa delle enormi manifestazioni che da più di dieci giorni vengono organizzate nel paese: sono nate dai movimenti femministi, ma stanno coinvolgendo attivamente studenti, organizzazioni per i diritti LGBT+, agricoltori, tassisti, conducenti di mezzi pubblici e gran parte della cosiddetta società civile, con rivendicazioni sempre più ampie.

Martedì 3 novembre Piotr Mūller, consigliere del primo ministro Mateusz Morawiecki, ha detto: «È in corso una discussione, e sarebbe bene prendersi un po’ di tempo per il dialogo con l’obiettivo di trovare una nuova posizione in questa situazione, che è difficile e suscita molta emozione». «Nessuno si aspettava simili proteste», ha aggiunto Jadwiga Emilewicz, membro di un partito conservatore alleato del PiS.

L’enorme manifestazione a Varsavia contro le restrizioni del diritto all’aborto, 30 ottobre 2020 (Omar Marques/Getty Images)

La sentenza del Tribunale costituzionale era arrivata in risposta a un appello di un centinaio di parlamentari che sostenevano che l’interruzione di gravidanza a causa di malformazioni fetali violasse i princìpi della Costituzione, che protegge la vita di ogni individuo. La sentenza modifica una legge sull’interruzione di gravidanza che era già una delle più restrittive d’Europa. Fu approvata nel 1993 e consentiva l’aborto solo in tre casi: pericolo di vita per la donna, stupro e grave malformazione del feto. La sentenza ha ora eliminato quest’ultima possibilità, giudicandola incostituzionale e introducendo, di fatto, un divieto quasi totale di interruzione di gravidanza. Circa il 98 per cento delle procedure abortive del paese venivano infatti praticate per quest’ultimo motivo: su 1.100 aborti legali eseguiti in Polonia lo scorso anno, 1.074 erano per anomalie fetali. Questi numeri rappresentano comunque solo una piccola parte degli aborti praticati: secondo le organizzazioni femministe tra le 100mila e le 200mila donne polacche ogni anno sono costrette a ricorrere all’aborto clandestino o ad andare all’estero per poterne avere accesso (in genere in Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania o Ucraina).

Il governo aveva già tentato più volte, nel 2016, nel 2018 e lo scorso aprile, di introdurre restrizioni pesanti al diritto all’aborto, sempre con il sostegno di diversi gruppi religiosi cattolici e dei vescovi vicini al PiS, ma in entrambi i casi aveva rinunciato grazie alle proteste dei movimenti femministi. Non potendo seguire la via parlamentare, il governo aveva dunque deciso di delegare la questione al Tribunale costituzionale, che è composto per la maggior parte da giudici conservatori, molti dei quali nominati dal governo stesso con una serie di forzature procedurali denunciate anche dalla Commissione europea.

– Leggi anche: La Polonia vuole criminalizzare l’educazione sessuale

I sondaggi mostrano un forte calo di consenso per il partito di governo, che è passato dal 40 al 30 per cento. Ma Jarosław Kaczyński, vice primo ministro e a capo del PiS, non sembra intenzionato a fermarsi. Ha invitato i sostenitori del governo a difendere le chiese, la Polonia e il patriottismo: «Questo è l’unico modo in cui possiamo vincere questa guerra», ha detto, e le sue dichiarazioni sono state interpretate come un incoraggiamento a scontrarsi con le manifestanti. Ha detto che le persone che manifestano sono anti-polacche e Krystyna Pawłowicz, giudice del Tribunale costituzionale molto vicina a Kaczyński, ha paragonato il lampo rosso che è diventato il simbolo del movimento delle donne all’emblema delle SS (il fulmine rosso usato dai movimenti femministi è stato creato appositamente per le rivendicazioni di questi giorni e non ha ovviamente alcun rimando al nazismo).

(Immagine di @wherearethebluebirds, tradotta dal collettivo Est/ranei)

Nel frattempo, il presidente del paese Andrzej Duda (che ha sempre contestato l’aborto, ma che ha dichiarato di comprendere le proteste) ha presentato al Parlamento «una proposta di modifica» per ridimensionare in modo minimo le restrizioni che il Tribunale ha introdotto e consentire l’aborto nei casi in cui la diagnosi prenatale mostri un’alta probabilità di morte del feto. Il Parlamento avrebbe dovuto prendere in considerazione la proposta del presidente mercoledì, ma la seduta è stata rinviata a metà novembre, formalmente a causa della pandemia. Barbara Nowacka, parlamentare dell’opposizione, ha scritto su Twitter che il governo ha invece rinviato la sessione perché ha «paura delle proteste».

La proposta di Duda non è comunque accettabile né per l’opposizione né per il PiS né per le gerarchie cattoliche che hanno un ruolo molto attivo nella politica del paese e di sostegno al PiS. Stanisław Gądecki, capo della Conferenza episcopale polacca, mercoledì ha denunciato la proposta di Duda come «una nuova forma di eutanasia».

La proposta non è accettabile nemmeno per il movimento Strajk Kobiet (Sciopero delle donne) che sta organizzando le proteste: «Non riuscirai a togliere la gente dalle strade con un altro disegno di legge che vieta l’aborto», ha fatto sapere il gruppo su Facebook. «Amico! La rabbia sociale è esplosa e tu e il governo state solo gettando benzina sul fuoco». Le donne stanno manifestando per le strade, stanno praticando la sciopero, cioè l’astensione dal lavoro, e stanno entrando nelle chiese con cartelli e striscioni a favore dell’aborto. Ma le proteste si sono allargate, hanno coinvolto diverse categorie di lavoratori e lavoratrici, e anche gli studenti e sono diventate una contestazione generale contro il governo. Strajk Kobiet ha anche diffuso un manifesto in cui chiede un «vero Tribunale costituzionale», una «Corte suprema autentica e trasparente», «uno stato laico» e «le dimissioni del governo».

Il PiS è stato messo all’angolo, come hanno scritto diversi giornali. Ma come andranno le cose non è ancora chiaro. In teoria, è impossibile per il potere esecutivo revocare una decisione del Tribunale costituzionale e secondo diversi esperti di diritto la pubblicazione delle sentenze in gazzetta ufficiale, per quanto controverse, è obbligatoria: il ritardo scelto per ora dal governo sarebbe incostituzionale.