(Johnson & Johnson)
  • Scienza
  • giovedì 24 Settembre 2020

Uno dei vaccini più promettenti è al test finale

Johnson & Johnson ha avviato l'ultima fase di sperimentazione del suo vaccino contro il coronavirus, più pratico da conservare e forse già efficace con una sola dose

(Johnson & Johnson)

La multinazionale statunitense Johnson & Johnson, una delle più grandi al mondo nel settore farmaceutico, ha da poco avviato la fase finale di test clinici sul proprio vaccino sperimentale contro il coronavirus. L’azienda è in lieve ritardo rispetto ad altri concorrenti – come Pfizer, AstraZeneca e Moderna – ma la sua fase 3 sarà la più grande finora organizzata, con l’impiego di circa 60mila volontari. Non è ancora chiaro quando si potranno avere i risultati della sperimentazione, ma secondo Johnson & Johnson si potrebbe capire qualcosa sull’efficacia del vaccino entro la fine di quest’anno.

Da mesi, decine di centri di ricerca e aziende farmaceutiche in giro per il mondo sono al lavoro per sviluppare vaccini che aiutino a rallentare la pandemia da coronavirus, riducendo il rischio di contrarre il virus e di sviluppare i sintomi della COVID-19. Una decina di vaccini sperimentali, compreso quello di Johnson & Johnson, ha già superato le sperimentazioni cliniche della fase 1 e 2, di norma realizzate su un numero ristretto di volontari e orientate per lo più a verificare la sicurezza dei composti, prima ancora che la loro efficacia. La fase 3 prevede invece test clinici su larga scala, tesi a valutare sia l’affidabilità sia l’effettiva capacità di suscitare una risposta e una memoria immunitaria tra i volontari.

Il vaccino sperimentale di Johnson & Johnson è basato su un adenovirus che non causa particolari problemi di salute, nel quale è stato innestato un gene contenente le istruzioni per produrre una proteina del coronavirus. Quando si riceve una dose, gli adenovirus inducono alcuni tipi di cellule del nostro organismo a produrre copie della proteina, che dovrebbe poi essere riconosciuta come una minaccia dal sistema immunitario. In questo modo, il nostro organismo impara a sviluppare una difesa contro la proteina del coronavirus (innocua), che può poi rivelarsi utile nel caso in cui si subisca un’infezione col virus vero e proprio.

La soluzione adottata da Johnson & Johnson non è una novità ed è stata sperimentata in passato con altri tipi di vaccini, compreso uno contro gli ebolavirus, che causano la malattia Ebola. Un vaccino di questo tipo è solitamente ben tollerato dal nostro organismo e non comporta particolari reazioni avverse. I test condotti finora hanno confermato queste circostanze, ma solo dopo una sperimentazione su larga scala si potranno avere dati più affidabili per verificare efficacia e sicurezza del vaccino.

Pfizer e Moderna hanno seguito invece approcci diversi, realizzando vaccini che contengono dello specifico materiale genetico (mRNA), che dovrebbe indurre il sistema immunitario a sviluppare anticorpi e la capacità di contrastare il coronavirus nel caso di un’infezione. I vaccini di questo tipo sono più innovativi rispetto al sistema con adenovirus, ma non sono mai stati impiegati prima in modo massiccio e c’è quindi qualche incertezza in più sulla loro efficacia.

I vaccini di Pfizer e Moderna comportano inoltre qualche difficoltà logistica, perché devono essere congelati e mantenuti a temperature molto basse, per evitare che si deteriorino. Il vaccino sperimentale di Johnson & Johnson, invece, può essere mantenuto alle normali temperature di un frigorifero, con minori difficoltà non solo per la sua conservazione nei magazzini e nelle farmacie, ma anche per il suo trasporto. Potrebbe essere quindi distribuito più facilmente, con non pochi vantaggi nell’eventualità di miliardi di persone da vaccinare in pochi anni.

Sulla base dei test svolti finora, Johnson & Johnson ritiene inoltre che il proprio vaccino sperimentale possa essere somministrato in un’unica soluzione, senza la necessità di un’iniezione di richiamo come nel caso dei vaccini di Pfizer, Moderna e di alcune altre aziende farmaceutiche. La possibilità di vaccinarsi con una sola dose, un po’ come avviene con il vaccino antinfluenzale, potrebbe semplificare enormemente la gestione di milioni di vaccinazioni da parte dei sistemi sanitari, con costi più bassi da affrontare.

Lo sviluppo dei vaccini contro il coronavirus sta progredendo speditamente, se confrontato con quelli per altri agenti infettivi e malattie in passato. Lo scorso luglio alcuni ricercatori avevano pubblicato i risultati di alcune sperimentazioni su animali del vaccino di Johnson & Johnson, rilevando come la somministrazione avesse comportato lo sviluppo di anticorpi a sufficienza per proteggere alcune scimmie. All’esperimento era poi seguito l’avvio della fase 1 e della fase 2, che avevano però coinvolto poche centinaia di persone, rispetto alle 60mila della fase 3.

Come avevano già fatto Pfizer e Moderna nei giorni scorsi, anche Johnson & Johnson ha reso pubbliche le informazioni sui protocolli per valutare la sicurezza e l’efficacia del proprio vaccino. È molto raro che le aziende farmaceutiche forniscano questi dati durante lo sviluppo di un loro prodotto, ma nelle ultime settimane la comunità scientifica e molti osservatori avevano fatto grandi pressioni (soprattutto negli Stati Uniti) per avere maggiore trasparenza, preoccupati dal fatto che i tempi della sperimentazione potessero essere sfruttati a fini politici e forzati per portare a qualche risultato prima delle elezioni presidenziali statunitensi, che si terranno il prossimo 3 novembre.

Da tempo il presidente uscente Donald Trump sostiene che un vaccino sarà pronto prima delle elezioni, se non addirittura per metà ottobre, ma tutte le principali aziende farmaceutiche impegnate nella sua ricerca hanno escluso questa circostanza, ricordando che al momento non si possono fare previsioni accurate sul termine delle sperimentazioni. Nonostante ciò, dopo l’annuncio dell’avvio della fase 3 per il vaccino di Johnson & Johnson, Trump ha commentato su Twitter scrivendo “La FDA deve muoversi in fretta!”, facendo riferimento alla Food and Drug Administration, l’agenzia federale che si occupa di approvare i nuovi farmaci. Molti osservatori temono che le pressioni di Trump possano condizionare il delicato processo di sperimentazione in corso.