Mappa che mostra il numero di decessi ogni 100mila abitanti nelle ultime due settimane (Il Post)
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  • domenica 1 Novembre 2020

I numeri dei contagi da coronavirus nei diversi paesi europei

Le cose stanno andando molto male in Belgio e Repubblica Ceca, ma la situazione negli ospedali preoccupa praticamente ovunque

Mappa che mostra il numero di decessi ogni 100mila abitanti nelle ultime due settimane (Il Post)

Negli ultimi giorni diversi paesi dell’area Schengen, oltre che il Regno Unito, hanno adottato nuove dure restrizioni per contenere la cosiddetta “seconda ondata” dell’epidemia da coronavirus: alcuni hanno scelto la misura più drastica, il lockdown, mentre altri hanno imposto limitazioni più blande, come il coprifuoco. Anche in Italia sono state introdotte diverse limitazioni, ma il governo, insieme alle regioni, si sta preparando per annunciare misure più severe. I numeri sui nuovi casi di contagio e sui morti, insieme alla situazione dei sistemi sanitari nazionali, stanno preoccupando tutti i governi d’Europa, anche se ci sono diversi livelli di gravità (almeno finora: come ormai abbiamo imparato durante la prima ondata, la situazione di una certa regione o provincia può precipitare molto rapidamente).

I dati che prendiamo in considerazione sono quelli raccolti dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, agenzia indipendente dell’Unione Europea che ha lo scopo di rafforzare le difese dei paesi membri nei confronti delle malattie infettive; e sono riferiti ai paesi dell’area Schengen e al Regno Unito (non sono inclusi quindi i Balcani).

Il primo dato che si può considerare per farsi un’idea della situazione è quello dei nuovi contagi riferiti a un certo periodo di tempo – due settimane, sufficiente per rilevare una tendenza – e a 100mila abitanti. È un dato che va preso con le molle, comunque, perché dipende molto dal numero di test realizzati in un certo paese, e soprattutto dalle categorie di persone sottoposte al tampone (è un dato che va letto per esempio insieme al tasso di positività dei tamponi, che a sua volta va trattato con prudenza).

Nelle ultime due settimane, sono stati due i paesi che hanno registrato più di 1.400 nuovi casi positivi ogni 100mila abitanti: Repubblica Ceca (1.536) e Belgio (1.497). Entrambi hanno fatto registrare anche un aumento significativo del tasso di positività dei tamponi: in Belgio si è passati dal 2 per cento di metà settembre al 18 della fine di ottobre, mentre nello stesso periodo in Repubblica Ceca si è passati dal 4 a quasi il 30 per cento (quindi la percentuale di tamponi risultati positivi su tutti i tamponi realizzati si è alzata parecchio).

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La gravità mostrata da questi numeri è confermata anche dalla pressione che la seconda ondata sta provocando sui sistemi sanitari di entrambi i paesi, che ha spinto i rispettivi governi a introdurre misure drastiche per contenere l’epidemia. Il governo ceco è stato il primo in Europa ad annunciare un nuovo lockdown simile a quello già imposto in primavera, imponendo la chiusura di scuole, bar e ristoranti, ed estendendo l’uso obbligatorio della mascherina. Venerdì ha annunciato un nuovo lockdown anche il Belgio, dove la situazione negli ospedali sembra piuttosto seria: ad oggi, infatti, i pazienti malati di Covid-19 occupano più della metà dei 2mila letti di terapia intensiva presenti nel paese.

– Leggi anche: Il tasso di positività dei tamponi, spiegato

Un altro paese in cui le cose sembrano andare piuttosto male è la Slovenia, che nelle ultime due settimane ha registrato 1009 nuovi casi per 100mila abitanti, con quasi il 35 per cento dei test positivi.

I pazienti con il Covid-19 nelle terapie intensive del paese sono circa un centinaio – un numero alto, considerato che la Slovenia ha 2 milioni di abitanti – e il governo è preoccupato dall’aumento dei nuovi ricoveri registrato negli ultimi giorni. Per il momento, comunque, altri indicatori, come il numero di morti ogni 100mila abitanti, sembrano essere leggermente più rassicuranti: nelle ultime due settimane la Slovenia ha fatto registrare 3,5 decessi ogni 100mila abitanti, un numero più basso rispetto a quello di altri paesi europei con dati migliori sui nuovi contagi, come la Francia o la vicina Croazia.

Il numero di morti per Covid-19 – e più ancora l’eccesso di mortalità in un’area in un dato periodo – è un indicatore considerato più “stabile” e significativo rispetto a quello dei nuovi positivi, anche se riflette la situazione dei contagi di un paio di settimane prima (c’è da considerare infatti il tempo della malattia).

