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  • martedì 13 Ottobre 2020

La campagna della Cina contro gli sprechi alimentari non ha solo ragioni etiche

Dopo gravi inondazioni, la peste suina e le conseguenze della pandemia da coronavirus, l'approvvigionamento di cibo scarseggia

(Getty Images)

Lo scorso agosto il governo cinese ha lanciato il programma “Piatto pulito”, un’iniziativa per ridurre lo spreco di cibo. Al tempo la notizia fu trattata come uno dei numerosi tentativi del governo di educare la popolazione e cercare di risolvere un problema etico rilevante. Qualche giorno fa, però, il Washington Post ha scritto che “Piatto pulito” ha un altro obiettivo: ridurre il consumo di cibo “senza scatenare l’allarme tra il pubblico”, perché le scorte scarseggiano.

Quando ad agosto il presidente cinese Xi Jinping presentò la campagna “Piatto pulito”, i media locali ne parlarono soprattutto come un’iniziativa etica, per ridurre gli sprechi. In Cina come in tutto il mondo, a causa delle difficoltà logistiche e di approvvigionamento durante i mesi del lockdown molte tonnellate di cibo erano state lasciate marcire, e in seguito all’annuncio di Xi alcune grosse associazioni del settore alimentare promossero il sistema “N-1”: al ristorante bisogna ordinare un piatto in meno del numero dei commensali al tavolo (come ha notato la BBC, sui social network cinesi alcuni si chiesero quanti piatti avrebbe dovuto ordinare chi mangia da solo).

In Cina la cultura del cibo predilige l’abbondanza: durante un pasto formale è considerata buona educazione lasciare un po’ di pietanze nel piatto, e per questo è notevole che adesso in alcune catene di ristoranti, come Quanjude, che serve anatra alla pechinese, i camerieri siano stati istruiti a esortare i clienti a finire tutto quello che ordinano. In una scuola elementare nella parte meridionale del paese, ha scritto il Giornale del popolo, tutte le sere gli alunni devono mandare alle maestre dei video per mostrare che hanno mangiato tutta la cena. Il miliardario Jack Ma, fondatore di Alibaba e tra gli uomini più famosi in Cina, si è fatto filmare di recente in un ristorante mentre chiedeva di impacchettare l’aragosta avanzata, per mangiarla in seguito. I media cinesi hanno anche criticato i popolari video “mukbang”, in cui le persone si riprendono mentre mangiano enormi quantità di cibo.

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Fin dall’annuncio dell’iniziativa “Piatto pulito” le autorità hanno fatto riferimento alla scarsità di cibo: Xi Jinping disse che i cinesi devono «mantenere un senso di crisi sulla sicurezza alimentare». Al tempo stesso, però, i media di stato rassicuravano i cittadini sul fatto che non ci fosse niente da temere, e l’iniziativa fu trattata come una campagna di sensibilizzazione. In realtà, secondo il Washington Post la situazione è complicata: “La Cina non ha abbastanza cibo per tutti”, ha scritto la giornalista Eva Dou.

La Cina condivide la preoccupazione per la sicurezza alimentare con molti paesi del mondo colpiti dalla pandemia da coronavirus, che ha messo in pericolo le riserve: il prezzo del cibo è aumentato molto in paesi lontani e diversi tra loro come Messico, Corea del Sud, Sudan. A giugno l’ONU ha detto che la pandemia rischia di provocare una delle peggiori crisi alimentari negli ultimi 50 anni. Secondo un economista del World Food Program – che quest’anno ha vinto il Nobel per la Pace per il suo impegno nella lotta alla fame nel mondo – sentito dal Washington Post, nel mondo quest’anno 270 milioni di persone potrebbero soffrire di grave malnutrizione, il doppio rispetto all’anno scorso.

I problemi cinesi però si aggravano per ragioni locali: da circa un anno è in corso nel paese un’epidemia di peste suina africana, che ha fatto aumentare il prezzo della carne di maiale del 135 per cento a febbraio. La Cina, inoltre, negli ultimi mesi è stata colpita da inondazioni molto gravi, che hanno danneggiato tutti i raccolti.

Il prezzo del granoturco, uno dei cereali più colpiti dalle inondazioni, che viene usato soprattutto come cibo per gli animali, è al massimo degli ultimi cinque anni, e questo ha costretto gli allevamenti a usare il grano come alternativa. Per cercare di tenere bassi i prezzi, il governo ha venduto 6,17 milioni di tonnellate di grano dalle sue riserve: è quattro volte la quantità venduta l’anno scorso. E soltanto a giugno, come ha scritto il South China Morning Post, le importazioni di grano dall’estero sono aumentate del 197 per cento.

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Ci sono anche problemi sistemici e secolari. La Cina ospita il 20 per cento della popolazione del mondo ma soltanto il 7 per cento delle terre arabili, come ricordava uno studio pubblicato su Nature un paio d’anni fa (la Banca mondiale dice invece che le terre arabili sono il 12 per cento). Lo sfruttamento di queste terre ha anche una bassa efficienza, perché negli ultimi decenni gli agricoltori cinesi hanno fatto un uso spropositato e improprio di fertilizzanti chimici (che in agricoltura servono, ma vanno usati bene). C’è anche un problema di irrigazione, perché l’acqua in Cina è scarsa: la disponibilità d’acqua pro capite è del 25 per cento inferiore alla media mondiale. Per questo, anche se le cose stanno migliorando, e il governo cinese fa gran uso di tecnologia per aumentare le rese dei raccolti, la Cina è storicamente costretta a importare molti generi alimentari: per il granoturco, per esempio, è dipendente dagli Stati Uniti.

C’è un’altra ragione per cui il governo cinese è preoccupato per la sicurezza alimentare: i periodi di scarsità corrispondono spesso a rivolte popolari e a difficoltà politiche. Negli ultimi decenni, il potere del Partito comunista cinese è stato messo in discussione sempre in corrispondenza di momenti di crisi economica. Nel 1989, per esempio, le proteste di piazza Tienanmen a Pechino arrivarono dopo un lungo periodo di alta inflazione e scarsa crescita economica.