La gestione dei tamponi all'ospedale San Giovanni Addolorata di Roma. (Cecilia Fabiano/ LaPresse)
  • Scienza
  • mercoledì 14 Ottobre 2020

Il tasso di positività dei tamponi, spiegato

È un indicatore sempre più citato per valutare l'andamento dell'epidemia: è utile e importante, ma va contestualizzato

La gestione dei tamponi all'ospedale San Giovanni Addolorata di Roma. (Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Con il passare dei mesi è diventato sempre più chiaro che i singoli dati sull’epidemia da coronavirus vanno contestualizzati e compresi per essere analizzati correttamente: l’esempio più evidente sono i nuovi contagi di questi giorni, che non sono la stessa cosa di quelli della primavera perché oggi facciamo molti più test e scopriamo molti più asintomatici. Soprattutto nelle ultime settimane, un indicatore è sempre più citato come esemplare dell’andamento dell’epidemia e dell’estensione dei test in un certo paese o regione: il tasso di positività dei tamponi. È un dato utile e importante, ma va spiegato e maneggiato con un po’ di cautela.

In breve, il tasso di positività dei tamponi è – abbastanza intuitivamente – la percentuale di tamponi che risultano positivi sul totale di quelli fatti. In linea generale, se questa percentuale è bassa – vediamo tra poco quanto bassa – è un buon indizio che i contagi siano sotto controllo e che si stanno facendo abbastanza test. Se inizia a superare una certa soglia, ci sono buone ragioni per preoccuparsi che qualcosa stia andando storto.

È un valore più utile, ai fini di un’analisi sull’andamento dell’epidemia, del numero di tamponi assoluto, perché questo deve sempre essere rapportato alla popolazione del territorio che si sta prendendo in considerazione. Ed è anche più utile rispetto al numero di contagi scoperti: un paese che scopre pochi casi perché fa pochi test non sta necessariamente meglio di un altro che ne scopre di più perché fa molti più test, rilevando anche i casi asintomatici.

Per capire meglio il perché il tasso di positività dei tamponi sia importante, torna utile fare un paragone: un lago rappresenta la popolazione di un territorio, le reti di una barca di pescatori i tamponi, i pesci i casi positivi. Se i pescatori usano una rete molto ampia (tanti test) e pescano pochi pesci (trovano cioè pochi positivi), è un indizio che il lago non sia molto pescoso (e che quindi ci siano pochi positivi). Se usando una rete molto piccola (pochi test) pescano comunque tanti pesci, si può dedurre che nel lago ci siano molti altri pesci sfuggiti alla pesca: e quindi che nella popolazione ci siano molti positivi, che però sfuggono ai controlli.

Le cose da sapere sul coronavirus

– Leggi anche: I mesi difficili che aspettano i pediatri

Tornando all’epidemia, la situazione di marzo e aprile in Italia era di un contagio molto diffuso tra la popolazione, e di pochi test. Si stima che i numeri reali sui positivi fossero fino a dieci volte quelli ufficiali, e infatti a risultare positivi sul numero totale dei tamponi era una percentuale molto alta: in Lombardia per alcuni brevi momenti ha superato il 50 per cento. Molti pesci nel lago, reti piccole. All’epoca, i tamponi erano riservati quasi esclusivamente alle persone sintomatiche, spesso soltanto ai casi più gravi che finivano in ospedale: ed era quindi logico che, testando perlopiù persone fortemente sospette, si trovassero in percentuale molti positivi.

Con il passare delle settimane, il lockdown ha fatto scendere i contagi e i tamponi sono aumentati: e il bacino di persone testate si è allargato, arrivando a comprendere anche persone senza sintomi e categorie intere di popolazione considerate da monitorare ma non per forza sospette, come gli operatori sanitari. Quindi a partire da maggio la percentuale di tamponi positivi si è assestata sotto al 5% anche in Lombardia.

Il problema è che dopo un’estate in cui la percentuale di tamponi positivi è rimasta molto bassa – a lungo sotto all’1% – un po’ ovunque in Italia, a partire da settembre è tornata ad aumentare. Siamo a livelli nemmeno paragonabili a quelli di marzo, ma comunque ci sono regioni, come la Liguria, la Campania, la Sardegna, il Piemonte, il Veneto e la Lombardia, in cui la percentuale negli ultimi giorni è compresa tra il 5% e il 10%. A livello nazionale è di poco sopra al 5%. Ma le curve mostrano che è in forte crescita un po’ ovunque.

La cosa importante da precisare è che non esiste una vera soglia oltre la quale c’è sicuramente qualcosa di allarmante. E qui arrivano le cautele necessarie. Un’epidemia è un fenomeno incredibilmente complesso, e la sua attività di monitoraggio lo è di conseguenza. Per questo, non esistono indicatori che presi singolarmente spieghino cosa stia succedendo, o che segnalino quali problemi sono in corso e dove.