Se si guardano i numeri dei morti nelle ultime due settimane ogni 100mila abitanti, si osserva una situazione molto preoccupante nell’Europa centrale – molto più preoccupante di quello che si potrebbe pensare guardando solo i numeri dei nuovi contagi: la Romania, per esempio, ha accertato 325 nuovi casi ogni 100mila abitanti, molti meno rispetto all’Italia, che ne ha accertati 424, ma allo stesso tempo ha registrato 5,8 decessi ogni 100mila abitanti, molti di più dell’Italia, che ne ha registrati 3,1. Questi numeri riflettono sia il minor numero di tamponi realizzati in Romania sulla percentuale della popolazione, sia molto probabilmente la minore solidità del sistema sanitario rumeno rispetto a quello italiano.

Situazioni preoccupanti, che hanno spinto i governi nazionali ad adottare importanti misure restrittive, sono quelle che si stanno vedendo in Svizzera, Paesi Bassi e Francia, che nelle ultime due settimane hanno fatto registrare rispettivamente 857, 748 e 742 nuovi contagi ogni 100mila abitanti. Anche qui, comunque, i dati sui nuovi positivi non sono sufficienti a capire il livello di gravità e la pressione che l’epidemia sta esercitando sui sistemi sanitari nazionali: la Francia per esempio sta facendo registrare un numero di morti ogni 100mila abitanti molto superiore rispetto a quello della Svizzera – 4,9 contro 2,7 – che potrebbe significare che la sanità svizzera sta reggendo meglio l’impatto della seconda ondata rispetto a quella francese.

Per capire meglio la difficoltà a leggere i numeri a livello nazionale, anche quelli che si riferiscono ai ricoveri, si può prendere d’esempio quello che era successo in Italia durante la prima ondata, e quello che sta succedendo oggi. Ad aprile l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, probabilmente il più colpito insieme a quello di Brescia, era arrivato ad avere 100 pazienti in terapia intensiva, tutti intubati (senza considerare che diversi malati nei reparti probabilmente sarebbero stati trasferiti in terapia intensiva, in tempi di pace): 100 pazienti malati di Covid-19, intubati, potrebbero oggi mandare in estrema sofferenza una regione italiana con risorse molto più limitate della Lombardia.

– Leggi anche: L’ospedale di Bergamo è in attesa

Questo significa che lo stesso numero di pazienti gravi, ma distribuito tra le regioni all’interno di un paese, può provocare pressioni e sofferenze diverse sui sistemi sanitari locali.

Un’altra cosa da tenere a mente è il “momento” in cui vengono registrati questi dati: nelle ultime due settimane la Spagna ha fatto registrare dati peggiori rispetto al Regno Unito – sia rispetto ai nuovi contagi sia rispetto ai morti – ma la tendenza dei nuovi ricoveri è peggiore nel Regno Unito. Questo perché in Spagna la seconda ondata è iniziata prima, le misure restrittive sono state adottate prima, nonostante i moltissimi litigi tra governo centrale e governi regionali; il primo ministro britannico Boris Johnson ha annunciato un nuovo lockdown per l’Inghilterra solo sabato, secondo molti con grande ritardo rispetto a quanto consigliavano eventi ed esperti.

Il paese dell’Europa occidentale che sembra andare meglio da tutti i punti di vista è la Germania, che era riuscita a controllare meglio di altri l’epidemia anche durante la prima ondata.

Anche in Germania, comunque, la situazione nelle ultime settimane è peggiorata, con il governo tedesco che ha annunciato che il sistema nazionale di contact tracing, cioè tracciamento dei contatti, è saltato. Mercoledì scorso la cancelliera Angela Merkel ha annunciato nuove restrizioni ai movimenti, oltre che la chiusura di bar, ristoranti, cinema, teatri, palestre e piscine. Il sistema ospedaliero tedesco sembra comunque reggere molto meglio di altri l’ondata di nuovi ricoveri (anche prima della pandemia aveva il numero di posti letto in terapia intensiva rispetto al numero di abitanti tra i più alti d’Europa): Merkel, così come aveva già fatto durante la prima ondata, ha detto che la Germania sarà disposta a trasferire nei propri ospedali pazienti gravi malati di Covid-19 provenienti da paesi con sistemi sanitari molto in sofferenza.

Un discorso particolare si deve fare per la Svezia, che durante la prima ondata aveva imposto misure piuttosto blande per contrastare la diffusione del contagio, dando informazioni ai cittadini sul comportamento da tenere senza però chiudere negozi e attività, né imponendo un vero lockdown, nel tentativo di salvare l’economia. I risultati di quelle politiche erano stati controversi: la Svezia aveva fatto registrare più contagi e morti dei paesi vicini, ma molti meno rispetto ai paesi europei più colpiti. Nelle ultime due settimane in Svezia sono stati registrati 204 nuovi casi ogni 100mila abitanti, un numero superiore rispetto a quello dei paesi vicini, ma significativamente più basso rispetto alla stragrande maggioranza dei paesi europei; i decessi sono invece molto simili a quelli di Norvegia e Finlandia – 0,3 ogni 100mila abitanti, contro lo 0,1 finlandese e norvegese. Finora la Svezia non ha introdotto restrizioni significative per frenare la cosiddetta “seconda ondata”.