Sul tasso di positività dei tamponi, un problema è che è un valore profondamente influenzato dalle modalità con cui un’autorità sanitaria – un’ASL, una regione, un paese – decide di fare i tamponi. Se, per esempio, una regione fosse straordinariamente brava a fare contact tracing, potrebbe individuare con maggiore precisione le persone da sottoporre a tampone, e quindi potrebbe per questo trovare in percentuale più positivi. Un’altra regione potrebbe fare i test in modo più casuale e impreciso, e quindi potrebbe sottoporre al tampone molte persone che non hanno ragione di essere testate, trascurandone altre tra cui invece il contagio potrebbe essere più diffuso. Come i pescatori che sanno in che tratto di lago andare a pescare, e quelli che invece sbagliano e vanno dove non ci sono pesci. In India, per esempio, il tasso di positività dei tamponi è rimasto sotto al 5% fino a metà maggio: ma il motivo è che i test non erano fatti bene, non che i contagi fossero sotto controllo.

«Non necessariamente il 9% della Liguria è peggiore del 5% di un’altra regione» spiega Patrizio Pezzotti, direttore del reparto di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità. «Prendere il tasso di positività dei tamponi come metro assoluto è molto discutibile». 

– Leggi anche: Le nuove restrizioni per il coronavirus in Europa

È il motivo per cui non esiste, a livello internazionale, una soglia precisa da non superare nel tasso di positività dei tamponi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità a inizio epidemia aveva parlato di una percentuale compresa tra il 3% e il 12% per considerare adeguata l’estensione dei test: ma erano altri tempi. L’ultima indicazione, ha confermato l’OMS al Post, risale a maggio, e suggeriva un periodo di due settimane sotto al 5% per ritenere sotto controllo l’epidemia e considerare di riaprire le attività. Ma anche quelli erano tempi diversi, in cui si arrivava un po’ ovunque da mesi di lockdown.

Più che una soglia, quindi, si parla di una forbice. Secondo Pezzotti, «un tasso di positività tra il 5% e il 10% vuol dire che non riusciamo più a tracciare molto bene e ci concentriamo su chi ha sintomi, senza raggiungere le persone asintomatiche, che poi sono quelle che vanno più spesso in giro e diffondono il contagio».

Allo stesso modo, non va fatto l’errore di dare troppa importanza alla percentuale di tamponi positivi in una regione o a livello nazionale in un singolo giorno: il modo in cui vengono comunicati il numero di nuovi test e i nuovi positivi è soggetto a moltissime variabili e a errori, e non è per niente detto che i 500 positivi annunciati in un giorno da una regione siano stati tutti scoperti con i 5.000 tamponi aggiunti in quel giorno al conteggio totale. Va sempre osservato l’andamento medio su un periodo più lungo.

Considerando il tasso di positività a livello internazionale, si vede che i paesi che sappiamo avere un sistema di test molto esteso e capillare, che riescono a tracciare con efficacia i contatti e quindi a sottoporre al tampone molte persone asintomatiche, sono anche quelli che hanno mantenuto tassi di positività più bassi.

Jeffrey S. Morris, direttore della divisione di Biostatistica della Perelman School of Medicine alla University of Pennsylvania, ha scritto che un altro aspetto per cui osservare il tasso di positività dei tamponi è utile è che possono segnalare con efficacia i casi in cui ci sono picchi improvvisi dei contagi in un certo territorio. Se un aumento dei positivi registrati fosse dovuto soltanto a un aumento dei test, infatti, il tasso di positività dei tamponi dovrebbe rimanere costante, oppure diminuire.

***

Nota: Tra addetti ai lavori, si è discusso se per calcolare il tasso di positività dei tamponi in Italia vada considerato il numero totale dei tamponi oppure quello dei “casi testati”. Il motivo è che nei tamponi totali non vengono conteggiati soltanto i tamponi “diagnostici”, cioè quelli per scoprire l’eventuale presenza del coronavirus, ma anche quelli “di controllo”, fatti sui positivi accertati per verificarne la guarigione.

Per diverse ragioni – elencate per esempio qui dall’analista di YouTrend Lorenzo Ruffino – quello sui “casi testati” non è un dato troppo affidabile dal punto di vista statistico. Usare il numero totale dei tamponi, poi, permette il confronto con paesi che non diffondono il numero dei soggetti testati ma soltanto quello sui test. Insomma: consapevoli del fatto che il tasso di positività calcolato sul totale dei tamponi non è davvero “la percentuale di tamponi diagnostici che risultano positivi”, è comunque lo standard da usare per questo tipo di analisi.